black pearl jam

Brillerai, ma non nel mio cielo: Black dei Pearl Jam

Un amore finisce, ma non sempre smette di illuminare. I Pearl Jam trasformano la perdita in una ferita cosmica: qualcuno brillerà ancora, solo non più nel nostro cielo.
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C’è qualcosa in Black dei Pearl Jam che sfugge alle definizioni semplici. Non è solo una canzone d’amore finito, come ce ne sono a migliaia e come siamo abituati a sentire. Non è nemmeno quel lamento nostalgico già ascoltato alla “mille giorni di me e di te”. È soprattutto un racconto poetico reso con profonda umanità, di quelli che ci portano dire, una volta finita una storia, “Okay ti metterò in loop per giorni interi e continuerò a farmi del male ascoltandoti, e nel frattempo, mentre mi spezzo, un po’ guarirò”.

Questo perché Black è il racconto di un momento preciso. Non la fine della storia, ma quello in cui si prende coscienza che l’amore può continuare a esistere anche quando la relazione è ormai impossibile. Ed è proprio lì che emerge tutta la sua struggente verità.

Black: l’origine di una ferita

Per capire davvero questa canzone, bisogna tornare all’inizio degli anni ’90, quando i Pearl Jam stavano ancora definendo la propria identità. La base musicale della canzone nasce prima ancora che la band sia completa: c’è solamente una demo scritta dal chitarrista, ma quando Eddie Vedder ascolta quel brano gli scatta qualcosa. Pensando a una sua relazione passata, decide di rielaborare il suo dolore in un brano che come sappiamo sarà incluso in Ten, il debutto della band, diventando nel tempo una delle tracce più amate pur non essendo un vero singolo ufficiale per volere degli stessi Pearl Jam, ritenendo il brano troppo intimo per renderlo così commercializzato.

Già dal titolo abbiamo un’immagine potentissima: il nero. Siamo nell’ambito grunge, come in tutti i generi non propriamente mainstream il nero è un colore di dichiarazione. Rimanda all’alternativo, al dark, all’annullamento dei colori come manifestazione dell’introspezione della persona. Del resto, il nero appare mentre un materiale brucia e poi diventa cenere. Il nero non costituisce mai l’inizio, ma ciò che resta dopo che qualcosa è cambiato irreversibilmente. E certo, quando ci addormentiamo, quando chiudiamo gli occhi, è questo che vediamo: il nero.

Sheets of empty canvas, untouched sheets of clay
Laid spread out before me, as her body once did, mmm
All five horizons revolved around her soul, as the earth to the sun, yeah
Now the air I tasted and breathed has taken a turn.

È questo che vediamo fin dall’incipit di Black: due persone che si stanno modellando, influenzando, c’è subito un paragone con l’argilla. Tutto passa dal contatto dei corpi, da una costruzione chimica e concreta. A risaltare la dimensione sensoriale della prima strofa, il riferimento all’aria che si respira, ora diversa, rispetto a prima. Il narratore ricorda la sua amata, quando “Tutti e cinque gli orizzonti ruotavano intorno alla sua anima come la terra intorno al Sole”, non a caso definita spesso sui social un modo meraviglioso di dire “ti amo” (per la serie tu dici ti amo, ma guarda Eddie Vedder cosa ha detto). A questo momento vivido, corporeo, sensoriale, dove il protagonista ha insegnato tutto anche della dimensione probabilmente sessuale alla sua amata, cos’è rimasto? Delle mani vuote.

Cancellare e incidere

Prima le sue mani toccavano il suo corpo, ora le nuvole. Se la prima strofa faceva riferimento ai fogli, ora le immagini sono i ricordi, le immagini mentali della relazione. Qui si contrappongono due risultati quasi opposti: le immagini vengono cancellate e tatuate insieme. Prima lavate nel nero, che non significa semplicemente dimenticate, bensì diverse, trasformate, non più accessibili nella forma originale. Anche se i ricordi vengono oscurati, allo stesso tempo diventano indelebili.

And now my bitter hands chafe beneath the clouds
Of what was everything
All the pictures have all been washed in black
Tattooed everything.

E l’immagine del tatuaggio è perfettamente coerente con tutto ciò che è stato espresso prima: il corpo, ciò che si indossa, che rimane, come un tatuaggio. Se pensiamo al nero in senso più ampio (fisico, simbolico, quasi cosmico) è ciò che non riflette la luce, assorbe senza restituire, ciò che esiste tra le stelle, non nelle stelle. Le immagini cosmiche non si manifestano nel ritornello, ma rimangono qua e là nelle strofe, in attesa di esplodere nel drammatico finale.

Quando il dolore non coincide con il mondo

Nella seconda strofa della canzone avviene uno spostamento fondamentale: prima nostalgia di quello che era, un quadro completo dei momenti idilliaci, con un rimpianto espresso nel ritornello. Poi, la vita che va avanti: il protagonista esce, cammina, si muove in uno spazio quotidiano e apparentemente normale. È circondato da bambini che giocano, sente le loro risate, ed è quasi stupito che la vita possa riuscire a continuare così, come accade a tutti noi quando perdiamo qualcosa di fondamentale e siamo affranti dal dolore. È una narrazione semplice, quasi banale, ma proprio per questo potente: il mondo non si è fermato, la vita mantiene il suo ritmo, ma allora, si chiede la voce, perché mi sento in ansia?

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Forse è una delle risposte a quelle tante semplificazioni che gli amici o chi ci sta vicino dopo una rottura cercano di darci: la vita è bella, il cielo splende, non ci pensare, non soffrire così solo per una persona. È qui che si apre una frattura profonda tra esterno e interno: da una parte un mondo ordinato, quasi indifferente, dall’altra l’immensa del dolore che passa per pensieri contorti che gli girano in testa, come una forma di claustrofobia mentale.

And now my bitter hands chafe beneath the clouds
Of what was everything
All the pictures have all been washed in black
Tattooed everything.

In maniera genialmente parallela e simmetrica, torna l’immagine del Sole, che prima veniva usato per parlare dell’amata, mentre riguardo al protagonista è un Sole che tramonta rapidamente. Ancora una volta la stella è il simbolo di quella relazione, della luce e del centro emotivo che rappresentava, il suo calare improvviso diventa il segno di una fine non metabolizzata, vissuta come brusca, destabilizzante. Per questo le mani stringono vetri rotti e ritorna il nero.

Una luce che non ci appartiene più

Tutto l’amore andato male ha trasformato tutto in nero, “Tatuato tutto ciò che vedo, tutto ciò che sono, tutto ciò che sarò”. Quindi la caratteristica principale di questo dolore è proprio l’eternità. Sembra che debba non passare mai, come un tatuaggio. Sembra che debba intaccare la percezione (ciò che si vede), l’identità (ciò che si è) e perfino il destino e il futuro (ciò che si sarà). Il movimento di questo testo è chiaro: corpo, cosmo, fisico, testa, sono tutti collegati all’impatto che la perdita ha avuto sulla persona.

E poi, la tremenda verità da accettare quando si sta provando ad andare avanti: anche se il sentimento non è più condiviso, continua a definire il soggetto. Il nero diventa quindi struttura, non più solo emozione. E proprio dopo questa chiusura quasi totale, arriva il paradosso più doloroso. Il protagonista afferma con lucidità di sapere che un giorno l’amata avrà una vita bellissima e per dirlo ritorna ancora una volta all’immagine della stella: l’amata sarà una stella nel cielo di qualcun altro. Nella consapevolezza che ciò avverrà c’è una forma di amore puro, privo di rancore, che passa per la stima e il riconoscimento pieno del valore della persona, senza desiderio che questa soffra per vendetta, ma con profondo rimpianto. Nonostante la sofferenza derivi proprio dall’ex amata, il protagonista non può che augurarle al meglio. Ma allo stesso tempo si chiede: perché non puoi brillare nel mio cielo?

Prima o poi capita di chiederselo. Perché, nonostante tutto il mio amore e tutto il valore che io ho compreso alberga in te, non posso più averti? Ed è proprio in questa domanda finale che Black raggiunge il suo punto più umano. Il nero a questo punto non è più solo il colore della perdita, ma lo spazio in cui questa contraddizione può esistere: amare qualcuno, riconoscerne la luce, una luce che esiste ancora, intensamente, ma, purtroppo, non più nel nostro cielo. Anche se quella luce continua a vivere dentro di noi, nei nostri pensieri, nella nostra quotidianità, ed è tatuata nella nostra pelle in modo irreversibile.

Del resto qualcuno ha detto che solo gli amori impossibili durano per sempre.

I know someday you’ll have a beautiful life
I know you’ll be a star in somebody else’s sky
But why, why, why can’t it be
Oh, can’t it be mine?

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Silvia Argento

Nata ad Agrigento nel 1997, ha conseguito una laurea triennale in Lettere Moderne, una magistrale in Filologia Moderna e Italianistica e una seconda magistrale in Editoria e scrittura con lode. È docente di letteratura italiana e latina, scrittrice e redattrice per vari siti di divulgazione culturale e critica musicale. È autrice di due saggi dal titolo "Dietro lo specchio, Oscar Wilde e l'estetica del quotidiano" e "La fedeltà disattesa" e della raccolta di racconti "Dipinti, brevi storie di fragilità"

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