il gatto nell'arte occidentale

Il gatto e lo sguardo occidentale: metamorfosi iconografiche di un animale ambiguo

Un’analisi dell’evoluzione iconografica del gatto, tra simbolo, osservazione scientifica e costruzione culturale.
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Nel vasto repertorio della rappresentazione animale nella storia dell’arte occidentale, il gatto occupa senza dubbio una posizione singolare.

Non come animale eroico né pienamente simbolico, il felino attraversa i secoli come figura ambigua, oscillante tra sacralità e sospetto, osservazione scientifica e proiezione culturale. La sua presenza nelle opere d’arte non risponde a una funzione decorativa marginale, bensì riflette profondi mutamenti nel modo in cui l’uomo ha interpretato il rapporto tra natura, alterità e conoscenza. Analizzare l’evoluzione iconografica del gatto significa dunque leggere, in filigrana, la storia dello sguardo occidentale sull’animale e sull’istinto.

Antichità: il gatto come sacro archetipo

La prima codificazione iconografica forte del gatto si sviluppa nell’Egitto faraonico. Sculture votive come il celebre Gatto in bronzo conservato al British Museum (XXVI dinastia) testimoniano una rappresentazione frontalizzata, essenziale, priva di individualità, in cui l’animale incarna la dea Bastet. Qui il gatto non è oggetto di osservazione naturalistica, ma figura rituale, segno di un ordine cosmico in cui animale e divino coincidono.

Il gatto di bronzo (British Museum)

Nel mondo greco e romano, al contrario, il gatto è raramente protagonista. Quando compare, come in alcuni mosaici domestici di età romana – ad esempio il mosaico con gatto e uccelli da Pompei – assume una funzione narrativa e decorativa, priva di una forte valenza simbolica. È un animale “presente”, ma non ancora concettualizzato.

Medioevo: l’animale sospetto

Con il Medioevo cristiano, il gatto entra in una fase di profonda trasformazione iconografica. Animale notturno, silenzioso e indipendente, diventa progressivamente associato all’inganno e al male. Nelle miniature e nelle sculture romaniche, il gatto compare spesso in contesti moralizzanti. Emblematico è il suo inserimento in alcune rappresentazioni dell’Ultima Cena, dove l’animale appare ai piedi di Giuda, come nel rilievo della Cattedrale di Autun attribuito a Gislebertus.

In questo periodo, la rappresentazione del gatto è funzionale al racconto morale: non interessa l’animale in sé, ma ciò che simbolicamente rappresenta. L’immagine perde qualsiasi intento osservativo e diventa segno ideologico.

Rinascimento: studio del movimento e tensione simbolica

Il Rinascimento segna un ritorno all’osservazione diretta della natura. Leonardo da Vinci dedica al gatto una serie di disegni in cui analizza posture, balzi e torsioni. Qui l’animale diventa oggetto di uno sguardo quasi scientifico, studiato per comprendere il movimento e l’anatomia.

Leonardo da Vinci, disegni della Royal Collection di Windsor

Nei fogli di studio di Leonardo dedicati al gatto, conservati in larga parte nella Royal Collection di Windsor, l’animale diventa un vero e proprio laboratorio di indagine sul movimento. Leonardo è affascinato dalla capacità felina di passare istantaneamente dalla quiete allo scatto, qualità che lo rende un modello ideale per comprendere la dinamica del corpo vivente. A differenza delle raffigurazioni simboliche medievali, qui il gatto non è caricato di significati morali, ma osservato come organismo complesso. Le posture multiple, spesso sovrapposte nello stesso foglio, indicano un metodo analitico che anticipa la scomposizione del movimento propria della modernità. Il gatto, in questo contesto, diventa strumento conoscitivo: non rappresenta qualcosa, ma serve a capire come funziona la natura.

Tuttavia, sul piano pittorico, il gatto conserva una funzione ambivalente. Nell’Ultima Cena di Domenico Ghirlandaio, un gatto appare in primo piano come elemento di disturbo visivo, allusione sottile all’istinto e al disordine. L’arte rinascimentale non elimina l’ambiguità medievale, ma la integra in una composizione razionale, trasformandola in tensione simbolica.

Ultima cena di Domenico Ghirlandaio, Toscana Musei, dettaglio

Nell’opera del refettorio di San Marco a Firenze, la comparsa del gatto in primo piano non è un dettaglio marginale. Inserito in uno spazio rigorosamente ordinato e prospetticamente controllato, l’animale introduce una sottile frattura visiva. Il gatto, corpo basso e laterale, appartiene al mondo dell’istinto e del movimento, in contrasto con la fissità sacrale della scena. La sua presenza non è apertamente demonizzante, ma ambigua: un residuo medievale che sopravvive all’interno di una composizione rinascimentale.

Età moderna: il gatto come oggetto quotidiano

Tra XVII e XVIII secolo, il gatto perde progressivamente la sua carica demonologica. Nella pittura di genere olandese, come nelle opere di Judith Leyster o Pieter de Hooch, il gatto compare in interni domestici come presenza naturale, parte della vita quotidiana.

Un esempio particolarmente significativo è La razza del gatto di Jean-Baptiste-Siméon Chardin, in cui l’animale è osservato con attenzione silenziosa, privo di giudizio morale. Qui il gatto non simboleggia altro che rispetto a ciò che davvero è: corpo, comportamento, presenza. Questo cambiamento riflette una nuova epistemologia dell’immagine, legata all’osservazione empirica e alla nascente sensibilità scientifica.

Ottocento e Novecento: tra modernità e inquietudine

Con l’Ottocento, il gatto diventa emblema della vita moderna.

In Olympia (1863), Manet introduce il gatto nero come elemento di radicale discontinuità rispetto alla tradizione pittorica della Venere distesa. Al posto del cane, simbolo di fedeltà coniugale, il gatto diventa emblema di una sessualità autonoma, non idealizzata, potenzialmente trasgressiva. La sua postura vigile e la coda eretta accentuano il carattere di tensione dell’immagine. Il gatto non accompagna la figura femminile: la commenta, la rafforza, la destabilizza. In questo senso, l’animale diventa un vero dispositivo critico, attraverso il quale Manet mette in crisi l’iconografia accademica e afferma una nuova concezione della pittura come superficie problematica, non pacificata.

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Nel Novecento, il gatto assume forme sempre più soggettive. Con Balthus, come vediamo in Le Chat de la Méditerranée, l’animale è presenza perturbante, specchio di una tensione psicologica sospesa.

In Cat and Bird (1928), Paul Klee riduce il gatto a una forma essenziale, quasi infantile, trasformandolo in un campo di tensioni psicologiche. Il felino non è più osservato nella sua fisicità, ma interiorizzato come figura mentale. L’uccello, disegnato sulla fronte del gatto, diventa rappresentazione del desiderio, dell’istinto predatorio che struttura la coscienza dell’animale. Klee non raffigura una scena, ma una condizione psichica. Il gatto si fa così metafora della percezione stessa: uno sguardo che ingloba ciò che desidera. In questa sintesi estrema, l’animale perde ogni riferimento naturalistico per diventare pura forma pensante.

Cat and Bird, Paul Klee

Contemporaneità: il gatto come dispositivo visivo

Nell’arte contemporanea, il gatto è ormai svincolato da una simbologia fissa. Artisti come Takashi Murakami o Jeff Koons ne utilizzano l’immagine come citazione pop, mentre in ambito digitale la figura del gatto diventa uno dei principali vettori dell’immaginario collettivo. L’animale non è più rappresentato: è riprodotto, moltiplicato, consumato.

Questa sovraesposizione non ne svuota il significato, ma ne riafferma la natura originaria: il gatto rimane una figura che resiste alla piena appropriazione simbolica, anche nell’epoca della massima visibilità.

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Antonia Cattozzo

Appassionata di qualsiasi forma d'arte deve ancora trovare il suo posto nel mondo, nel frattempo scrive per riordinare i pensieri e comunicare quello che ciò che ha intorno le suscita.

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