“(…) perché il corpo è, in definitiva, l’unica cosa che abbiamo e che ci contiene.” p.60
Un romanzo distopico è sempre un’opera che lascia un certo senso di spiazzamento e di annichilamento in chi legge. Sapere che potrebbe esserci un altro mondo, parallelo, somigliante a quello che si vive, ma del tutto privo delle coordinate conosciute e comunemente condivise che fanno strada al vivere, corrisponde a ritrovarsi in una dimensione dove si perde sì il senso dell’orientamento, ma dalla quale si è profondamente affascinati.
Il romanzo dispotico è capace di catapultare i lettori in situazioni che si riconoscono come distanti, eppure dove si riesce comunque a codificare emozioni, stati d’animo, sentimenti.
È ciò che accade con la lettura di Polpa, il nuovo romanzo di Flor Canosa – sceneggiatrice e docente presso la facoltà di Scienze Sociali dell’Università di Buenos Aires – edito da NEO Edizioni nella sua versione italiana – l’originale è argentina, pubblicata nel 2019.
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Nel romanzo si articolano principalmente le voci dei protagonisti, Irma e Lunes, e solo sul finale l’autrice introduce un terzo personaggio, Enero, fratello di Lunes, che ha il compito di concludere la storia.
Ma ciò che interessa, al fine di un’analisi erotica dello scritto, è proprio il rapporto tra Irma e Lunes, due personaggi che, nonostante il senso di chiusura e occlusione che permea tutta la narrazione, trovano un personale modo di fuggire e lo fanno proprio attraverso l’eros e la sessualità.
Nel corso dell’articolo vedremo il modo, assolutamente inaspettato, in cui i protagonisti riescono a ri-significare un reale claustrofobico per mezzo di pratiche sessuali affascinanti e antiche, totalmente controcorrente rispetto a un mondo in cui il controllo e la tecnologia rendono la vita noiosa e routinaria.
Il sesso come controllo, il sesso come fuga
“Sapeva che l’unico modo per sopravvivere era la cieca obbedienza. Qui, ora, nessuno piange. In questo ci siamo trasformati come società. Ciò che una decina di anni fa poteva considerarsi una piaga sociale, oggi è un vantaggio rispetto al resto del mondo. Non provare grandi emozioni, se non per la curiosità e l’istinto di sopravvivenza, è meraviglioso.” p.17
Il racconto di Polpa funziona, perché è breve – il libro ha “solo” 103 pagine – e perché inizia in medias res, spiegando, di fatto, nel corso della narrazione cosa è successo.
Il mondo, per come lo si conosce, è cambiato. Nel presente di Irma il web, considerato la maggiore fonte di informazioni e conoscenza del pianeta, è stato sostituito dalla RACK, una specie di motore di ricerca controllato dal potere. Quello in cui vive Irma è un governo totalmente nelle mani della tecnologia.
L’aspetto più esasperante è che in questa strana società, è stato completamente cancellato il dolore, e questo è accaduto attraverso il controllo dei corpi.
Il corpo umano non può e non deve né ammalarsi né provare dolore, non deve sanguinare – eccetto che per il sangue mestruale, l’unico ammesso – non deve secernere altre secrezioni se non quelle sessuali finalizzate, ovviamente, alla riproduzione, anch’essa controllata.
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La scoperta del dolore
Ma vi è un taglio, uno squarcio tra le prime pagine del racconto, così come nella vita della ragazza, che cambia per sempre la sua vita.
Irma si punge accidentalmente alle spine di una pianta, la Santa Rita, mentre la sta estirpando. Queste ferite le aprono l’orizzonte di un mondo a lei completamente sconosciuto, quello del dolore appunto. L’avvenimento coincide anche con l’arrivo del suo ciclo mestruale.
Per Irma è l’inizio di una conoscenza senza limiti, quella del desiderio e del piacere.
“Così la mia pelle era perennemente marchiata di piccoli tagli: il marchio del piacere.” p.31
Lo stato tecnocratico di Polpa controlla i corpi vietando il dolore, poiché esso non è altro che la cifra della mostruosità umana, esattamente come il sesso: due volti della stessa medaglia.
Il piacere proibito
Invero il sesso che esperisce inizialmente Irma è solo quello che passa per l’autoerotismo; il lettore viene subito messo di fronte alle pratiche sostanzialmente masochiste che la protagonista agisce su di sé, in un modo del tutto spiazzante. Irma prova piacere infliggendosi delle piccole ferite e procrastinandone, anzi proprio evitandone, la guarigione, trovando in questo modo un possibile senso di fuga dal mondo e dal controllo con cui la società costringe le persone a sottrarsi dal dolore.
L’atteggiamento di Irma porta il lettore a comprendere un concetto antico: nella proibizione risiede il desiderio e nel rimosso si fa spazio l’inconscio, ri-significando i margini della sessualità, così come quelli del piacere, finanche attraverso il dolore.
“Mi sorprende come l’essere umano riesca a deviare dal percorso prestabilito, anche solo di poco, in una società preoccupata che nessuno esca dal percorso tracciato imposto. È una forza che deve avere a che fare con la razza. Tutto ciò che vogliamo è accostarci al proibito o, al limite, trasgredire al rispetto delle norme.” p.43
Ed è proprio qui che si inserisce l’incontro con Lunes.
Il sesso come esasperazione del sé
“Ho conosciuto Lunes per caso o per armonia, come diceva lui. Forse per una congiunzione astrale a distanza, un incrocio quantico (…).” p.49
Lunes è il personaggio maschile che, in opposizione a Irma, la completa, fornendole ciò che il masochista cerca come un’ape cerca un fiore, ovvero un sadico.
I due protagonisti si trovano casualmente e scoprono di avere un incastro perfetto.
Lunes esprime il suo godimento attraverso la sofferenza altrui, atteggiamento ovviamente inviso al regime tecnocratico e per questo tenuto nascosto.
Il dolore, infatti, provato in prima persona o agito sull’altro è vietato, perché rende vulnerabili e fragili, ma rende anche forti, consapevoli della propria mortalità, della propria finitudine e per questo soggetti desideranti, alla ricerca del proprio piacere, a qualsiasi costo e in un qualsiasi modo.
Il sesso per Lunes è esasperazione del sé, perché l’altro – in questo caso Irma, appunto – è totale oggetto di desiderio che codifica un piacere perverso, al limite della sopportazione, che fa male, ma che fa anche godere.
Fascinazione e orrore: il lettore di fronte all’eccesso
Il rapporto tra i due protagonisti è a tratti agghiacciante, perché inatteso, eppure affascinante. La lettura scorre veloce ed è complesso distaccarsi dalle pagine in cui l’autrice, mirabilmente, descrive atti sessuali travolgenti, ma in cui il dolore impera indiscusso come chiave di accesso non solo all’esperienza del sé, ma anche alla conoscenza stessa della propria intimità.
“Ho il timore che l’insonorizzazione di casa non basti per attutire le grida. Ma non importa, perché adesso c’è Irma. (…) perché emana quell’aroma di cagna in calore, calamitata dal mio cazzo magnetico, la verga che l’ha guidata dal momento in cui ho stretto le dita sulle sue guance, quando le ho bloccato il collo col braccio e l’ho fatta godere come la puttana dominata che ha sempre voluto essere.” p.69
Leggere «Polpa»
Leggere Polpa è un viaggio nei meandri più reconditi dell’inconscio, dove ogni essere umano nasconde profonde perversioni che difficilmente vengono a galla, a meno che non si abbia la fortuna di incontrare una persona a cui non serve “spiegare nulla”, ma con la quale si può fare parte del percorso verso il piacere, in totale libertà e disinibizione.
Il finale del romanzo è spiazzante, coerentemente con tutto l’impianto narrativo assolutamente diretto.
Con una scrittura asciutta, caratterizzata da pochi ma significativi riferimenti per comprendere la dinamica totale dei fatti e del contesto, l’autrice restituisce uno spaccato di una società che non sembra molto distante da quella a cui ci si sta avvicinando e che, forse già in parte, si vive già.
Una lettura snella, ma potente, come il dolore, come il sesso, come l’umanità.
“Mangiava in piedi, in un angolo, e godeva, comunque, del dolore perenne che vibrava in tutto il suo corpo, senza che dovesse procurarselo né implorarlo. Io vivevo per il suo dolore e per il suo piacere, perché questo la faceva mia e mi faceva suo.” p.77
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