Un itinerario alla scoperta del patrimonio della Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea di Latina

Una inedita testimonianza del direttore Francesco Tetro
A cura di Lauretana Sciscione e Sara Taffoni

Latina, città dell’Agro Pontino, fondata con il nome di Littoria durante il ventennio fascista, è uno scrigno dell’architettura italiana del Novecento. Inaugurata il 18 dicembre 1932, vede la luce a partire dal progetto dell’architetto e urbanista Oriolo Frezzotti, incaricato, solo poco tempo prima, il 5 aprile 1932, di realizzare l’impresa da Benito Mussolini e Valentino Orsolini Cencelli, presidente dell’Opera Nazionale Combattenti. Lo stesso Frezzotti cura due anni più tardi il piano di ampliamento della città che, infatti, nel 1934 diviene capoluogo di provincia.

Oggi visitare Latina, testimone muta di un drammatico momento storico, permette di camminare in un museo a cielo aperto e vivere quella particolare atmosfera sospesa di dechirichiana memoria che le forme architettoniche creano giocando con la luce.

Tra le rilevanti costruzioni cittadine si vuole porre l’accento su quello che oggi a Latina è il Palazzo della Cultura, lungo Viale Umberto I, in quanto sede, a partire dal 1996, della Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea di Latina. Quest’ultima, inaugurata ufficialmente nel 1937, con il nome di Galleria d’Arte Moderna – Città di Littoria, è collocata all’epoca della fondazione negli spazi dell’Istituto Tecnico Commerciale Vittorio Veneto prima e nel piano terra del Palazzo Comunale poi.

La Galleria, come emerge dal catalogo pubblicato nel luglio del 1937, vantava una collezione permanente di 397 opere tra pittura, scultura e arti applicate ̶ donate a Littoria, dal 1932, da diverse istituzioni e da artisti, molte delle quali esposte, tra il 1935 e il 1937, alla II Quadriennale di Roma e alla XX Biennale di Venezia ̶ , salite a circa 500 nel febbraio del 1939 e probabilmente aumentate negli anni successivi, quando il Comune cominciò ad acquistare opere d’arte. GGli eventi bellici causano la dispersione delle opere della ricca collezione tra varie Istituzioni pubbliche della città, mentre di moltissime se ne perdono le tracce.

Solo a partire dal 1996, con l’inaugurazione della Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea di Latina, si espongono le opere perdute che nel corso degli anni precedenti sono recuperate, grazie all’impegno dell’attuale direttore della Galleria, Francesco Tetro, sostenuto in questo dalle istituzioni comunali e dal Nucleo del Comando di Carabinieri Tutela Patrimonio Artistico.

L’odierna collezione permanente – il cui riallestimento è realizzato da Tetro e inaugurato nel dicembre 2017 – non è la medesima del 1937: alle opere ritrovate, infatti, si aggiungono quelle acquistate dal Comune e quelle donate da artisti ancora viventi o dai loro eredi, nell’ottica di privilegiare la produzione artistica italiana tra le due guerre.

Uno spazio della Galleria è, inoltre, destinato a importanti mostre temporanee: tra queste Sibò futurista. Omaggio a 110 anni dalla nascita di Pierluigi Bossi, in occasione della quale la figlia dell’artista, Simona Bossi, dona alla Galleria una preziosa tempera su cartone del padre: Primo Bozzetto per la nascita di Littoria (1936-‘37); o anche l’esposizione Altre stanze. Anni ’50 e ’60 (27 gennaio 2018-8 aprile 2018), realizzata grazie alla collaborazione tra l’Amministrazione comunale e la Banca d’Italia, con più di 40 opere tra dipinti, sculture e ceramiche di artisti, come Corrado Cagli, Lucio Fontana, Giorgio De Chirico, Emilio Vedova, Renato Guttuso, Carla Accardi, Ugo Attardi, Franco Angeli, Enrico Baj, Alberto Burri, Tano Festa, Mario Mafai e Mario Schifano e altri maestri, mostra che ben chiarisce il passaggio dal figurativo all’astratto, all’informale e alla pop art.

Attraverso le parole del direttore della Galleria Francesco Tetro si vuole contribuire alla conoscenza di questo spazio museale, protagonista indiscusso del patrimonio italiano.

Lei si è occupato del primo allestimento della Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di Latina, abbiamo letto che fu Giulio Carlo Argan a rivolgerle l’invito di ricostruire l’intera vicenda della collezione permanente dispersa durante la guerra. Cosa ricorda di quei tempi e del lavoro svolto, ad esempio in merito alle opere cercate e ritrovate, ma anche in relazione al grande lavoro bibliografico e storiografico svolto?

Per ricostruire la collezione permanente dispersa durante la Guerra è stato di fondamentale importanza recuperare le foto di quelle opere. In una libreria antiquaria di Bologna ho avuto la fortuna di reperire il catalogo della Pinacoteca del 1937, in cui vengono menzionate 397 opere e sono presenti alcune fotografie delle stesse. Da qui è nata l’idea di portare avanti questa ricerca, tanto da parlarne con alcuni professori del Perfezionamento in Storia dell’Arte Sapienza di Roma, di cui era preside Giulio Carlo Argan, e dove ero impegnato come studente fino al 1979, quando sostenni gli ultimi esame di Storia dell’arte contemporanea con Nello Ponente e le seconde annualità in Storia dell’Arte medioevale con Angiola Romanini e in Storia dell’Arte Moderna con Giulio Carlo Argan. Solo nel 1993, ho ricevuto mandato dal sindaco di Latina Ajmone Finestra di sostituire l’assessore uscente e ho iniziato una stretta collaborazione con il Nucleo del Comando di Carabinieri Tutela Patrimonio Artistico. Come dicevo inizialmente, le foto ci hanno aiutato a rintracciare le opere dislocate presso uffici pubblici e scuole, forti del fatto che anche dopo 50 anni, dimostrando la loro appartenenza alla pinacoteca, non è possibile applicare l’usucapione. Fondamentale è stata la consultazione dei cataloghi della II Quadriennale di Roma del 1935 e della XX Biennale di Venezia del 1937, a cui risalivano la maggior parte delle opere del nucleo fondante.

Un contributo importante è arrivato anche dalla ricerca di archivio. A partire dai miei studi sul simbolista romano Vittorio Grassi, grande amico di Umberto Prencipe, ho conosciuto Sabrina Spinazzè, presidente dell’Archivio Umberto Prencipe e curatrice della Galleria Prencipe di Roma, che nell’archivio ha rintracciato le foto di opere della Pinacoteca di Latina risalenti agli anni Trenta. Nonostante la solerte collaborazione con il Nucleo dei Carabinieri, spesso la difficoltà nella riappropriazione è stata la discrepanza tra il titolo dell’opera presente in una foto e quella della stessa nel catalogo dell’epoca. Si sono creati dei contenziosi tra privati e istituzione pubblica: è tutt’ora un progetto aperto!

Un esempio tra tutti che ci terrei a sottolineare è il caso del quadro Campagna Romana di Achille Vertunni, ritrovato esposto nel Museo d’Arte Moderna di Indianapolis: una delle fondamentali prove documentate di come sono avvenuti nel tempo i recuperi delle opere perse, ma anche una testimonianza storica e umana. L’opera, infatti, riportata e accolta nella Galleria Civica (2000) con la partecipazione di autorità locali e americane, è stata riconosciuta da una signora presente nel pubblico. Negli ultimi anni della Seconda Guerra aveva circa 11 anni, Latina era deserta, la maggior parte dei cittadini si erano rifugiati nei paesi limitrofi, così arrivò a piedi in città attraverso i campi per recuperare degli oggetti di famiglia nella propria abitazione. Al ritorno, lungo la via Epitaffio, fu fatta salire su un camion, dentro il quale ricorda di aver visto le opere dell’allora pinacoteca e in particolare proprio il quadro di Indianapolis. All’angolo dell’Epitaffio girato il camion verso Cisterna, la ragazzina venne fatta scendere e dopo poco il camion fu mitragliato e uscì fuori strada. La storia di una parte di questo nucleo rubato si intreccia con gli studi di Lorenzo Cantatore su Palma Bucarelli. Emerge, infatti, che nel 1944 l’allora direttrice della Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma fu contattata per l’acquisto di alcune opere. Resasi conto che erano proprio quelle che la GNAM aveva concesso in comodato d’uso permanente alla Pinacoteca di Littoria, da lì sottratte durante il periodo bellico, simulò interesse all’acquisto. Il risultato fu il recupero delle opere in presenza dei Carabinieri e la riappropriazione delle stesse da parte della GNAM, dove tutt’oggi si trovano.

L’intento di coloro che avevano iniziato questa raccolta nel 1936, nell’allora Galleria di Arte Moderna di Littoria, era quello di far ammirare le opere d’arte dei migliori artisti italiani e soprattutto l’opera gigantesca di redenzione della Palude Pontina; quale potrebbe essere oggi la motivazione di questa Istituzione, oltre a quella espositiva, in una città come Latina, definita esempio di architettura Razionalista?

L’idea di istituire una Galleria di Arte Moderna di Littoria nacque da un docente di disegno e pittore catapultato a Littoria in quanto vincitore di concorso. In una città dove arrivarono genti da tutta l’Italia, lo scopo era di far sentire rappresentate le diverse anime regionali dell’arte e da qui la richiesta agli artisti di contribuire alla nascita di questa raccolta di arte che allora era arte contemporanea..

Oggi bisogna consolidare la Galleria, i nostri tesori sono le opere del periodo compreso tra le due guerre, è questo lo zoccolo duro da cui partire per la contemporaneità, aprendo ad artisti che rappresentino non solo la cultura italiana ma quella internazionale. La Galleria Civica, inserendosi in una città il cui impianto urbanistico richiama le tendenze del periodo di fondazione, con validi esempi di Novecento − soprattutto nell’architettura residenziale, come il quartiere Nicolosi (l’unico esempio di architettura e urbanistica razionalista) e Piazza Roma −, corrobora la portata culturale della città.

Abbiamo avuto modo di leggere un’ intervista nella quale esprimeva particolare interesse per i depositi di questa Galleria, considerati luoghi affascinanti e da valorizzare; prevede per queste opere dei riallestimenti ciclici per la collezione permanente, così da garantire un’alternanza delle opere esposte?

Nei depositi ci sono anche opere importanti degli anni ’60, altre degli anni ’70-‘80 acquisite dall’Istituzione pubblica in esposizioni dell’epoca, altre meno significative. Attualmente nella prima sala della Galleria, al centro, ci sono le opere recuperate, datate tra gli anni delle due guerre e alle pareti quelle ridonate dagli eredi degli artisti presenti nel ’37, per ricreare un bagno di colore del Novecento, apprezzato dai visitatori.

Oggi siamo arrivati a quasi 500 opere e nei momenti di vuoto della seconda sala – adibita ad esposizioni temporanee − prevediamo a rotazione l’esposizione delle opere più interessanti presenti nei depositi.

Mancano opere dell’Ottocento e gli astratti, che non erano rappresentati nemmeno nella collezione storica.

Le ultime esposizioni del dicembre 2017 “Sibò futurista” e “Altre stanze” dell’inizio di quest’anno hanno dato uno slancio, un’apertura verso le avanguardie del ‘900, in dialogo con le opere degli artisti fra le due guerre dell’esposizione permanente. Saranno seguite da altre iniziative simili?

Il nostro obiettivo dopo le ultime esposizioni è mantenere una continuità, non lasciare che intercorra troppo tempo tra l’una e l’altra, perché solo così la città e anche la realtà extraurbana – la stessa Roma – possono costruire nel tempo un rapporto con la Galleria. Era prevista una mostra su Sironi, invece è stata spostata di un paio di mesi, purtroppo questo rende le iniziative sporadiche, mentre la cittadinanza deve abituarsi alla regolare alternanza di nuovi allestimenti, chiedersi “come mai non c’è più niente?”.

Seguirà una mostra di artisti giapponesi dell’Otto-Novecento, che ho curato per il Ministero degli Esteri ed infine è programmata una esposizione di opere di Virgilio Marchi.

In questa città e in Provincia numerosi sono gli eventi organizzati in spazi espositivi privati di artisti locali, talvolta conosciuti a livello internazionale, in che modo la Galleria si pone con queste realtà?

Per ora il Comune non ha altri spazi per organizzare mostre contemporanee, l’unico modo è aspettare che vengano svincolati i finanziamenti già arrivati per il restauro conservativo dell’ex Garage Ruspi: lì andrà l’arte contemporanea. Per quello spazio venne fatto un concorso di idee, a cui avevo partecipato anche io. Era all’epoca disponibile anche lo spazio del parcheggio attiguo. Io con altri colleghi prevedemmo sia un restauro conservativo sia una piazza aperta in cui venivano realizzati studi d’artista da assegnare a rotazione. Arrivammo terzi, a vincere fu un progetto. Gli spazi sono molto grandi, e ci sarebbe la possibilità di realizzare anche un soppalco per aumentare lo spazio espositivo. Lì potrebbe essere esposto il contemporaneo dagli anni ’60 in poi, mentre per nuove acquisizioni patrimoniali si potrebbero fare dei concorsi a tema.

Si è mai pensato di lavorare a nuove e ulteriori pubblicazioni per valorizzare l’attuale patrimonio permanente della Galleria Civica?

L’obiettivo è di pubblicare un terzo volume aggiornato della Galleria, in cui oltre alle opere della storica pinacoteca siano censite le nuove acquisizioni contemporanee, accompagnate da schede di presentazione di artisti che dalla figurazione sono arrivati per maturazione ad una pittura segnica.

Con quale modalità l’offerta culturale di questa Galleria arriva agli studenti dei diversi ordini di scuola? Nell’ambito dell’alternanza scuola-lavoro realizzate stage con gli studenti della scuola superiore?

Abbiamo coinvolto le scuole fino alle medie tramite visite guidate nella Galleria, mentre le scuole superiori attraverso l’alternanza scuola-lavoro. In quest’ultimo ambito, negli ultimi due anni, ci sono stati validi esempi di collaborazione tra il Liceo Artistico di Pomezia, il Liceo G.B. Grassi di Latina e il polo museale di Maenza ̶ di cui sono direttore ̶ , che ha portato alla pubblicazione di una guida, alla realizzazione di pannelli e manifesti; la stessa cosa si sta tentando di fare con il Liceo Artistico di Latina e le Istituzioni museali della città.

Un altro rapporto con l’istruzione pubblica lo abbiamo creato grazie alle 150 ore di tirocinio pre laurea con le università. Abbiamo già avuto due ragazze che hanno lavorato con noi: la prima ha realizzato le etichette di tutte le opere, mentre l’altra, avendo una tesi sugli erbari portoghesi e il modo di dipingerli nel 1500, si è dedicata all’osservazione dell’arte di Cambellotti in relazione alla parte floreale. Sono arrivati recentemente cinquanta studenti di Berlino e del Politecnico di Milano, inseriti in un progetto, e interessati all’architettura e alla storia della nostra zona. A dimostrazione di una collaborazione non solo italiana.

 

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Redazione

Frammenti, rivista online di attualità e cultura, nasce nel 2017 come prodotto dell'associazione culturale "Il fascino degli intellettuali” con il proposito di ricucire i frammenti in cui è scissa la società d'oggi, priva di certezze e punti di riferimento. Quello di Frammenti è uno sguardo personale su un orizzonte comune, che vede nella cultura lo strumento privilegiato di emancipazione politica, sociale e intellettuale, tanto collettiva quanto individuale, nel tentativo di costruire un puzzle coerente del mondo attraverso una riflessione culturale che è fondamentalmente critica.