Iran Mossadeq

Mossadeq: l’ingombrante ombra del dimenticato

L’origine della tragedia iraniana: la storia di un’occasione mancata e di un paese rimasto senza futuro politico.
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Si consuma la tragedia dell’Iran. Tragedia letterale, fisica e morale, sanguinosa e confusa, piena di morti e priva di una certa verità. Chi combatte per perpetrare una tirannia, chi combatte per rovesciarla. Ma tutti sembrano dimenticare, nella narrazione generale, un fatto fondamentale: che mentre si parla di Ayatollah e di Pahlavi, di repubbliche islamiche e imperi persiani, non ci si ricorda dove tutto è iniziato. Ricordarlo non è benaltrismo, affidarsi cioè al facile detto del “il problema nasce ben prima”. Né a velleità terzomondiste per dire “è colpa dell’occidente”. E nemmeno alla salvezza dello Shah. È un atto di giustizia del presente, l’unico che si possa fare di fronte alla miopia che fa prendere al mondo le parti di Ayatollah o di Shah, quando nessuno dei due – e qui sta la tragedia – è più “legittimo” (qualsiasi cosa questo termine voglia dire) dell’altro. Ricordare Mossadeq, errori compresi, non è un omaggio al mausoleo, ma un atto storico e civile per chi oggi è vivo, pensa e fa.

Iran anno zero

Quando sia nato l’Iran moderno non è facile dirlo. Esso è sorto gradualmente tra i rapporti con le potenze straniere, Impero Britannico per primo. La dinastia Qajar venne rovesciata nel 1925 e rimpiazzata da quella Pahlavi. Già nel 1906 il monarca Qajar aveva concesso una costituzione che istituiva un parlamento, la cui camera bassa era detta Majles. La “rappresentanza” di allora si divideva in blocchi riconoscibili, ognuno espressione di una “parte” della società iraniana: il notabilismo delle aree rurali (generalmente monarchiche), il clero sciita, le classi medie urbane delle professioni e dei bazar.

Monarchia, potenze straniere e questione petrolifera

Da decenni, sin dalla fine dell’Ottocento, la società iraniana in espansione vedeva nella monarchia l’assoggettamento alle potenze straniere come Russia e Impero Britannico, quest’ultimo soprattutto nella forma dello sfruttamento petrolifero della Anglo-Persian Oil Company. Col passare del tempo, la questione petrolifera creò una bipolarizzazione della politica e della società iraniana: essere per lo status quo voleva dire essere per lo Shah e il mantenimento dei rapporti con gli imperi stranieri; essere per la nazionalizzazione del petrolio voleva dire essere contro lo Shah, o quantomeno per una riforma radicale dello stato.

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A seguito della Seconda Guerra Mondiale, nel 1949, venne a costituirsi l’eterogeneo Jebha-ye Melli (Fronte Nazionale), formato dalla classe intellettuale liberale/nazionale dei grandi centri urbani, le classi medie dei bazar, il clero sciita e i socialisti. Quello che accomunava e teneva insieme una simile alleanza era la nazionalizzazione del petrolio, ovvero l’indipendenza nazionale. Alla guida del Fronte c’era Mohammad Mossadeq. Ma chi era costui?

La parabola di Mossadeq

Mohammad Mossadeq (1882-1967) ebbe origini aristocratiche e una formazione occidentale in Europa. Come avveniva spesso per molti movimenti nazionali novecenteschi, il nucleo ideale proveniva proprio dall’Europa. Mossadeq era, perciò, un liberale e un nazionalista “europeizzato”. Si cadrebbe in errore se si pensasse che egli fu alternativamente un “esterofilo” o un “anti-occidentale”. Il progetto politico e storico di Mossadeq e dei suoi alleati era quello di creare un Iran costituzionale, repubblicano o monarchico che fosse, fondato su uno stato e istituzioni moderni che ponessero il paese nel sistema internazionale da pari. Non era troppo distante dall’idea kemalista che Ataturk volle per la Turchia moderna post-Ottomana. Se però il kemalismo fu un’operazione che venne dall’alto dall’autorità di un generale che aveva vinto una complessa guerra su molteplici fronti tra il 1919 e il 1923, Mossadeq e i suoi avevano la convinzione che l’Iran potesse contare su una tradizione politica e urbana più radicata e che dunque la riforma dello Stato potesse provenire dal basso. Ciò non era semplice, considerando la spaccatura del paese che permetteva alle zone rurali di contrapporsi a quelle urbane nella camera bassa del Parlamento.

Mohammad Mossadeq

Parlamento, consenso e fratture sociali

Quando nel marzo del 1951 venne assassinato il primo ministro Ali Razmara, ultimo esponente che tentò di “salvare” la potestà britannica sul petrolio iraniano, il Majles elesse all’unanimità Mohammad Mossadeq a capo del governo. Appena eletto, non perse tempo e diede seguito a quella che di fatto era la rivendicazione che univa tutto il suo fronte: la nazionalizzazione del petrolio. Tale decisione fu ricevuta dall’Impero Britannico alla stregua di un atto di guerra, dando inizio a un blocco navale e alla crisi di Abadan. Il blocco e la crisi misero subito sul lastrico la stabilità di Mossadeq. Nonostante fosse stato eletto all’unanimità, nel Majles restavano, ora rafforzati grazie alle azioni britanniche, gli interessi rurali dei proprietari filo-monarchici, e si acuivano anche le differenze all’interno dello stesso Fronte Nazionale.

Il clero sciita e la rottura dell’alleanza

Nella sua ascesa al potere, Mossadeq aveva potuto contare del supporto del clero sciita guidato dall’Ayatollah Kashani, ma l’utile alleanza vacillò quando la crisi si inasprì. L’Ayatollah complottò apertamente contro Mossadeq. Spaventato dal possibile sopravvento del partito comunista Tudeh e desideroso di mantenere l’influenza religiosa sulla società, il clero sciita si schierò con i congiurati, interni e stranieri, che volevano rovesciare il governo.

Nel momento più difficile della crisi, Mohammad Mossadeq provò a intestarsi i pieni poteri e sciogliere l’assemblea, in uno di quei casi in cui lo stato d’eccezione viene tirato in campo per salvare il sistema. E, invero, oggi molte delle ombre che aleggiano sulla sua figura si devono a queste derive. I servizi segreti stranieri (MI6 britannico e CIA statunitense, attraverso l’operazione Ajax) finanziarono il malcontento, pagarono agitatori di strada e bande per destabilizzare la capitale. Il 19 agosto 1953 il governo legittimo fu rovesciato e Mohammad Mossadeq arrestato.

L’errore strategico degli USA e quello che sarebbe potuto essere l’Iran

Quando nel 1979 esplose la rivoluzione che depose la dinastia Pahlavi, l’istituzione della Repubblica Islamica – nell’accezione teocratica che conosciamo oggi – non era scontata. La rivoluzione fu un fenomeno eterogeneo, un mosaico di istanze liberali, marxiste e religiose. Nei mesi convulsi che seguirono la caduta dello Shah, le due linee “concorrenti” erano incarnate dall’Ayatollah Khomeini e dal primo ministro del governo provvisorio, Mehdi Bazargan. Quest’ultimo era una figura di sintesi: un uomo profondamente religioso, e per questo accettato dal clero, ma con un passato da tecnocrate laico al fianco di Mossadeq, per il quale aveva gestito la transizione tecnica della nazionalizzazione del petrolio. Bazargan vedeva nella rivoluzione l’occasione per riscattare il fallimento dei primi anni Cinquanta: lo spazio per costruire finalmente un Iran sovrano, moderno e democratico. Quel che accadde fu che quel progetto venne spazzato via dal fuoco rivoluzionario religioso, dallo stato d’eccezione, dai processi e dalle esecuzioni sommarie.

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Quando gli studenti di Tehran occuparono l’ambasciata degli USA nel novembre del 1979, Bazargan protestò, ma si dovette rendere conto che la partita della sua rivoluzione era perduta e decise così di dimettersi. Si consumava per la seconda volta un trauma già vissuto.

Khomeini a sinistra e Mehdi Bazargan a destra

Una classe dirigente bruciata

Il trauma del 1953, venticinque anni di dispotismo monarchico e cinquant’anni di teocrazia hanno bruciato una classe dirigente nazionale. In ottant’anni è stata oppressa, vessata, imprigionata, ammazzata. Il problema non è rovesciare i despoti, ma sostituirli. E oggi l’Iran, purtroppo, non ha una classe dirigente che possa farsi trovare pronta nel momento cruciale, trasformando il malcontento in costruzione politica. La società civile iraniana è bloccata, per questo, nella rivolta, esasperata e sanguinosa, che fatica a diventare rivoluzione.

Per ritardare la morte del caduco impero britannico, gli USA persero quello che sarebbe potuto essere uno dei più utili alleati al mondo. Difficile dire cosa sarebbe potuto essere l’Iran oggi se, nel 1953, gli Stati Uniti avessero optato per una strategia diversa. Forse sarebbe stato un paese simile alla Turchia, con certe tensioni tra stato e spiritualità che non si sarebbero comunque affievolite. Un paese con difetti e criticità, ma ben lontano dal paria odierno.

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Alessandro Maria Radice

"Il mio nome è Legione, poiché siamo in molti": classe 2002 e vago storico, ma anche osservatore di tutte quelle arti che cerco, indebitamente, di fare mie.

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