In queste settimane si parla intensamente, anche se non incessantemente, di quell’ammasso di forze statunitensi presenti nel Mare dei Caraibi di fronte e contro il Venezuela. Non è, per ora, una forza imponente da invasione anfibia nel senso tradizionale, ma richiama la fase preparatoria di altri interventi come quello avvenuto a Panama nel 1989 o a Grenada nel 1983. Studiando la storia americana ci si rende conto che non si tratta di una novità, tant’è vero che il termine “Dottrina Monroe” ricorre in modo familiare anche nei contesti scolastici meno specializzati. Ma la questione venezuelana non è, forse, solo un ritorno alla Dottrina Monroe, ovvero alla potestà esclusiva degli USA nelle Americhe, ma ha a che fare con logiche strutturali del presente e che riguardano il mondo.
Ritorno di Monroe?
C’è da chiedersi se sia davvero un ritorno, dal momento che non è chiaro se questa dottrina se ne sia mai andata. Certamente è mutata col tempo, a tal punto che sarebbe un errore creare una piatta continuità tra gli anni Venti dell’Ottocento, quando la dottrina fu enunciata, e oggi, duecento anni più tardi. Anzitutto perché in origine la Dottrina “America agli americani” voleva in verità dire “America agli americani col benestare degli inglesi”. Era la flotta britannica, infatti, che permetteva di consolidare questo principio di esclusività: gli europei non avevano diritto di immischiarsi nei territori americani delle ex-colonie iberiche. Tra questi “europei” non erano inclusi i britannici. La Dottrina, perciò, più che essere Monroe, era più una Dottrina Canning, dal nome del Ministro degli Esteri britannico che consigliò una simile strategia agli Stati Uniti d’America. La Dottrina Monroe raggiunse un ruolo strategico effettivo nella politica estera statunitense con il Corollario Roosevelt, ovvero quando il presidente Theodore Roosevelt declinò “America agli americani” come spazio esclusivo e ordinato dalla potenza degli Stati Uniti. Era il passaggio tra il XIX e il XX secolo e gli USA scoprivano la potenza navale, che misero immediatamente in uso nella guerra contro la Spagna per Cuba (1898), nonché con la costruzione e il possesso del Canale di Panama. Con la crescita del proprio ruolo su scala globale, gli USA continuarono a considerare le Americhe come giardino di casa e se stessi come il guardiano ordinatore, se non altro per il ruolo geografico che hanno sempre vestito: gli Stati Uniti abitano in una specie di isola-mondo separata da due oceani dalla grande formazione continentale che ospita la maggior parte dell’umanità. Durante la Guerra Fredda, ogni spiraglio che mettesse in discussione tale supremazia era anche una messa in discussione della sicurezza della isola-mondo “separata” dalle minacce che incombono dall’Eurafrasia. Da qui i famigerati colpi di stato attuati in America Latina.
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Gli ultimi seri interventi diretti nelle Americhe furono quelli in Nicaragua, a Grenada e a Panama, ma da più di trent’anni ormai gli USA non svolgono azioni simili nelle Americhe, nonostante continuino a nutrire profondi interessi nel proprio supercontinente. Il perché si trova certamente nella naturale evoluzione della Dottrina Monroe, del contesto storico e della classe dirigente americana, ma ha più a che fare con il ruolo degli USA sullo scenario globale e il ruolo che lo scenario globale ha sugli USA che con quel principio secolare di “America agli americani”.
Iran – Venezuela problemi connessi
Non è la prima volta che nell’anno corrente si sente parlare di dispiegamento di forze in teatri strategici da parte degli USA. Una simile anticipazione la si è vissuta a giugno, nei momenti che hanno preceduto il bombardamento dei centri nucleari in Iran nell’Operazione Midnight Hammer. Le due situazioni hanno differenze – non foss’altro che a giugno c’erano degli obiettivi materiali individuabili, mentre in Venezuela no – ma se viste assieme potrebbero lasciar intendere che l’Operazione Midnight Hammer di giugno sia stata un momento di svolta – magari non radicale, ma comunque significativo – per la presidenza americana e l’alto comando militare nel ripensare l’utilità tecnica e politica dell’uso della forza. Un uso della forza che dopo Afghanistan e Iraq aveva perduto mordente nella politica americana, confinata nei dibattiti come un tabù. Sin lì il mito dell’invincibilità non era crollato tanto tecnicamente, quanto politicamente. Non era tanto la tecnica o la tattica a far perdere le guerre, bensì l’insostenibilità politica, la legittimità del perché si parte, del perché si resta e del perché si va via. L’Operazione Midnight Hammer è avvolta da altri scopi e la sua esecuzione ha illuminato di un’altra luce la capacità militare americana.
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In una notte, gli USA, impunemente e senza lasciare diritto di replica, hanno colpito e distrutto obiettivi nel cuore dell’Iran, ma l’hanno fatto per motivi reali e che non chiedevano d’essere “scusati”. Alla lontana potrebbero ricordare quelli che spinsero l’invasione dell’Iraq del 2003, ma è la retorica o, se si vuole, la fede a essere mutata. Il 13 ottobre 2025 Donald Trump fece un lungo discorso alla Knesset e spese una parte non indifferente del proprio tempo nel presentare e fare gli onori di un generale, tale Dan Caine, che, in qualità di Capo di Stato Maggiore Congiunto dell’esercito, aveva preparato e guidato l’Operazione Midnight Hammer. L’elogio di Trump non fu del tutto retorico e gettava luce su un meccanismo interessante della “teoria” della forza nel presente americano, soprattutto se visto da un punto di vista storico: Caine viene descritto come un generale brillante, decisionista, svelto, capace di fare le cose in poco tempo, al contrario di altri generali “inetti” che erano suoi superiori e che con Trump invece sono diventati suoi pari o addirittura inferiori di grado.
La differenza sostanziale è che l’uso della forza, che non è mai stato abbandonato veramente, ha subito un salto qualitativo nella narrazione politica, passando da trappola pericolosa da maneggiare a rapido strumento di esecuzione. E non necessita di giustificazioni ulteriori. Midnight Hammer ha dimostrato alla presidenza e al comando americani non tanto il fatto di possedere l’esercito più potente del mondo (questo era vero anche prima e nonostante tutte le sconfitte del XXI secolo), bensì il fatto che la forza può essere politicamente conveniente se non è ornata di salvacondotti ideologici. In altre parole: la forza del mondo multipolare presente non discerne tra buoni e cattivi, non è apologetica ed è per questo paritaria. Russia, Cina e Iran non hanno la pretesa di sentirsi più giusti, gli USA adempiono semplicemente a questa norma non scritta.
Quello in Iran è stato il primo atto di una “forza asimbolica”, ovvero priva di sovrastrutture ideologiche, che non comunica altro se non ciò che compie, in piena continuità con “l’asimbolismo” della politica trumpiana. Proprio perché liberata dal compito di incarnare valori, visioni o promesse di ricostruzione, tale forza è diventata nuovamente utilizzabile, non come progetto ma come gesto tecnico. La stessa logica ritorna oggi nel caso venezuelano: per decenni nodo strategico degli Stati Uniti, ma sempre lasciato intatto perché ogni intervento avrebbe richiesto una giustificazione storica, morale o trasformativa. Dopo Midnight Hammer, quel vincolo agli occhi degli strateghi americani potrebbe essere saltato. L’eventuale pressione militare su Caracas non è la rinascita della Dottrina Monroe, ma il secondo atto della stessa postura inaugurata in Iran e che potrebbe avere altre continuazioni o esperimenti.
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