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Altro che «sentenza liberticida»:
per la Chiesa l’Ancien Régime
non è mai finito

13 minuti di lettura

È avvilente constatare come, in Italia, tutto sia il contrario di come dovrebbe essere; come la logica delle cose sia totalmente ribaltata rispetto alla normalità, dei ragionamenti e degli assetti istituzionali, a dimostrazione che la geografia di poteri che governa realmente il Paese (riconducibile a una categoria imprenditoriale legata a un associazionismo cattolico radicato in profondità nelle istituzioni) sia davvero difficile da smantellare.

iciUna dimostrazione esemplare proviene dalla reazione della CEI e del Ministro dell’istruzione Stefania Giannini alla sentenza della Corte di Cassazione che obbliga gli istituti scolastici paritari del Comune di Livorno (a livello nazionale il 63% delle paritarie è gestita da fondazioni cattoliche) al pagamento dell’ICI. Il Segretario Nunzio Girolamo ha parlato di «sentenza liberticida» e di «attacco alla Chiesa Cattolica». Mancando una classe politica e una categoria giornalistica degne di questo nome, che pongano agli occhi dei cittadini i nudi fatti, passa il messaggio che la Chiesa sia contrastata dallo Stato italiano e messa in dubbio nella sua legittimità di esistere e svolgere il proprio compito spirituale. Il Governo italiano ha precisato ieri che emanerà una misura per esentare definitivamente (contro una sentenza della Corte di Cassazione) le scuole paritarie, a riprova che l’alta politica è al servizio del Vaticano e che, ancora una volta, si ribalta la realtà delle cose: lungi dall’essere un’entità in discussione, la Chiesa cattolica gode, ancora nel 2015, di tutta una serie di privilegi che le consentono una posizione sopraelevata rispetto agli altri soggetti della società italiana. Proviamo ad argomentare, per punti.

1. La questione dei sussidi alle scuole paritarie (diretti, sotto forma di finanziamenti pubblici, o indiretti, come l’esenzione dal pagamento dell’IMU) non dovrebbe nemmeno porsi, se la Costituzione fosse qualcosa di più di un pezzo di carta dimenticato: l’Articolo 33 dice infatti esplicitamente che «Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato». La Chiesa cattolica, alleata delle forze politiche liberali che hanno governato il Paese negli ultimi decenni e che oggi continuano a farlo col Governo Renzi, si appella al fatto che lo Stato deve promuovere concretamente la «libertà di insegnamento»: non deve cioè semplicemente garantire l’esistenza delle scuole private (non impedendone l’esistenza, per farla semplice) ma ha anche l’obbligo di spendere soldi pubblici per agevolarne la gestione ed il funzionamento. È cosa alquanto bizzarra – a dimostrazione del falso liberalismo della Chiesa e delle forze politiche alleate – che i Governi che si sono succeduti negli ultimi decenni abbiano improntato l’economia italiana al libero mercato, eppure si promuovono veri e propri aiuti di Stato per enti e servizi gestiti da fondazioni cattoliche. E poi: se lo Stato deve promuovere positivamente le «libertà individuali», perché fermarsi alla libertà di educazione? Perché, per fare un semplice esempio, non pretendere che lo Stato finanzi la «libertà di mobilità» dei lavoratori licenziati per la delocalizzazione delle imprese e di tutti i cittadini che si trasferiscono in altre città per motivo di studio o di lavoro? Perché, in poche parole, l’unica libertà che lo Stato deve promuovere positivamente, spendendo soldi pubblici, è quella dei cattolici di iscriversi a scuole cattoliche? A livello nazionale manca un welfare degno di questo nome, che permetta l’esercizio effettivo dei diritti costituzionalmente garantiti. Si occulta scientificamente la questione, che viene sollevata esclusivamente per la «libertà di educazione» dei cattolici.

scuole2. L’argomento prediletto dei sostenitori dell’istruzione paritaria è: «grazie al sostegno economico alle scuole paritarie (circa 500 milioni di euro all’anno, a cui si aggiungono finanziamenti regionali e comunali per una cifra finale di 1,5 miliardi di euro circa), lo Stato italiano risparmia 6,5 miliardi di euro all’anno». Sorgono due questioni. La prima: il vizio del ragionamento è a monte, in quanto esso riposa sull’affermazione che uno studente della scuola statale costa 5.200 euro, quello di una scuola paritaria circa 500. Dirottare studenti nelle scuole paritarie, insomma, porterebbe lo Stato a risparmiare 4.500 euro circa per studente. E tuttavia: non è assolutamente dimostrato che, senza i finanziamenti pubblici, gli iscritti alle paritarie tornerebbero in massa alla scuola statale (in fin dei conti, quando alle scuole private non finiva un solo euro, tali scuole esistevano e sopravvivevano comunque, grazie alle rette profumatissime e agli sponsor privati, e da quando ci sono i contributi pubblici l’aumento degli studenti c’è sì stato, ma in maniera molto contenuta e senza intaccare sostanzialmente il numero di studenti delle scuola statali). Le famiglie che iscrivono i propri figli alle scuole paritarie (spesso cattoliche) non lo fanno certo per ragioni di convenienza economica, ma per preferenze educative, per avere un più rigido controllo, per garantire ai figli maggiori possibilità di promozione, per scelte legate al censo o al ceto sociale o per evitare che si “contaminino” con le idee che circolano in scuole ben più pluraliste. Non solo: se anche tutti gli studenti delle paritarie tornassero alle scuole pubbliche, l’impatto sarebbe minimo, dal momento che gran parte dei costi pubblici sono fissi (stipendi degli insegnanti e mantenimento degli edifici) e non variabili. Qualche studente in più, ripartito razionalmente con una pianificazione dall’alto, non farebbe aumentare in maniera significativa i costi. Si tratta di semplici economie di scala. Come si comprende facilmente, l’argomento si riduce alla banale constatazione che, se lo Stato non spende, risparmia. Elementare, Watson. Se lo Stato non eroga servizi di sanità pubblica, risparmia. Se lo Stato non avesse compiti di amministrazione della giustizia, risparmierebbe. È il classico argomento ultra-liberista. Legittimo, per carità, ma i cattolici sono dunque ultra-liberisti? Papa Francesco predica nel deserto, è una semplice mossa di marketing per recuperare alla causa della Chiesa le anime perdute, alle quali tuttavia non si dice che il mondo cattolico organizzato produce ragionamenti e meccanismi economici totalmente opposti al suo messaggio? Tornerebbe tutto: le Chiese si riempiono nuovamente, gli introiti dall’8X1.000 schizzerebbero alle stelle e l’imprenditoria cattolica continuerebbe a macinare profitti.

3. La domanda a questo punto sorge spontanea: come fanno gli istituti paritari a spendere 500 euro all’anno per singolo studente, invece dei 5.200 dello Stato? Una parte rilevante della risposta risiede nel fatto che sostengono minori costi fissi di struttura e, soprattutto, che tendono a sfruttare il corpo docenti. Al solito, non bisogna generalizzare: esistono tantissimi istituti paritari che fanno bene il loro lavoro, eppure va detto che negli anni scorsi sono numerosissimi i casi di docenti assunti senza contratto, con stipendi bassissimi o a cui non è stato corrisposto uno stipendio in cambio di punti per scalare le Graduatorie ad Esaurimento. Graduatorie ad Esaurimento che, con la Buona Scuola, almeno in teoria dovrebbero esaurirsi, e verrà dunque meno una consistente leva di sfruttamento del corpo docenti nel sistema scolastico privato; il quale, tuttavia, ha ricevuto in cambio la trasformazione de facto degli istituti statali in scuole paritarie, nel funzionamento, nella gestione e nelle modalità di finanziamento (a riprova degli interessi economici e sociali che stanno dietro al Ministro Giannini).

patti-lateranensi-24. L’Italia non è stata investita, se non in alcune zone molto limitate, dal riformismo illuministico tardo-settecentesco. È riuscita ad abolire la monarchia soltanto nel 1946, ma retaggi dell’Ancien Régime sopravvivono ancora oggi – nella drammatica diseguaglianza di patrimoni, redditi ed opportunità, in assenza di uno Stato efficacemente redistributore – e soprattutto non è stato superato il regime di privilegi della Chiesa Cattolica, che ancora nel 2015 è un soggetto della società avente un regime giuridico e fiscale a parte e “privilegiato” (come gli ordini della società di Antico Regime). Il Concordato del 1929 è stato una sanzione di questo regime di privilegi; le modifiche contenute nell’accordo del 1984 non sono state altro che un aggiornamento di questi privilegi. Lungi dall’essere una realtà “sotto attacco”, come dice Nunzio Girolamo, la miriade di associazioni, enti e fondazioni in cui si sostanzia la Chiesa cattolica – da Comunione e Liberazione alla Compagnia delle Opere ai vari ordini religiosi, che in molti territori controllano i rapporti tra le imprese e costituiscono vere e proprie reti massoniche in grado di assicurare l’ereditarietà di rendite di posizione – gode di una serie interminabile di privilegi normativi ed esenzioni fiscali, al punto che l’intera “macchina cattolica” pesa sulle casse pubbliche (Stato, Regioni e Comuni) per oltre 6 miliardi di euro all’anno. Recezione dell’8XMille la cui destinazione non è espressamente indicata dal compilatore; esenzione da ICI / IMU / TASI; riduzione IRAP, IRES, IRPEF ed IVA; questi sono soltanto alcuni dei clamorosi privilegi di cui la Chiesa cattolica gode ancora oggi. La lista completa e dettagliata è reperibile all’indirizzo www.icostidellachiesa.it, ed è aggiornata periodicamente dall’associazione italiana degli Atei e degli Agnostici Razionalisti (UAAR).

La Chiesa cattolica ha tutto il diritto di esistere e di svolgere il suo importante compito spirituale, a maggior ragione in un momento storico in cui la razionalità utilitaristica del neo-liberismo sta distruggendo le comunità ed ogni orizzonte di valori morali. Chiedere l’abolizione dei privilegi ecclesiastici non è lavorare contro la Chiesa cattolica, ma pretendere – come, d’altra parte, sta facendo Papa Francesco – che essa torni ad essere umana ed al pari degli altri soggetti sociali presenti in Italia. Il sistema di privilegi ha trasformato la Chiesa cattolica in un centro di potere, ramificato nella politica e nell’economia: il suo potere politico ed economico sulla società italiana è cresciuto di pari passo al crollo del potere spirituale sulle coscienze, e oggi è un qualcosa di molto lontano dal suo compito storico, morale e sociale. Non a caso la presenza alle liturgie è in drastico calo da anni, a testimonianza del fatto che questa Chiesa non piace per nulla.

Se non si cambia, ci perdono tutti: la Chiesa cattolica, che continuerà a perdere fedeli; lo Stato italiano, soffocato dai tentacoli dello Stato del Vaticano; la società italiana, in cui continuerà a dominare incontrato il mondo imprenditoriale legato agli enti religiosi.

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Niccolò Biondi

25 anni, laureato in Filosofia, attualmente studia Economia e Commercio presso l'Università degli Studi di Firenze, città in cui abita.

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