Alda Merini: un sanguinante delirio amoroso

Alda Merini, una poetessa che porta in superficie i nomi e le storie di tutte le donne del mondo. Viene quasi da inchinarsi davanti a tanta magnificenza: la sua vita, le sue poesie, il suo sentire è il sentire di tutte le donne.

Alda Merini impersona la forza che viene fuori dal dolore più lancinante, il dolore che vive solo nelle persone che, come lei, scendono negli abissi della vita e sentono più intensamente, totalmente; quelle che si concedono alla vita. Ultima tra gli ultimi, quegli ultimi che non ha mai abbandonato, neanche quando il mondo si è accorto di Lei, delle sue parole, del suo mondo e di quanta ingiustizia ci fosse stata sulla sua vita o meglio, sulla sua pelle. Come la maggior parte delle persone che vivono l’efferatezza della vita, Alda Merini, l’ha amata la vita e l’ha vissuta pienamente, d’altronde, come lei stessa affermava «per amore della rosa, si sopportano le spine».

Alda Merini: una duplice colpa

La poetessa Alda Merini attraversa il Novecento con una duplice, imperdonabile colpa: essere malata di mente, a quel tempo non si parlava ancora del disturbo bipolare, ed essere donna in un mondo di uomini per gli uomini.

«Sono nata il ventuno a primavera ma non sapevo che nascere folle, aprire le zolle potesse scatenar tempesta. Così Proserpina lieve vede piovere sulle erbe, sui grossi frumenti gentili e piange sempre la sera. Forse è la sua preghiera».

Alda Merini nasce il 21 marzo 1931 a Milano. Come afferma in una sua celebre poesia, non sapeva che nascere folle, non uniformata agli schemi imposti dalla società, potesse suscitare tanto scandalo. Ma come la poetessa stessa afferma: la sua follia non è oscurità e mistero, bensì qualcosa di fermamente ancorato alla vita. Sin da bambina la Merini affronta la guerra, la povertà, la fatica. Inevitabilmente, inizia a domandarsi se il Dio a cui la sua famiglia, fortemente cattolica, l’aveva abituata, potesse concepire un mondo pieno di sofferenza.

In un testo autobiografico del 2004 afferma:

«Non lo so se credo in Dio, credo in qualcosa che… credo in un Dio crudele che mi ha creato, non è essere cattolici questo? Perché, Dio non è così? Tutti abbiamo un Dio, un idoletto, ma proprio il Dio specifico che ha creato montagne, fiumi e foreste lo si immagina solo… con la barba, vecchio, un po’ cattivo, un Dio crudele che ha creato persone deformi, senza fortuna. Credo nella crudeltà di Dio. Non penso siano idee blasfeme, la Chiesa non mi ha mai condannata. Anzi, il mio “Magnificat” è stato esaltato, perché ho presentato una Madonna semplice, come è davvero lei davanti a questo stupore dell’Annunciazione, che non accetta fino in fondo perché lei ha San Giuseppe».

Più avanti, nel manicomio, dirà di essersi davvero arrabbiata con Dio e con i preti. I preti stupravano le donne, tanto erano matte… Nessuno mai avrebbe creduto alle loro parole. Che Dio giusto permette tutto questo?

L’amore inascoltato

A 18 anni incontra e sposa l’operaio Ettore Carniti, lo ama profondamente, con lui dà alla luce cinque figlie.

«L’amore (…), è il sentimento scaturito e vissuto (spesso malvissuto) in una alterità irriducibile e logorante, quella che si osserva tra due corpi che sembra non possano toccarsi e riconoscersi altrove che nelle proprie reciproche differenze…»

Lui, dal canto suo, non è consapevole, prima di sposarla, che Alda sia una poetessa, una donna di cultura, e non avrebbe mai potuto immaginare che all’età di 15 anni, lei, già scrivesse poesie. Che cosa fosse poi la poesia, quell’uomo proprio non riusciva a capirlo. La Merini è sempre stata destinata a non essere ascoltata, non essere capita… Dunque, ad essere considerata “strana”. Carniti continua a tornare a casa ubriaco, picchia la nostra Alda fin quando lei, stremata, non prende una sedia e gliela scaraventa addosso, mandandolo in ospedale. È allora che le vengono tolte le figlie e Alda Merini viene internata presso l’Ospedale Psichiatrico Paolo Pini di Milano.

Il bipolarismo o anche “psicosi maniaco-depressiva” è un disturbo che alterna momenti di euforia a momenti di depressione. Iniziano ad alternarsi per Alda momenti di salute e malattia e brevi rientri in famiglia, che accentuano una profonda depressione.

Il manicomio sadico

La Merini racconta della sua esperienza in manicomio, definendolo un luogo sadico e utilizzando queste parole:

«In quel manicomio esistevano gli orrori degli elettroshock. Ogni tanto ci assiepavano dentro una stanza e ci facevano quelle orribili fatture», ha raccontato «Io le chiamavo fatture perché non servivano che ad abbruttire il nostro spirito e le nostre menti. La stanzetta degli elettroshock era una stanzetta quanto mai angusta e terribile; e più terribile ancora era l’anticamera, dove ci preparavano per il triste evento. Ci facevano una premorfina, e poi ci davano del curaro perché gli arti non prendessero ad agitarsi in modo sproporzionato durante la scarica elettrica. L’attesa era angosciosa. Molte piangevano. Qualcuna orinava per terra».

Nel 1979 Alda Merini ritorna definitivamente a casa e riprende a scrivere e a raccontare. Parla della sua esperienza nel manicomio, delle disumane torture e umiliazioni. Anni dopo si definirà la “donna con il manicomio dentro”.

Nel 1983 viene a mancare Carniti e la Merini si ritrova in una situazione di difficoltà economica ed ancora psicologicamente fragile.

«Io sono stata tradita: non so da chi. Un giorno calò una nube grigia sulla mia esistenza. Una nube senza colore».

L’amore e la follia

In questo periodo inizia un’amicizia con il poeta Michele Pierri che sfocerà ben presto in un rapporto di intesa e amore nonostante i tanti ostacoli. I due si sposano con rito religioso a Taranto nel 1983. La poetessa ritrova una breve serenità e felicità. Sono di questo periodo alcune delle opere tra le più belle ed intense. Pierri ha trent’anni in più della Merini e presto si ammala. I figli del poeta, da sempre contrari all’amore tra i due, facendo leva sull’instabilità mentale della poetessa, la allontanano. Questo è l’ennesimo duro colpo per la Merini, che torna a percorrere gli abissi della depressione. Questi abissi la conducono nuovamente all’Ospedale Psichiatrico, questa volta di Taranto.

«L’Ammalato è colpevole: tutto questo per loro è sapienza psichiatrica. Tutto questo per me è crimine».

Successivamente, quando potrà guardare con distacco e lucidità il calvario che aveva attraversato, affermerà che i manicomi sono il fallimento della società, che tende ad emarginare una persona considerata malata.

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Infatti, la Merini soffre la disumanizzazione del malato percepito come oggetto, come essere inanimato. Questa condizione sarà modificata solo successivamente da Franco Basaglia, medico psichiatra, che rifiuterà di applicare ai pazienti le terapie shock. Dopo anni di lotta in questa direzione lo psichiatra arriverà a far applicare la legge Basaglia che porterà alla progressiva chiusura e riconversione di tutti i manicomi. Questo rende la Merini profondamente grata verso il medico, a cui dedica una poesia che termina con questi versi: “[…] ma la cosa più inaudita, credi / è stato quando abbiamo scoperto / che non eravamo mai stati malati”.

Alda Merini ritrova se stessa

Nel 1986 ritorna a Milano e ritrova un po’ se stessa. Continua a scrivere, d’altronde per lei la scrittura è ossigeno. Scrive sui muri della sua casa, scrive col rossetto, accumula quadri, libri, oggetti inutili e fuma, fuma tanto, fuma Diana, fuma tutto. In questo periodo ottiene numerosi premi e riconoscimenti, una laurea honoris causa dall’Università di Messina. Ma questo non cambierà la sua vera natura, per alcuni bizzarra.

Ritorna là, dove si sente libera di mostrarsi nuda, reale, fragile, umana, terrena, mistica. Ritorna nella foschia dei Navigli, tra gli ultimi, i barboni, i disperati. Forse tra loro riconosce, tocca, la parte migliore di sé. Probabilmente loro non la giudicano, non la riconoscono folle e neanche artista. Loro semplicemente la vedono.

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I suoi versi parlano di amore, delicatezza, tenerezza. Parlano all’anima e sono intrisi di lei, graffiano ed accarezzano. Alda Merini ha dato voce a chi come lei era considerato malato, a chi veniva umiliato e sopraffatto. Alda Merini ha dato parola a qualcosa di prezioso e di intimo, alla sua parte audacemente forte e teneramente fragile:

«Anche oggi sono così: Una donna che trasuda amore e pena. Una donna che trasuda sentimenti di vergogna e tenerezza. Questo sentore vistoso di sofferenza fa il godimento delle umane lussurie».

Elena Lanzilotti


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