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Tra i due litiganti, Corbyn gode!

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A Londra coloro i quali vogliono che la Gran Bretagna lasci l’UE hanno sorriso la scorsa settimana quando il sindaco di Londra Boris Johnson, membro di spicco del Partito Conservatore di David Cameron, si è unito al loro campo. Sulla scia della rinegoziazione del premier britannico con i leader dell’UE a Bruxelles, l’annuncio di Boris ha destabilizzato l’ordine delle carte in tavola a Westminster. I giornali hanno parlato di “effetto Boris” sul Brexit, tanto che il valore della sterlina ha raggiunto il suo minimo storico rispetto al dollaro negli ultimi sette anni. Gli euroscettici sono così tornati in gioco.

Secondo alcuni analisti, l’effetto Boris è alla base della non-reazione apparente della popolazione inglese dopo la firma dei nuovi accordi. Infatti, prima del rinegoziato numerosi elettori dichiaravano che avrebbero accettato una permanenza nell’UE, a patto che si fosse verificato un maggiore restringimento sulle politiche contro l’arrivo dei migranti e che venisse garantita una maggiore protezione per i paesi dell’eurozona, insieme ad altri vantaggi. Tuttavia, dopo il rinegoziato nessun sondaggio ha rilevato alcun cambiamento significativo verso il No-Brexit. Certo, non si può dire che gli euroscettici abbiano fatto un balzo in avanti, ma se la prospettiva dopo il 19 febbraio era quella di un trionfo di Cameron e del fronte filoeuropeo, questo esito è stato scongiurato.

Colui che più di tutti è spaventato da questa situazione è il premier britannico, il quale assiste alla profonda lacerazione del suo partito. Un sondaggio fatto mercoledì per il Time mostra che il 31% dei membri dei Tory (partito conservatore) è favorevole a rimanere dentro l’UE mentre il 59% vuole la Brexit. Vista in un altro modo, tra tutti i votanti che si schierano per rimanere dentro l’UE solo un quarto ha votato per i Conservatori nelle elezioni politiche del 2015.

Ecco perché la posizione del sindaco di Londra assume un ruolo significativo e di qui a Giugno potrebbe influenzare decisivamente l’elettorato conservatore. Secondo un recente sondaggio di Ipsos-Mori, circa un terzo degli elettori conservatori, a prescindere dalle intenzioni di voto a giugno, hanno risposto che l’opinione del sindaco della City sarà rilevante nell’esito finale del referendum.

Il motivo risiede anche nella credibilità del primo cittadino londinese. Molti inglesi infatti sono disposti a votare contro il rimanere nell’Unione se a dirglielo è un filoeuropeo piuttosto che un euroscettico dichiarato. Non è un caso che Cameron abbia avuto gioco facile nel liquidare e bollare la posizione di Nigel Farage, leader dell’UKIP, come populista e inattendibile.

Ma cosa si aspettano gli inglesi dagli Euroscettici? Quali saranno i fattori determinanti? Un recente sondaggio della British Social Attitudes, rivela come la questione identitaria e quella economica sono i due elementi che maggiormente sono cari all’elettorato inglese. Se Johnson e la minoranza euroscettica dei conservatori saranno in grado di trasmettere questo messaggio, allora le possibilità di un vero Brexit aumentano.

Ora, di fronte alla incontestabile lacerazione del partito conservatore, ecco che la palla si sposta improvvisamente in campo avversario, dove i protagonisti sono il leader del partito laburista Jeremy Corbyn e il premier scozzese Nicola Sturgeon.

Come abbiamo detto prima, ben tre quarti di coloro che si schierano contro al Brexit nelle consultazioni politiche del 2015 hanno votato contro Cameron e hanno mal digerito le politiche di austerità adottate dal governo inglese oltre che le scelte nei confronti della crisi dei migranti. Ed è in questo contesto che Jeremy Corbyn può giocare un ruolo di prima importanza.

Certo Corbyn non è un filoeuropeo intransigente come lo sono stati in passato i suoi predecessori alla guida del Labour (Tony Blair e Ed Miliband). Ciononostante, potrebbe cogliere l’occasione per colmare il vuoto di leadership nel fronte no-Brexit, che lo scontro Cameron-Johnson ha lasciato aperto. E certo questo costerebbe al segretario laburista il rospo amaro di un’alleanza con il nemico Cameron, oltre che una campagna a favore di quell’Europa le cui misure di austerità il leader inglese ha sempre osteggiato. Tuttavia, il fine è buono e i laburisti vogliono rimanere nell’UE. Per questo Corbyn potrebbe cogliere un’occasione unica per porsi alla leadership degli inglesi filoeuropei e attaccarsi poi al petto la medaglia di merito una volta vinta la battaglia.

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Francesco Corti

Dottorando presso il Dipartimento di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano e collaboratore dell'eurodeputato Luigi Morgano. Mi interesso di teorie della democrazia, Unione Europea e politiche sociali nazionali e dell'Unione. Attivo politicamente nel PD dalla fondazione. Ho studiato e lavorato in Germania e in Belgio.

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