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«Corpo usa e getta», dentro la poesia di Valentina Trentini 

In dialogo con la giovanissima scrittrice milanese che nel 2024 ha pubblicato la sua prima raccolta di poesie.

13 minuti di lettura

Le interviste nascono sempre per caso, soprattutto quando si parla di artisti esordienti; puntualmente, però, si rivelano una scoperta non solo interessante, ma anche piacevole. È questo il caso di una giovanissima poeta, Valentina Trentini. Nata a Milano nel 2003, Valentina studia Beni culturali all’Università Cattolica della città natia e frequenta la scuola di scrittura Belleville. Nel 2022, a soli diciannove anni, vince il concorso Parole in fugaNel 2024 pubblica Corpo usa e getta, una raccolta di novantanove testi incentrati sulle tematica del corpo.

Il corpo come oggetto e soggetto di piacere, il corpo deriso, il corpo che a volte sta troppo stretto e rappresenta una carcassa opprimente, il corpo come luogo di gioia e di gaudio quando è amato e quando ama, quando gode ed è goduto. Valentina attraversa il corpo in tante delle sue fasi, quelle che ci accomunano tutti e lo fa con uno sguardo già maturo, vissuto, nonostante la giovanissima età. 

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Corpo usa e getta è un viaggio in un corpo che non è solo quello dell’autrice, ma è un corpo sociale e politico, perché ci riguarda da vicino. Il corpo è esperienza del reale e quella vita vissuta si inscrive nelle fibre lasciando traccia di sé. 

Il filosofo Edmund Husserl riporta l’attenzione proprio sulla divisione, secondo la lingua tedesca, tra körper, il corpo nella sua mera materialità e leib, il corpo fungente, quello mediante e grazie al quale l’essere umano esperisce la propria realtà. E quello che viene poeticamente raccontato da Valentina è senza dubbio il leib, con il quale sente, vive, percepisce, gode e soffre. Conosciamo, quindi, più da vicino questa giovane, ma affascinante artista. 

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Frequentavo la prima liceo, quando sentii il primo rifiuto verso il sesso maschile che contrastava con il tentativo di essere donna e l’odio del sentirsi bambina. Un corpo che cambia, un corpo che non mi aveva mai ascoltata, e il desiderio di poter essere padrona almeno di lui, almeno della mia pelle. Non potevo certamente controllare i comportamenti altrui, non potevo decidere cosa l’uomo vedesse in me, cosa io vedessi in me, ma potevo strizzare, sminuzzare, ricomporre all’infinito quello che poteva essere, ma non è stato. 

Le prime poesie le ho scritte per caso, senza alcuna regola, senza alcun riferimento, se non quello di rendere eterno un ricordo. 

Ho sempre creduto che la scrittura abbia un potere straordinario, quello di donare l’immortalità. Non importava davvero a chi fosse dedicata, perché chiunque fosse passato nella mia vita e avesse lasciato un segno, meritava per me di oltrepassare il tempo e immortalarsi nella scrittura. Siamo corpi, ma anche parole, nostre e degli altri. Per questo scrivo poesie, per dipingere a parole ritratti di persone, senza che loro, forse, neanche si riconoscano. A volte non mi ci riconosco nemmeno io, ma sulla carta ognuno può essere ciò che vuole.

Sembrerà assurdo, ma non lo è stato tanto, anche se adesso lo è sicuramente molto di più. 

Ho passato anni a pensare fossero due entità distinte, nemiche, quasi come lottassero in un duello che sarebbe finito per forza con la morte di una delle due

Da un po’ di tempo ho imparato, invece, a dare voce alla mia interiorità, a ciò che penso, sia con gli altri che con me stessa. Non nego che il mio intimo si sia sempre fatto sentire, ma io continuavo a zittirlo. Ho trascorso del tempo in cui per me il corpo non era niente, mentre la mente poteva tutto, la materia del mio corpo non doveva esistere, ma allo stesso tempo doveva farsi voce perché io non ne avevo il coraggio. Ora dialogano, ora si conoscono, sono quasi amici. Oggi riconosco che posso, devo, voglio essere materia. E so che il mio intimo potrà solo gioirne.

Mi meraviglia pensare all’essere umano come frutto della natura, come parte integrante della flora e della fauna terrestre. Nelle mie poesie siamo albicocche, i nostri arti la tundra, siamo api, sanguisughe, arance. La nostra indole naturale e animale richiede uno spazio, una voce, un tempo che tanti tendono a ignorare, e che peccato! Io sono convinta che nell’intimità erotica venga fuori la propria natura, il proprio modo di stare a contatto con sé stessi, in primis, e poi con gli altri. Con questo non voglio dire che in tutti i momenti erotici della nostra vita ci sentiremo uguali, anzi: siamo tutti stati la sanguisuga di qualcuno, ma saremo tutti almeno una volta il loro frutto proibito

Non dobbiamo vergognarci dell’animale che ci abita.

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Siamo sincere, nonostante tutte le battaglie per una maggiore considerazione dell’erotismo e del piacere femminile, abbiamo tutti insita dentro di noi, almeno in parte, una coscienza patriarcale. Ma penso che non potrebbe neanche essere altrimenti, ora come ora. Le donne sono abituate sin da bambine a prestare un occhio di riguardo verso il proprio essere, sentirsi, esporsi in quanto parte del genere femminile. 

Quando ho iniziato a scrivere poesie erotiche, l’ho fatto anche per dare voce a una parte di me, ma che è una parte di tante, che è sempre stata giudicata, schiacciata, messa in dubbio, non ascoltata. La voce che gridava che non voglio solo essere oggetto di desiderio, ma che sono soggetto di desiderio. Che anche se sono donna posso avere impulsi, stimoli, voglie, come anche nessun impulso, nessuno stimolo, nessuna voglia

Non spetta, ovviamente, agli altri decidere. Essere oggetto di desiderio? È un pensiero che mi ha attivata per anni e ancora oggi in parte lo sento contorcersi sotto le mie unghie e le mie gambe. Ho sempre voluto esserlo, ma quando sono riuscita a riconoscere e accettare che anche io potevo provare quelle pulsioni verso qualcuno, che fosse me stessa o un’altra persona, quando ho deciso di dare spazio al mio essere animale, natura, terra, ho creato un rapporto con me stessa totalmente nuovo. Dopo la prima volta che mi sono data alla carnalità ho scritto una poesia sul sorriso più grande che potessi riconoscere nello specchio. 

Per me lo è, assolutamente, ma dovrebbe esserlo per molte più persone. Io sono molto aperta sui temi dell’erotismo, della sessualità, non ho tabù e mi piace conversare a riguardo. Proprio perché, come dicevo, secondo me è il momento in cui emerge la natura più vera e profonda del nostro io. E anche il modo in cui ciascuno racconta la propria intimità è una riflessione del proprio io. Spesso, però, ricevo commenti poco gradevoli proprio per questa mia attenzione, questa mia apertura: c’è ancora l’idea che sia qualcosa da nascondere, che se uno ne parla è perché non ha rispetto per sé stesso, che non dà valore all’atto. 

Ma ognuno entra nella sua intimità erotica per motivi diversi e credo che chi non ha il coraggio di avvicinarsi sia bloccato dalla paura di mettersi a nudo (anche letteralmente forse) e scoprire ciò che più lo muove. L’eros è desiderio, diverso per tutti. 

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Sembrerà un controsenso rispetto a ciò che ho detto prima, ma tutti i testi erotici di Corpo usa e getta sono dedicati alla stessa persona. Rapporto occasionale? Sì. Non per questo devo mentire dicendo che non ha significato nulla. In ogni rapporto, sentimentale o sessuale che sia, penso che tendiamo tutti a cercare una parte di noi stessi, più che l’altro. La differenza tra i due? Che nel sesso scopro una parte di me (al di là degli atti puramente carnali) e posso decidere di non farla emergere alla persona che condivide quel momento. Nell’amore invece scopro una parte di me e lascio che l’altro la veda, la faccia anche un po’ sua. E a quelli che dicono che il sesso senza amore non può esserci, rispondo che una persona può decidere di fare sesso anche per amor proprio. 

E questo è il messaggio tra le righe delle mie poesie.


Ringraziamo Valentina per averci dedicato il suo tempo; la chiacchierata su Corpo usa e getta ci ha lasciati ancora più sorpresi. Il discorso sul corpo, oggi ancora più che in passato, rappresenta una vera e propria urgenza: collegato alle rivendicazioni delle donne e a quelle dei movimenti per i diritti degli omosessuali e della comunità LGBTQUI+, il corpo diviene sempre territorio di battaglie, luogo tangibile, seppur personale, in cui si iscrive la storia non solo privata, ma anche del cambiamento e dell’eventuale evoluzione del nostro pensiero. 

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Anto D'Eri Viesti

A proud millennial. Dopo il dottorato in semiotica e gender studies decide di dedicarsi solo alle sue passioni, la comunicazione e la scrittura.
Copywriter e social media manager.
La verità sta negli interstizi, sui margini e nei lati oscuri.
Tanti fiori, cioccolato e caffè.

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