Il volto globale della bellezza: lo sguardo occidentale in Asia

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Rivolgendo lo sguardo a Oriente rimaniamo spesso affascinati dalla moltitudine di culture, tradizioni millenarie e differenze che emergono. Bello il confronto con altre realtà, quante cose si possono apprendere e quanto abbiamo l’opportunità di arricchirci grazie al mondo della comunicazione e dell’informazione. Osservando più da vicino, però, abbiamo anche la possibilità di cogliere le diverse sfumature di queste culture, cogliendo non solo la tradizione ma anche la loro versione più «occidentalizzata».

La preferenza estetica per la pelle chiara è un fenomeno comune quando discutiamo degli standard di bellezza asiatici. Nelle culture orientali, infatti, nel corso degli ultimi anni abbiamo assistito a una crescita progressiva di una sorta di ossessione collettiva plasmata da trattamenti skincare in dieci fasi, pelle estremamente chiara, chirurgia estetica, occhi grandi, idoli perfetti e corpi minuti.

È semplice rendersi conto di come molti di questi standard non nascano davvero in Asia nel modo in cui oggi siamo abituati a vederli, ma arrivino da una lunga storia di idee occidentali e coloniali che sono state assorbite e rese «normali» con il tempo. È come se a un certo punto l’Occidente avesse esportato la sua nozione di bellezza verso l’Asia e che questa fosse stata assorbita così a fondo da diventare integrata nella sua cultura popolare, tra creme sbiancanti per la pelle ed estrema magrezza.

La giustificazione più «tradizionale» rivolge le sue ragioni alle classi nobili che non hanno mai lavorato nei campi, una spiegazione in parte ancora vera, ma purtroppo non più sufficiente a spiegare il fenomeno. Oggi la pelle chiara non è più solo legata a un’idea di ricchezza, ma si intreccia con modernità, desiderio e status sociale, tutte convinzioni che si sono rafforzate anche attraverso l’influenza occidentale e il colonialismo culturale. Che l’industria dei prodotti per lo sbiancamento della pelle, che vale miliardi di dollari in Asia, stia crescendo nonostante le critiche non è infatti un caso e, pur cambiando linguaggio, il messaggio rimane invariato: più ci si avvicina a un ideale bianco, più si è considerati di valore.

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Un altro esempio lo ritroviamo nella chirurgia estetica: la blefaroplastica. Questa pratica è conosciuta in Occidente come la «chirurgia della doppia palpebra» ed è spesso rappresentata come una sorta di stranezza culturale, una forma di cultura estetica di massa difficile da comprendere.

Ma cosa c’è dietro la ricerca di occhi grandi e di una palpebra più definita e «occidentalizzata»?

Molti standard estetici asiatici contemporanei sembrano basarsi su un fragile equilibrio che tende a un ideale estetico internazionale provando a non perdere del tutto la propria identità, un compromesso quasi paradossale che implica l’avvicinarsi a uno standard di bellezza percepito come universalmente attraente.

Ovviamente, ognuno ha il diritto di cambiare il proprio corpo a proprio piacimento, e sarebbe una semplificazione eccessiva vedere ogni cosa come un’imposizione sociale. Ma quanto sarà libera una scelta nel contesto di immagini, linguaggi e modelli che promuovono continuamente una certa idea di bellezza? Quanto influisce l’abitudine di osservare attrici che hanno la pelle molto chiara, volti modellati secondo parametri estetici sempre più specifici, sull’idea di ciò che è considerato attraente?

Sono queste le domande che sorgono quando si osservano non solo i social media ma anche molte pubblicità cosmetiche, drammi coreani o campagne di bellezza, dove certe caratteristiche si ripetono quasi fino a sembrare l’unica forma possibile di bellezza.

Questa riflessione non riguarda solo l’estetica in sé, ma anche il modo in cui questi canoni si intrecciano lentamente con il senso di sé e con l’identità. In alcuni studi si parla di razzismo interiorizzato per descrivere quel processo per cui, quando il modello dominante coincide per lunghi periodi con uno standard bianco o occidentalizzato, una persona può iniziare a vedere i propri tratti naturali come qualcosa da correggere o perfezionare.

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Prendiamo ad esempio la cultura del K-pop contemporaneo: molti degli idoli sono scelti o elogiati proprio per i loro tratti considerati più «internazionali»: pelle più chiara, nasi sottili, occhi grandi, volti piccoli. È uno stile che trascende facilmente i confini nazionali e, proprio per questo, tende a sembrare familiare a pubblici molto diversi.

In Occidente spesso consumiamo questa immagine come se fosse una versione autentica e innocente della bellezza asiatica, senza pensare a quanto la stessa sia il risultato di uno scambio culturale e di un’ingerenza reciproca. Nella cultura contemporanea, poi, dove tutto ciò che è astratto può diventare pericolosamente reale, gli standard estetici non sono semplicemente idee basate su immagini, ma trovano spazio ed espressione nelle routine quotidiane: una cura della pelle meticolosa, diete rigorose, pesi monitorati attentamente, filtri e applicazioni che regolano il viso istantaneamente.

Stiamo diventando tutti uguali?

In questa globalizzazione della bellezza ritroviamo quindi ideali che sembrano lontanissimi tra loro ma che finiscono spesso per assomigliarsi. Le ossessioni che ci accomunano sono più di quante ci piaccia pensare.

È come se, poco a poco, le differenze si muovessero tutte nella stessa direzione, fino a rendere alcuni tratti più «normali» di altri, quasi come se esistesse un modo giusto di apparire. E, come ovunque nel mondo, anche qui «bellezza» e «femminile» sembrano due concetti che vanno a braccetto, un’associazione silenziosa ma evidente che finisce per ricadere soprattutto sulle donne, sui loro corpi, sui loro volti, su tutto ciò che viene continuamente osservato, confrontato, interpretato.

Come se la possibilità di abitare il proprio aspetto accettandolo per quello che è, senza mediazioni o correzioni, si stesse allontanando sempre di più dal concetto di possibile.

Affermare che tutto questo riguardi solo l’idea di bellezza sarebbe riduttivo. È il modo in cui impariamo a stare dentro il nostro corpo, a riconoscerlo o a non riconoscerlo più del tutto, che diventa centrale. Il modo in cui ci plasmiamo su ciò che è considerato bello e il modo in cui lo accettiamo senza porci ulteriori domande.

Forse il punto non è raggiungere nessun ideale, ma riuscire a restare un po’ più vicini a ciò che siamo già, senza doverlo continuamente aggiustare, perché è nel modo in cui impariamo a guardarci e a guardare l’altro che queste idee smettono di essere lontane e diventano qualcosa che ci riguarda da vicino.

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Caterina De Rosa

Classe 1996, copywriter e linguista, nata a Milano ora vive e lavora in Spagna ma non perde occasione di viaggiare altrove. Entusiasta di natura, crede nel potere delle parole, nei dettagli che fanno la differenza e nelle connessioni autentiche.

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