L’amore e la speranza sono da sempre due dei temi che maggiormente hanno ispirato gli scrittori, i poeti e i drammaturghi. E Il gabbiano di Anton Čechov non fa eccezione. Dramma originariamente in quattro atti, l’opera si ispira ad alcuni dei più grandi testi del teatro, come l’Amleto, e della letteratura per indagare, ancora una volta, la natura umana. La messa in scena del dramma diretta da Filippo Dini è una riproposizione fedele eppure contemporanea di un testo che non ha età.

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Dramma scritto nel 1895, la storia de Il gabbiano è nota e classica: un gruppo di persone si ritrova a trascorrere del tempo insieme in una villa in riva a un lago, dove si scambiano opinioni, pensieri e bugie, scoprendo e rivelando man mano la propria umanità imperfetta. Il testo, riadattato in tre atti, vede susseguirsi una serie di personaggi e situazioni al limite tra il drammatico e il grottesco. Čechov sembra intenzionato a presentare in questo modo un’allegoria dell’intera umanità che, riunita e messa a confronto, non può far altro che soccombere al proprio assurdo destino. Nulla va come dovrebbe e come i protagonisti vorrebbero, ma è chiaro, durante lo svolgimento dello spettacolo, che gli unici responsabili di questo fallimento sono loro stessi e la loro «inadeguatezza nei confronti del mondo», come sottolinea Dini stesso.

Tutti gli amori sono destinati a distruggersi e insieme ad essi, con le aspettative e le speranze che si portano dietro, si distrugge lentamente una generazione: quella dei più giovani. Il giovane aspirante drammaturgo Kostantin viene sopraffatto dalla propria fragilità che lo rende sostanzialmente incapace di sopportare la vita. Nina, la sua amata, affida i propri sogni a un uomo più grande, uno scrittore che la usa come diversivo per sfuggire alla noia e trovare l’ispirazione, per poi abbandonarla, distrutta. Maša, innamorata di Kostantin senza essere ricambiata, si chiude nel proprio tormento e cerca di soffocarlo sposando un uomo che la ama senza però essere a sua volta amato.
«Il gabbiano»
La scelta dei costumi non ottocenteschi bensì contemporanei vuole sottolineare proprio l’attualità dei temi elaborati da Čechov più di un secolo fa. Secondo Filippo Dini, infatti:
Le somiglianze con la nostra epoca sono straordinarie e sconfortanti, come se il nostro Anton ci guardasse da lontano con quel sorriso e quell’ironia che gli sono certamente congeniali, nell’attesa che anche la nostra società, il nostro mondo, il nostro folle modo di condurre le nostre esistenze, arrivi all’esplosione, proprio come la boccetta di etere del dottor Dorn.
La scenografia, opera di Laura Benzi, mira a restituire invece l’atmosfera placida e malinconica tipica del paesaggio lacustre.

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