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Ivan Il’Ič, la scoperta
dell’umanità della morte

9 minuti di lettura

Fino a oggi, 13 marzo, è in scena al Teatro Franco Parenti di Milano Ivan Il’Ič, lo spettacolo diretto da Ola Cavagna con protagonisti Mauro Avogadro e Nicola Bortolotti, liberamente ispirato al romanzo La morte di Ivan Il’Ič di Lev Tolstoj.

La storia è incentrata sulla figura di Ivan Il’Ič, un giudice la cui vita era stata così normale, o per meglio dire, così banale, da non essere, secondo l’autore, nemmeno degna di essere raccontata, al punto che perno dell’opera non è certo la vita, o le azioni, del giudice Il’Ič, ma la sua morte. Egli era stato, per tutta l’esistenza, attento solo ad un’unica cosa: il decoro. Per tutto il resto la sua vita era stata tranquilla, prima di eventi, di imprevisti, di dolori, di grandi sentimenti. Si potrebbe quasi definire Ivan un inetto: egli non ha fatto altro che rispondere, nei suoi comportamenti e nelle sue scelte, a ciò che ci si aspettava che lui facesse. Ivan ha delle relazioni, una moglie, due figli, ma tutti i suoi rapporti paiono soffrire lo stesso male di cui soffre la vita stessa dell’uomo: superficialità, piattezza e tedio. Un primo grande sentimento subentra nella vita dell’uomo, ma non certo in positivo: Ivan si ammala e comincia allora la sofferenze. In realtà il racconto di Tolstoj si apre proprio sull’evento della morte dell’uomo, che non è né il finale né qualcosa che debba restare in sospeso, come d’altronde il titolo dell’opera lascia presagire: è l’unico evento degno di nota nella vita di questo personaggio e questo lascia già adito ad una prima riflessione circa l’insignificanza del resto della sua esistenza. La morte viene rappresentata da subito come un evento carico di sofferenza, che è la prima emozione di cui si carica questo personaggio. Sofferenza per Ivan, ma non per i suoi parenti e conoscenti. Il modo il cui la sua morte viene affrontata dai colleghi e dalla moglie permette di comprendere quanto sia materialista e individualista il mondo borghese di cui Il’Ič fa parte: per i colleghi la sua morte significa un posto vacante che qualcun altro potrà occupare, per la moglie significa eredità.

Tolstoj

La morte, la sofferenza e la fisicità di un corpo che si consuma sono le prime immagini che vengono presentate al lettore così come allo spettatore. La rilettura di Ivan Il’Ič della Cavagna è molto fedele al testo, ma sa nel contempo essere estremamente originale. Lo spettatore si trova in un primo momento stranito dal sapiente uso della scenografia: essa si presenta scarna, ridotta all’essenziale, infatti lo spettacolo comincia con un sipario bianco ma trasparente chiuso, dietro il quale si intravede un accenno di mobilio che vuol simulare una stanza qualsiasi di una casa qualsiasi, tutto coperto di teli bianchi. Sul sipario vengono proiettate immagini e lo spettacolo ha inizio con alcune voci fuori campo. Per tutta la rappresentazione la messa in scena si appoggerà su questi espedienti: fondali proiettati, voci fuori campo, persino video (sempre in proiezione). Ivan Il’Ič viene presentato da terzi, prima dalle voci dei giudici e della moglie che annunciano la sua sofferente morte, poi da Nicola Bortolotti che, dimostrando grande versatilità e abilità per la quantità di ruoli rivestiti all’interno della rappresentazione, che descrive, impersonando la figlia del moribondo, le sue ultime ore, presentando la morte con un senso di ripugnanza che solo nel finale si lascia andare ad un accenno di sofferenza da parte di chi ha perso il padre, mentre sullo sfondo sono proiettate le immagini del corpo di Ivan, ovvero Mauro Avogadro, senza e veli, in un’ostentazione di ciò che l’uomo è ed è destinato ad essere: corpo che deperisce nel tempo.

In fondo è questo il significato che pare voler trasmettere l’Ivan Il’Ič: la morte, così come la vecchiaia, è qualcosa a cui tutti siamo destinati ad arrivare, negarlo è come negare la propria umanità. Nel momento in cui Ivan Il’Ič inizia a sospettare la propria malattia la nega a se stesso, spaventato che un evento eccezionale di tale portata possa sconvolgere la sua normale vita da uomo banale. «Caio è un uomo, l’uomo è mortale, Caio è mortale», si ripete in un perfetto sillogismo tra sé e sé, ma poi aggiunge: «ma io non mi chiamo Caio, quindi non è cosa che riguarda me!». Alla negazione si accompagna la paura e la sofferenza. La situazione cambia quando ad assistere Ivan infermo compare il giovane contadino Gerasim, unico che instaura un vero rapporto con il giudice. Gerasim è la figura della giovinezza spensierata e vitale, che si contrappone alla banalità dell’essere incarnata da Il’Ič; soltanto un personaggio tale può configurarsi, nel pensiero tolstoiano, come deus ex machina. Egli, infatti, riesce a placare le sofferenze del malato, sia fisicamente, con l’umile gesto di prestare le sue spalle “poggiapiedi” per tener sollevate un poco più della sedia, le gambe di Ivan, sia spiritualmente, rilevando all’uomo morente la più grande verità: memento mori, tutti si deve morire. Nel momento in cui la negazione del destino svanisce, svanisce la paura, svanisce la sofferenza.

Si potrebbe pensare ad una lettura in chiave cristiana (il testo risale al periodo successivo la conversione di Tolstoij), una sorta di conversione alla fede, nel momento in cui Il’Ič prova il primo sentimento positivo, ovvero la compassione, capendo che mai prima aveva condiviso tale sentimento con un altro essere vivente. I semi di una visione cristiana li coglie anche la regista e li comunica allo spettatore sia all’inizio, quando, con una parentesi rispetto alla storia principale, rappresenta brevemente un malato piagato scansato da tutti, aiutato solo da un semplice passante (che ricorda molto la storia del buon samaritano) e nel momento in cui Gerasim lava Ivan la sera prima della sua morte, con una citazione della lavanda dei piedi dell’ultima cena.

Tuttavia la rappresentazione nella sua integrità lascia presagire una lettura profondamente laica, a partire dall’iniziale proiezione di Preghiera su commissione di Pier Paolo Pasolini: non bisogna temere la morte non perché essa è una promessa di eternità («anche il cielo non è infinito», dice Ivan mentre muore), ma perché essa è di tutti, ma, se non la si teme, essa «è solo pace e tranquillità». Si può notare, infine, come la regista abbia deciso di intitolare lo spettacolo semplicemente Ivan Il’Ič, eliminando dal titolo «la morte», quasi a voler riscattare l’esistenza di questo personaggio nella sua totalità.

Ivan Il'Ič in scena al Teatro Parenti Fonte: http://www.teatrofrancoparenti.it
Ivan Il’Ič in scena al Teatro Parenti
Fonte: http://www.teatrofrancoparenti.it

Magistrale la performance di Mauro Avogadro, un Ivan Il’Ič prima pomposo e tronfio, poi spaventato, che si chiede cosa non sia andato nella sua vita. Fino alla disperazione di comprendere la verità: non aveva vissuto e ora deve morire.

Costanza Motta

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Costanza Motta

Laureata triennale in Lettere (classiche), ora frequento un corso di laurea magistrale dal nome lungo e pretenzioso, riassumibile nel vecchio (e molto più fascinoso) "Lettere antiche".
Amo profondamente i libri, le storie, le favole e i miti. La mia più grande passione è il teatro ed infatti nella mia prossima vita sono sicura che mi dedicherò alla carriera da attrice. Per ora mi accontento di scrivere e comunicare in questo modo il mio desiderio di fare della fantasia e della bellezza da un lato, della cultura e della critica dall'altro, gli strumenti per cercare di costruire un'idea di mondo sempre migliore.

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