Atene e Sparta

Essere ateniesi e ammirare Sparta

Quando la libertà di pensare diventa volontà di autodistruzione: la civiltà che volle comprendere se stessa fino a desiderare la propria fine.
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Di Atene ci si ricorda. È per questo motivo che si è soliti dire che la civiltà occidentale viene dalla Grecia: per gran parte, quella che volgarmente viene intesa “Grecia” è in realtà quello che ci resta di essa, ossia l’eredità ateniese. Eredità particolare, in quanto talmente completa da riuscire a contenere insieme la propria affermazione e la propria negazione. Anzi, si può dire che il tratto più peculiare e distintivo di Atene fu, ed è, per chi ci si rivede, la negazione di sé. Si è ateniesi quando ci si ripudia e il ripudio di sé è causa e conseguenza del proprio pensiero, del proprio modo di stare al mondo. È per questo che tra le fila degli ateniesi illustri troviamo numerosissimi uomini che furono spiritualmente e politicamente ammiratori di Sparta.

Atene: il desiderio dell’autodistruzione

Si chiarisca subito un mito fondamentale o un luogo comune: tra Sparta e Atene quella cauta era la prima, quella eroica la seconda. La prima considerava la guerra come fatto necessario, ovvero che iniziava e terminava nelle proprie necessità tangibili; si va in guerra per sicurezza propria, per difesa del confine domestico e dei costumi aviti. Per Atene la guerra era un atto di ascesi. Il modo in cui una comunità usciva dalle proprie vite materiali e le faceva scorrere in un flusso più alto chiamato storia. In altre parole, per la gloria e l’immortalità di essa. Di Atene ci è rimasto molto, di Sparta quasi nulla. A ben guardare, sembrerebbe che gli ateniesi abbiano vinto la loro scommessa. Questo per dire che ad Atene, intesa come la somma delle sue coscienze, la sua polis ebbe al proprio interno un qualcosa che mancò a molte altre città greche continentali e alle loro colonie. Difficile dire cosa fosse quel “quid”, quello scatto culturale che consigliò a una collettività che ci fosse un piano “superiore” su cui combattere, in cui la vita iniziava ad assumere sensi e scopi per qualcuno astratti, ma per essa molto concreti. Se è difficile nominarlo, se ne può indicare la più chiara conseguenza: la coscienza storica. Ciò non significa tanto o solo avere la facoltà di capire la storia o di avere un’inclinazione nel vedercisi immersi. Significa sviluppare il seme della propria negazione. Contenere in sé ciò che si è e allo stesso tempo tutto ciò che non si è. Fare e pensare qualcosa, fare e pensare l’opposto.

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La Guerra del Peloponneso fu certo una guerra tra potenze greche, un fratricidio, ma fu anche e soprattutto la messinscena dell’autodistruzione ateniese. La Guerra del Peloponneso fu mossa da Sparta, ma il suo esito non dipese tanto dalla capacità spartana di vincerla, ma dall’inesorabile desiderio ateniese di perderla. Dalla cronaca militare di Tucidide emerge una coreografia squilibrata: Atene è frenetica, dialoga con sé stessa, vaga, si sposta; Sparta si limita a inseguirla, o meglio, ad attenderla al varco. Atene agiva e Sparta reagiva. Il desiderio di Atene era autodistruggersi poiché trovava molta ragione nel vedere tutta la gloria e il superfluo che s’era costruita tornare infine nell’oblio. Era un gesto necessario, estetico e riflesso di una stanchezza. Era la voglia di svegliarsi e ritrovarsi a Sparta, ossia muti, inconsapevoli della storia e dimenticati da chi verrà. Rifiutare l’immortalità per ritornare a vivere una vita mortale.

In questo senso, inizia a diventare comprensibile il poliedrico Alcibiade, annoverato famosamente tra i voltagabbana, tra i più eccentrici dei traditori. Alcibiade fu il prodotto più puro, più sublime di Atene. L’arci ateniese. Bello e brillante. Combatté per Atene, per Sparta, per la Persia. Combatté per la gloria di Atene, poi per la sua distruzione. E in questo non ci stava alcuna contraddizione. Era il semplice completamento della coscienza di una civiltà. Quando gli ateniesi misero Socrate a morte perché aveva «introdotto nuove divinità» e «corrotto la gioventù ateniese» in verità stavano condannando a morte se stessi. Noi siamo Socrate e ci togliamo la vita.

Il filolaconismo degli ateniesi

Di pensatori e politici o entrambi insieme, perché un pensatore era un politico e viceversa ateniesi che ammiravano Sparta (filolaconici) ce ne furono numerosi. Vissero tutti nella contraddizione esemplare della propria civiltà: essere per negarsi, essere filosofi e amare Sparta perché essere filosofi significava capirsi talmente tanto da voler sparire. Rigettare la Parresia, la libertà di parola, della polis ateniese per riflettere malinconicamente sul proprio paradosso, ovvero riflettere sulla sofferenza delle proprie riflessioni. Ecco una rassegna di alcuni tra i più importanti ateniesi che furono, ognuno a modo suo, ammiratori di Sparta.

Cimone (510-450 a. E. V.)

Cimone guidò le guerre della Lega di Delo contro la Persia, fautore di alcune delle vittorie cruciali che costruirono l’egemonia ateniese. Vedeva in Sparta non una nemica, ma una compagna esistenziale. Anzi, una compagna di giogo. Quando nel 464 avanti l’Era Volgare Sparta venne devastata da un terremoto e minacciata dalla rivolta della popolazione schiava degli Iloti, l’ateniese Efialte, democratico radicale, propose di cogliere l’eccezionale occasione per prendere le armi e dare il colpo di grazia alla città laconica. Cimone, rivale politico di Efialte, si oppose famosamente a quell’idea. Plutarco gli fa dire: «Non permettiamo che la Grecia diventi zoppa e che Atene resti senza la sua compagna di giogo». Cimone propose, così, di mandare aiuto a Sparta. Quest’ultima per orgoglio rifiutò e, seppur con difficoltà, si rialzò da sola. L’episodio mostra il curioso funzionamento delle relazioni tra polis, ma è anche un caso emblematico del politico e pensatore ateniese con una certa consapevolezza malinconica della storia, mentre probabilmente allo spartano un simile cruccio sarebbe parso inconsueto o alieno. Cimone temeva la distruzione di Atene, ma sembrava temere ancora di più la sua solitudine, come se la sua esistenza dipendesse anche da quella di Sparta, ordine politico e spirituale necessario, nonché fragilissimo e dunque prezioso. Per Cimone, in Sparta Atene trovava uno specchio e la misura di sé.

Senofonte (430/425-355 a. E. V.)

Continuatore dell’opera storiografica di Tucidide, Senofonte usò il suo potere di cronaca verso i posteri per lodare i re spartani. Senofonte fu ateniese, ma trattò le sue origini come una malattia. Volle disfarsene, o almeno tentò di farlo, durante il suo esilio. Visse a Sparta, che lo accolse donandogli una tenuta e lì crebbe i propri figli alla maniera spartana raro privilegio per uno straniero. Provava una forte ammirazione per il re spartano Agesilao, simbolo del sovrano ideale e della guida giusta, nel giudizio e nella misura. Eppure Senofonte, per quanto si sforzò, non poté divenire del tutto spartano, perché il suo amore per Sparta era il riflesso del suo odio per Atene. Raffinatissimo sentimento della sua coscienza che era nata ateniese e sarebbe morta come tale.

Crizia (460-403 a. E. V.)

Tra i politici più celebri della classicità vi è Crizia. Quando Atene venne sconfitta alla fine della Guerra del Peloponneso, instaurò il regime oligarchico dei trenta tiranni per fare della città una vassalla di Sparta. Questo fu il tentativo più radicale di uccidere la democrazia ateniese sin da quando questa nacque tra il VI e il V secolo prima dell’Era Volgare. Il suo progetto politico, la sua ideologia, doveva essere la chiusura del cerchio della civiltà ateniese, il compimento materiale della sua autodistruzione storica. Eppure il tentativo fallì e la democrazia venne restaurata poco dopo.

Platone (428/427-348/347 a. E. V.)

Platone è il più influente e celebre dei figli di Atene. Tra i suoi lavori, il dialogo con Crizia è quello che getta luce sul filolaconismo platonico. Non è un caso che Platone usi la personalità di Crizia, che di tutti gli ateniesi fu probabilmente quello che andò più vicino nel trasformare Atene in Sparta, per avanzare certe idee. Nel dialogo, Crizia racconta il mito di Atlantide. È un discorso sulle origini del mondo e della storia, ma c’è una spiccata vena polemica politica. Platone scrisse senza mai completare il Crizia negli ultimi anni della sua vita, dunque intorno al 360 avanti l’Era Volgare. Era il periodo crepuscolare della potenza ateniese, quello dell’ascesa inarrestabile della Macedonia di Filippo e del fallimento della seconda Lega di Delo. Platone guardava a questo periodo quando, per bocca di Crizia, narrava la presuntuosità, la decadenza e la pleonexia (l’eccesso) di Atlantide, che combatté una guerra con un’Atene antica, terrestre, ideale, rurale e devota. Atlantide, per colpa della propria brama di dominio e la propria avidità, finì per essere sommersa. Cancellata dai mari che l’avevano resa potente. Platone, nel Crizia, presenta per via mitologica e nemmeno troppo velatamente la metafora della propria amata patria, che gli aveva dato l’occasione di essere chi fu: città che osò tutto e volle tutto, che volle pensare tutto e fare tutto, finita per sprofondare nei mari che l’avevano servita.

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Alessandro Maria Radice

"Il mio nome è Legione, poiché siamo in molti": classe 2002 e vago storico, ma anche osservatore di tutte quelle arti che cerco, indebitamente, di fare mie.

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