Ungheria, fine del XVI – inizi del XVII secolo. Una fortezza protetta dal fitto dei boschi fu testimone di una serie di crimini efferati e indicibili, tutti recanti la firma della – presunta – serial killer più prolifica della storia: si tratta della contessa Erzsébet Báthory, più comunemente conosciuta come Elizabeth Bathory. Accusata di atti indicibili e addirittura di vampirismo, il nome di questa donna è entrato nella storia a causa dell’oscura fama della sua figura.
Nata in un’illustre famiglia nobile della Transilvania, Erzsébet mostrò fin dalla più tenera età sintomi di quella che, al giorno d’oggi, potrebbe essere diagnosticata come schizofrenia: improvvisi sbalzi d’umore, che la portavano dalla tranquillità all’ira improvvisa e immotivata, ira che si abbatteva in maniera incontrollabile e catastrofica su chi le stava attorno. La causa di tale disturbo può essere associata all’alto grado di consanguineità presente nel suo albero genealogico, all’interno del quale numerose persone risultavano legate fra loro da rapporti di parentela molto stretti.
Se già le problematiche congenite rendevano la bambina fortemente instabile, la crudeltà delle pratiche messe in atto nell’ambiente che la circondava andava sensibilmente peggiorando la sua condizione mentale e la sua percezione dell’altro. Un esempio icastico in questo senso è costituito da una scena terribile a cui la contessa, ancora bambina, dovette assistere all’età di circa sei anni: un uomo accusato di aver venduto i figli ai turchi venne sottoposto a un terribile supplizio, cucito all’interno del ventre di un cavallo.
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La situazione mentale della giovane Erzsébet declinò in questo senso nel momento in cui andò in sposa al conte Ferenc Nádasdy, un suo cugino di cinque anni più grande: anch’egli per nulla estraneo al sadismo, era particolarmente noto per le pratiche crudeli a cui si dedicava e per le torture che infliggeva ai suoi servitori. Secondo quanto riportato dalle fonti – tra cui le stesse lettere della contessa, nelle quali si scambiava con il marito dei “suggerimenti” di tortura – l’uomo amava particolarmente cospargere di miele le giovani serve, per poi lasciarle in balia delle api.
Nei momenti in cui il marito era lontano dal castello di Sárvár, impegnato sui vari fronti di guerra, la Báthory ingannava l’attesa dedicandosi a pratiche discutibili in compagnia di Dorothea Szentes – detta Dorka e legata alla magia nera – e del suo schiavo Thorko. Una delle pratiche in questione era quella di punire le servitrici che tentavano la fuga, un affronto senza pari per cui era previsto un supplizio tremendo: le sventurate erano fatte entrare in una gabbia troppo bassa per poter stare in posizione eretta, ma al contempo troppo stretta per sedersi; costrette in questa scomoda posizione, le malcapitate, chiuse in queste gabbie che sarebbero poi state la loro stessa tomba, venivano fatte oscillare contro degli spuntoni affilati.
Fin dagli albori della sua carriera da “killer”, Erzsébet mostrò una particolare avversione nei confronti delle domestiche: più erano giovani e di bell’aspetto, più la donna si accaniva violentemente nei loro confronti. Si dice che un giorno, dopo aver infierito – secondo la sua abitudine – su una sua servitrice, alcune gocce di sangue le finirono sulle mani; in seguito a questo episodio, la mente della contessa si convinse del fatto che la sua pelle fosse ringiovanita proprio nel punto in cui era venuta a contatto con il sangue della giovane malcapitata, provocando una nuova forma di ossessione nella mente già contorta della donna: doveva sembrare il più giovane possibile e, per farlo, avrebbe dovuto far ricorso al sangue di giovani vergini.
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La sua sete di sangue andò, se possibile, peggiorando. Con il potere acquisito in seguito alla morte del marito (avvenuta nel 1604), si spacciò per benefattrice e, agli albori del 1609, istituì nel suo castello quella che vendette come un istituto dedicato all’educazione delle rampolle della nobiltà ungherese. Convinta del fatto che il sangue di vergini nobili avrebbe avuto degli effetti migliori e assecondata in ciò dagli alchimisti a cui si appellava, i quali temevano più per la loro vita che per quella di giovani sconosciute, iniziò a uccidere le ragazze che giungevano nella sua fortezza con la speranza di ricevere un’educazione alla vita nell’alta società.
I resoconti delle torture e delle morti, riportati nelle carte del processo che seguì, sono a dir poco raccapriccianti: giovani donne sgozzate come vittime sacrificali e dissanguate, cadaveri abbandonati sulle scalinate interne della fortezza, fanciulle agonizzanti rinchiuse in stanze buie… si dice che la signora Bathory sviluppò addirittura un macchinario simile alla più tarda vergine di Norimberga, ideato con lo scopo di trafiggere i corpi delle ragazze e raccogliere il loro sangue.
I crimini di Erzsébet non rimasero impuniti a lungo e la sua stessa vita aveva le ore contate. Le famiglie delle giovani che la donna fingeva di ospitare iniziarono a insospettirsi per il silenzio che attorniava le loro figlie e il castello: non una lettera, non un segno di vita proveniva dalla dimora della Bathory. Quando le denunce di scomparsa arrivarono alla Chiesa cattolica, un’indagine venne aperta e una commissione inviata a verificare la veridicità delle accuse, commissione che trovò delle vestigia delle atrocità messe in atto nel castello e colse la contessa sul fatto, mentre infieriva su alcune ragazze.
A causa del suo status non incorse nella condanna a morte, ma fu murata viva in un antro della sua stessa dimora, in una stanza buia dotata di un unico foro per permettere il passaggio del cibo. Non potendo sopportare questa condizione, Erzsébet Bathory si lasciò morire di fame dopo quattro anni, nel 1614. Questa fu la fine della contessa sanguinaria, che con la sua mente perversa causò la sofferenza e la morte di un numero di persone che va da 100 a 300 vittime accertate, sebbene dai suoi stessi diari emergano almeno 650 nomi.
Il fascino macabro della figura di Erzsébet diede vita a numerose leggende popolari, tra cui spicca quella di Elizabeth Bathory, vampiro che prediligeva come vittime giovani donne vergini.
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Bibliografia:
- Il bacio del diavolo. Storia della contessa sanguinaria, di Adriana Assini, Spring Edizioni, Napoli, 2004
- The Private Letters of Countess Erzsébet Báthory, di Kimberly L. Craft, CreateSpace Independent Publishing Platform, 2011
- La contessa Dracula, di Tony Thorne, Mondadori 1997
- La contessa nera, di Rebecca Johns, Garzanti 2010
Immagine di copertina generata con intelligenza artificiale da ChatGPT a partire dal contenuto dell’articolo.