Nel 1936, con l’avanzare dei totalitarismi e l’appropinquarsi delle tensioni internazionali, Walter Benjamin pubblicò un saggio tanto moderno quanto attuale: L’opera d’arte nell’epoca della riproducibilità tecnica. La tesi principale del saggio sostiene che le opere d’arte siano dotate di un’aura, consistente nell’unicità, nell’autenticità e nell’irripetibilità dell’opera. L’arte, secondo Benjamin, deve essere abbastanza distante dallo spettatore da essere considerata qualcosa di sacro. Quando un’opera d’arte può essere replicata all’infinito, perde la sua sacralità e, con essa, la propria attrattiva agli occhi degli spettatori.
A un secolo di distanza da questa riflessione, stiamo assistendo a una medesima transizione culturale, ma con un soggetto diverso. Oggi a essere clonati, depersonalizzati e riprodotti su scala industriale non sono più le opere d’arte, ma i corpi umani. E, con essi, anche l’atto erotico stesso. Oggi l’eros subisce lo stesso processo di dematerializzazione a cui hanno assistito le opere d’arte un secolo fa. Da un’esperienza rituale, da un erotismo alimentato da attese, ostacoli e desiderio, siamo arrivati a una sostituzione del corpo umano attraverso una sua simulazione digitale.
Pare un paradosso, ma è così: l’ipervisibilità del sesso online non ha liberato l’eros, ma lo ha anestetizzato. Il corpo dell’altro non è più qualcosa da scoprire, qualcosa da desiderare e conquistare, ma un oggetto mercificato sempre disponibile. Se l’altro, come ci insegnano l’arte e la letteratura di secoli e secoli, deve essere in parte un mistero per essere desiderato, oggi assistiamo all’eliminazione dell’altro per una presa di posizione dell’io.
Ma è davvero una presa di posizione o, piuttosto, un adagiarsi, un nascondersi?
OnlyFans e la mercificazione dell’autenticità
Se la pornografia della prima era di Internet puntava su una finzione chiaramente industriale, iperbolica e dichiaratamente distaccata dalla realtà domestica, la rivoluzione culturale delle piattaforme odierne ha invertito la rotta, puntando sulla mercificazione dell’autenticità.
La grammatica visiva che oggi domina il mercato del desiderio rispecchia l’estetica della quotidianità e del “dietro le quinte”. Il video registrato in verticale con lo smartphone, la camera da letto disordinata sullo sfondo, lo specchio del bagno leggermente sporco, l’assenza di luci professionali: tutto è millimetricamente studiato per simulare la spontaneità dell’intimità domestica. L’utente-consumatore contemporaneo non è più appagato dalla semplice visione della nudità meccanica; cerca disperatamente l’illusione di un contatto umano, l’accesso esclusivo e personalizzato alla vita privata del creator.
L’erotismo si veste così di abiti che non gli sono mai appartenuti.
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Dalle chat dirette con i creator ai pagamenti mensili per sbloccare contenuti personalizzati: nel mezzo c’è una perdita di ciò che davvero costituisce l’erotismo, lo scambio reciproco. Oggi il sesso appare più come qualcosa di sempre disponibile e, per molti versi, egoista. Ciò che piace e interessa allo spettatore non è altro che il proprio piacere. Ma, quando ci si abitua a questo tipo di “non-scambio”, spesso queste dinamiche si ripercuotono negli scambi reali; sempre che questi avvengano.
Perché andare a cercare, forse con fatica, qualcosa fuori dalle quattro mura di casa, quando il piacere è facilmente accessibile online?
È il trionfo della teoria formulata da Michel Foucault nella sua Storia della sessualità: il sesso, nelle società avanzate, non è qualcosa che il potere ha interesse a reprimere o nascondere sotto il tappeto del puritanesimo. Al contrario, le strutture di potere e di mercato ci impongono costantemente di produrlo, parlarne, mostrarlo, confessarlo e, infine, metterlo a profitto.
Fare l’amore con gli algoritmi
Il culmine di questo processo di smaterializzazione dell’aura non è più la mercificazione del corpo in carne e ossa, ma la sua totale e definitiva espulsione dall’equazione amorosa. L’ascesa planetaria delle influencer generate interamente dall’intelligenza artificiale e la diffusione di massa di chatbot affettivi ed erotici, come Replika o le innumerevoli applicazioni di AI companionship, segnano l’avvento di un eros puramente concettuale e disincarnato.
Nel film Her di Spike Jonze (2013), la relazione tra il protagonista e il sistema operativo manteneva una struggente e malinconica tensione poetica, dovuta all’unicità dell’autocoscienza della macchina. Oggi quella finzione è stata superata da una realtà meno poetica e molto più utilitaristica: migliaia di utenti scelgono deliberatamente di intessere relazioni pseudoaffettive e conversazioni ad alto tasso erotico con stringhe di codice programmabili su misura.
Ma perché l’uomo decide deliberatamente di rifugiarsi consciamente in qualcosa di fittizio?
Forse perché la finzione, da sempre, genera meno delusioni della realtà?
La sociologia prova a rispondere a queste domande, sostenendo che un rapporto con un altro essere umano è diventato emotivamente e culturalmente troppo costoso. Interagire con un altro corpo umano comporta il dover scendere a patti con il rifiuto, il farsi carico dei pesi altrui, se se ne è capaci, la negoziazione dei bisogni, il trauma del giudizio altrui e chi più ne ha più ne metta.
L’intelligenza artificiale, dall’altro lato, offre sicurezze, poco bisogno di esporsi, una sensualità che si potrebbe definire a rischio zero. È uno specchio narcisistico perfetto: non invecchia, non ha giornate storte, non esprime dissensi, non abbandona, è costantemente disponibile sul display e si adatta plasticamente, parola dopo parola, ai desideri consci e inconsci dell’utente.
Alla ricerca del desiderio perduto
Analizzare la perdita dell’aura del desiderio nell’epoca della riproducibilità digitale non significa cedere invano a moralismi o essere bigotti, né abbandonarsi al rimpianto di un amore fatto di lettere e serenate.
Il punto non è condannare lo strumento, proprio perché, essendo uno strumento, c’è qualcuno che ne fa uso, qualcuno che l’ha inventato per sopperire a un bisogno, corporeo o psicologico che sia.
Il punto, forse, è interrogarsi su cosa rimanga dell’erotismo quando viene privato della sua consistenza carnale.
Perché l’eros è carne, è sapore, è odore. Niente che uno schermo possa restituire. Ed è vero: l’eros è anche rifiuto, desiderio, attesa, incertezza.
Ma il desiderio e il rifiuto sono due elementi speculari che bisogna saper abitare. O, almeno, provare a imparare a farlo.
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Immagine in copertina generata con intelligenza artificiale da ChatGPT a partire dal contenuto dell’articolo.