La morsa austriaca sull’Italia dell’Ottocento che sognava l’indipendenza

Un Paese ancora da costruire, un sogno da difendere. Tra restaurazioni e rivoluzioni, l’Italia dell’Ottocento impara a riconoscersi libera.
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Un tavolo in legno di un antico palazzo. L’oscurità della notte che avvolge le vie della città. Un gruppo di uomini che discute sottovoce nella penombra della stanza; i loro volti illuminati dalla luce fioca delle candele. Sul tavolo alcune carte, articoli di giornale e manifesti clandestini. In mente tante idee, sogni, speranze, nel cuore un’immagine: l’Italia libera e indipendente. Così possiamo immaginare quei patrioti che in pieno Ottocento, vessati e perseguitati da un’asfissiante dominio straniero, si ritrovavano in segreto per costruire l’Italia.

A loro è dedicato questo articolo. Cogliere i passaggi storici fondamentali che hanno caratterizzato la prima metà dell’Ottocento in Italia, ancor prima dell’Unificazione del 1861, ci aiuta a comprendere la nascita dell’indipendenza politica nazionale e gli sforzi fatti da coloro i quali – si veda Mameli – hanno versato il sangue perché un sogno bello e suggestivo potesse diventare realtà. Il Novecento ci ha tristemente abituati a guardare ai nazionalismi con timore e una comprensibile diffidenza. Ma in quell’Ottocento, per molti, perseguitati e vessati, nazione voleva dire libertà.

Il Congresso di Vienna, 1815

Il paradosso del potere napoleonico e la “brutale” restaurazione della vecchia Europa

Nel 1815 le potenze europee avversarie di Napoleone Bonaparte si accordarono per definire il ripristino del vecchio assetto geopolitico del continente. Napoleone stava per andare incontro alla disfatta, Austria, Prussia, Russia, Inghilterra, non vedevano l’ora di piombare sulla Francia e soprattutto di ristabilire i poteri perduti delle monarchie. Il Congresso di Vienna sancì questo passaggio. Le vetuste monarchie, impolverate e inadeguate a una società profondamente cambiata dalle rivoluzioni del Settecento, tentano di rimettersi in piedi goffamente, senza la minima prospettiva di riformarsi, adeguarsi o aprirsi.

Il potere napoleonico, ormai destinato ad eclissarsi, appare come un’esperienza paradossale. Da un lato accentramento, assolutismo, imperialismo, dall’altro riforme, ammodernamento, innovazioni frutto anche dell’esperienza rivoluzionaria, pur rinnegata dallo stesso Bonaparte. In pratica quel potere tirannico che si cercava di fermare in Europa – cioè Napoleone – paragonato alle entità politiche del Congresso di Vienna sembrava quasi rivoluzionario e innovatore. La sconfitta, l’esilio e la morte di Bonaparte non erano destinati a far largo a giustizia sociale, libertà, repubblica, modernità, anzi! Controllo, censura, autoritarismo, oppressione fredda e conservatrice, sono state le bandiere dell’Europa post-Vienna.

napoleone
Napoleone Bonaparte

Le repubbliche napoleoniche in Italia e il ritorno del dominio austriaco

Bonaparte, certo a suon di cannonate, aveva spinto l’Italia verso altre prospettive. Durante il suo dominio peninsulare, l’imperatore dei francesi aveva dato impulso alla nascita di diverse repubbliche italiane circoscritte, fondate su principi, tutto sommato, fortemente legati agli ideali illuministi e rivoluzionari francesi. La Repubblica Cisalpina, prima Cispadana (1797-1802) con capitale Milano, la Repubblica ligure (1797-1805) con capitale Genova, la Repubblica romana (1796-1797), la brevissima Repubblica partenopea (limitata a pochi mesi del 1799) con capitale Napoli.

L’ingresso delle truppe francesi a Bologna, 1796

La stessa bandiera tricolore italiana era stata issata, per la prima volta, proprio nella Repubblica Cispadana, il 7 gennaio 1797, su suggerimento del giornalista e letterato illuminista Giuseppe Compagnoni. Il fatto avvenne a Reggio Emilia e fu deciso nella sala del municipio locale. Insomma, al di là del potere smisurato e per certi versi tirannico di Bonaparte, alcune piccole “rivoluzioni” si sono assaporate anche in Italia. Non c’era indipendenza, vero, dipendevano dalla Francia di Bonaparte, certo, ma rappresentavano cambiamenti rispetto alle monarchie precedenti; nuove forme di gestione del potere col coinvolgimento popolare.

Repubblica Cispadana, il verbale del 7 gennaio ’97, redatto da Giuseppe Compagnoni

Il Congresso di Vienna ha brutalmente rigettato l’Italia – soprattutto quella settentrionale – nelle mani dell’Austria, che nel frattempo aveva stretto, con Prussia e Russia, la cosiddetta Santa Alleanza. Di “santo” aveva ben poco. Le tre “sorelle” intervenivano ripetutamente e militarmente per sedare moti indipendentisti, liberali e popolari ovunque in Europa e specialmente in Italia. Chiunque rappresentasse una minaccia per la Restaurazione, per i vecchi regimi monarchici, veniva spazzato via dall’alleanza, di cui era perno l’impero asburgico. L’Alleanza intervenne a Milano, a Napoli, a Palermo, soffocando i tumulti dei celebri moti del 1820 e del 1821, sollecitata, specialmente a Napoli, dalla monarchia borbonica.

Caricatura del Congresso di Verona, 1822

Il Nord Italia aveva già da tempo, soprattutto ad Est, assaporato l’amaro del ritorno austriaco. Il celebre Trattato di Campoformio (1797), che tanto fece penare il povero Ugo Foscolo, siglato dallo stesso Napoleone, aveva riconsegnato Venezia agli austrici, in cambio di Milano. Dopo il Congresso di Vienna il Lombardo-Veneto cadde inesorabilmente nella morsa austriaca. L’Italia era a pezzi. A parte Regno di Sardegna e Regno di Napoli (sotto i Borbone), la restante penisola era frammentata in stati e staterelli, con al centro lo Stato della Chiesa. Gli ideali indipendentisti e liberali sembrarono di nuovo un sogno lontano.

Ugo Foscolo

Il caso di Silvio Pellico, la prigionia, la censura austriaca

La morsa austriaca sull’Italia settentrionale affliggeva letterati, giornalisti, artisti, compositori, pensatori e uomini della politica. Testimonianza celebre post Congresso di Vienna, nel pieno dei moti del 1820, è senza dubbio quella dell’arresto e della prigionia di Silvio Pellico, uomo di penna e di pensiero, finito nella tremenda prigione austriaca di Spielberg, in Moravia, dopo la cattura a Milano, il 13 ottobre 1820, il trasferimento a Venezia, la prima condanna a morte commutata poi in carcere duro all’estero. Il povero Pellico, autore de Le mie prigioni, celebre cronaca dell’esperienza carceraria del patriota, poté rimettere piede in Italia solo nel 1830.

La stanza era a pian terreno, e metteva sul cortile. Carceri di qua, carceri di là, carceri di sopra, carceri dirimpetto. Mi appoggiai alla finestra, e stetti qualche tempo ad ascoltare l’andare e venire de’ carcerieri, ed il frenetico canto di parecchi de’ rinchiusi. (Le mie prigioni)

Silvio Pellico

L’esperienza lunga e tremenda di Silvio Pellico è comune a quella di tantissimi altri patrioti e intellettuali italiani perseguitati, zittiti, uccisi, torturati dagli austriaci. Il sentimento antiaustriaco maturato dagli italiani, memori di queste fasi drammatiche, si è trascinato almeno fino al primo conflitto mondiale, si ricordi D’Annunzio, si ricordino le imprese per liberare le aree del nord-est d’Italia ancora in mano nemica.

M’è dolce credere essere debitore della mia libertà a tutti coloro che m’amavano e che intercedevano incessantemente presso Dio per me, ed in particolar guisa ad una sorella che morì […] Dio la compensi di tutte le angosce che il suo cuore sofferse a cagione delle mie sventure! (Le mie prigioni)

Bisognerà aspettare, appunto, ben oltre l’Unificazione nazionale per assistere al divincolamento dell’Italia da questa morsa straniera. Ci vorrà almeno il 1918 e forse neppure. Nel frattempo ben tre guerre d’indipendenza hanno insanguinato le Alpi e le città italiane, le battaglie del Risorgimento, con tutte le sciagure annesse, tipiche d’ogni guerra. Il 20 settembre 1870, Breccia di Porta Pia, anche Roma verrà espugnata temporaneamente dalla nuova Italia, seppur fiorita sotto la vecchia monarchia dei Savoia. Lo Stato della Chiesa – inutile sottolineare l’ovvio – da secoli aveva macchinato perché non si addivenisse mai ad un’unificazione peninsulare, già sognata, a suo tempo, da Federico II nel Medioevo. Entro i primi decenni del Novecento i conti con l’Austria erano fatti.

La Breccia di Porta Pia, a Roma

Paolo Cristofaro

Classe 1994, laureato in Scienze storiche all'Università della Calabria. Docente di Italiano, Storia e Geografia nelle scuole medie statali. Giornalista pubblicista.

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