Con l’arrivo del 2026, soprattutto online, si è tornati a parlare del 2016, anno dei trend, dei social e dei grandi cambiamenti politici. Ma in ambito artistico cosa succedeva? Un anno prima, il regista statunitense Sean Baker realizza Tangerine, un film esclusivamente girato con degli iPhone 5s. Un gesto per lui spontaneo che dimostra come ormai ci si trova in un’epoca in cui ognuno di noi ha a disposizione strumenti che, in maniera autonoma e diretta, ci permettono di raccontare e raccontarci.
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Non a caso, nel 2016, con la progressiva diffusione dei social, avviene un’esplosione dell’arte performativa. Piattaforme digitali diventano nuovi spazi di espressione, dove le creazioni artistiche possono vivere al di fuori degli spazi tradizionali. Una performance può anche avvenire sui social rimanendo pur sempre valida. È l’anno in cui si intuisce che su uno spazio virtuale si può raccontare ben altro.
Dai social alla realtà (e viceversa)
Nel 2015 Amalia Ulman realizza Excellences & Perfections, seguito l’anno dopo da un secondo progetto, sempre su Instagram, Privilege, che dura un anno e si conclude poco dopo le elezioni presidenziali americane del novembre 2016. Le opere consistono in performance online in cui l’artista costruisce identità fittizie, pubblicando foto come se stesse condividendo momenti della sua vita reale, mescolando quindi realtà e finzione. È qui che viene messo in discussione il suo lavoro: si tratta di un semplice e inconsapevole uso creativo dei social o è effettivamente un vero e proprio gesto artistico? Una domanda che al giorno d’oggi probabilmente ci si pone sempre meno, in quanto la scissione fra le due cose è sempre meno marcata.
Tate Modern: quando l’istituzione legittima il digitale
Eppure, Excellences & Perfections viene inclusa in una mostra della Tate Modern di Londra. Performing for the Camera, conclusasi nel giugno 2016, si poneva il seguente interrogativo: “Serious performance art, portraiture, or simply posing for a photograph… what does it mean to perform for the camera?”.
L’esposizione indagava proprio il rapporto tra fotografia e performance, mostrando come la fotografia sia stata utilizzata per catturare le performance fin dalla sua invenzione. Dalle star del palcoscenico vittoriano agli happenings artistici degli anni Sessanta, fino ai selfie e come essa stessa possa diventare un gesto performativo. Questa istituzione, in un certo senso, afferma che il lavoro della Ulman non è solo un postare liberamente sui social. Allora, forse qualcosa cambia: ci si rende conto che i social sono un mezzo potente, un luogo in cui poter costruire qualcosa, anche in ambito artistico. Sempre la Tate Modern, in quegli anni, inaugura una nuova parte dell’edificio, realizzato per accogliere installazioni immersive, performance, video e opere digitali.
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L’estetica Tumblr e l’immaginario adolescenziale
A raffigurare l’estetica collettiva di quegli anni è Petra Collins, famosa per aver costruito attraverso i suoi scatti un universo adolescenziale fatto di luci colorate in netto contrasto con la vulnerabilità rappresentata. I suoi progetti trovano terreno fertile in un social oggi quasi dimenticato, Tumblr, che, seppur sia nato anni prima, vede il suo maggiore successo proprio in quegli anni. In questo momento gli spazi virtuali si evolvono in luoghi attraverso cui trarre ispirazione per dare vita ad altri contributi creativi. Pare infatti che la celebre serie di HBO Euphoria abbia preso ispirazione proprio dai lavori della fotografa canadese.
Ma il passaggio decisivo avviene quando il linguaggio del web non entra semplicemente nei musei: è il web stesso a organizzarli. La nona Biennale di Berlino del 2016 è curata da DIS, collettivo e piattaforma editoriale nata online nel 2010. Il linguaggio del web entra così nelle grandi istituzioni.
L’Italia e l’era delle mostre immersive
In Italia, invece, cosa accade? Dopo otto anni torna a Roma la Quadriennale d’Arte, che ha rappresentato una mappatura dell’arte contemporanea italiana post-Duemila, in cui vengono sperimentate nuove modalità espositive. In quegli anni, inoltre, a trasformare la fruizione sono anche le famose mostre immersive, un fenomeno ancora oggi difficile da superare.
Sono anni in cui queste mostre si diffondono sempre di più, già presenti da tempo ma ormai diventate di massa. Un esempio è Van Gogh Alive – The Experience, che sorprende i visitatori: non si guarda più la tela, ma si cammina dentro di essa. Le immagini vengono proiettate su pareti, pavimenti e soffitti, accompagnate da musica ed effetti luminosi. Una realtà che si presta facilmente alla condivisione sui social. L’idea che ne emerge è infatti quella secondo cui probabilmente si tratta di prodotti pensati per finire online.
L’inizio della sovrapposizione
Quindi cosa è successo nel 2016? I confini tra reale e virtuale hanno cominciato a sovrapporsi, dando vita a percorsi più autonomi per dare spazio alla propria voce. Questo ha dunque inevitabilmente aperto nuove strade per l’arte contemporanea e il modo in cui la viviamo oggi.
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