Storie di eroi e dèi sono alle origini del teatro. Ed è alle origini che torna Iliade. Il gioco degli dèi, spettacolo di Alessio Boni, Roberto Aldorasi, Francesco Niccolini e Marcello Prayer, andato in scena al Teatro Sociale di Trento dal 6 al 9 novembre.
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Il gioco del teatro
Lo spettacolo verte sulla messa in scena della guerra di Troia da parte degli dèi dell’Olimpo, convocati da non si sa bene chi dopo millenni su una spiaggia deserta, per ripercorrere le fasi che hanno portato al loro declino. Ecco allora che entrano in scena armature vuote, animate dagli dèi stessi, che ogni tanto si rivelano dietro queste maschere pur non nascondendosi fisicamente mai del tutto. Come giocassero con delle bambole, delle marionette a cui danno voce, movimento, volontà e desideri.
Una nota di merito va senza dubbio alla scenografia, opera di Massimo Troncanetti, e ai costumi e oggetti di scena, curati da Francesco Esposito, Alberto Favretto, Marta Montevecchi e Raquel Silva. La scena, inizialmente spoglia e buia, si rivela all’inizio della messa in scena degli eventi della guerra di Troia. Pur rimanendo essenziale, gioca con il controluce e i colori del fondale, ispirato forse ai fondi dorati e sporchi di alcune delle opere più celebri del pittore tedesco Anselm Kiefer. Luci e colori vanno dunque ad animare quella che è a tutti gli effetti un’arena, entro la quale gli dèi si scontrano, sia come loro stessi che nelle vesti dei propri eroi, rivelando la propria natura disinteressata e crudele, capace di distinguere il bene dal male ma indifferente di fronte alla scelta e alla sofferenza provocata.
«Iliade. Il gioco degli dèi»: tra comicità e tragedia
Liberamente ispirato all’Iliade di Omero, lo spettacolo vuole leggere il presente attraverso la lente del passato. Contestualizza, dunque, la tragedia classica, evidenziando i punti di connessione con le tragedie dei giorni nostri. Ma lo fa con una chiave di lettura insolita, data dall’approfondimento di un aspetto dell’Iliade da parte degli autori della messa in scena: la comicità. In mezzo alla guerra, al sangue, al sacrificio dei soldati, gli dèi si presentano come bambinoni annoiati e capricciosi, con un potere del quale conoscono i pericoli ma che esercitano nonostante il motto iniziale proclamato da Zeus: «Godetevi lo spettacolo, vietato intervenire».
Quello che fa lo spettacolo è rendere tutto e tutti più umani, scelta che funziona molto bene per gli eroi epici, mostrati nelle loro insicurezze e debolezze al di là del grande racconto che su di loro si è fatto nei millenni, ma un po’ meno bene per gli dèi, i quali risultano a tratti eccessivamente grotteschi – scelta forse voluta ma spesso quasi fastidiosa e stonata. Il finale conferma l’andamento in generale altalenante dello spettacolo. Le domande che scaturiscono dai cuori degli dèi negli ultimi minuti di messa in scena, infatti, sembrano formulate in maniera moralistica e profondamente didascalica, lasciando allo spettatore una chiara spiegazione dello spettacolo, senza possibilità di interpretazione personale, più che interessanti spunti di riflessione.
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