“Joy”, come un’idea semplice
può cambiare la vita
di chi sa difenderla

Lo hanno definito «la storia di una Cenerentola moderna», ma non c’è nessun principe azzurro: la protagonista deve salvarsi da sola e ci riesce perfettamente. Joy è la storia di una ragazza che vive la parte negativa del tanto decantato american dream: il successo alla fine arriva, ma il conto da pagare è molto salato.

Immagine tratta dalla locandina del film

Immagine tratta dalla locandina del film

Per la serie “squadra che vince non si cambia” David O. Russell riunisce per la terza volta Jennifer Lawrence, Robert de Niro e Bradley Cooper in una produzione dal carattere piuttosto particolare, che non gli ha risparmiato critiche. Dopo Il lato positivo (2012) e American Hustle (2013) il regista mette in scena la biografia di Joy Mangano, imprenditrice di successo entrata nel mondo degli affari grazie all’invenzione del Miracle Mop, il mocio per i pavimenti. La pellicola approderà nelle sale cinematografiche italiane il 28 gennaio 2016.

La prima mezz’ora del film è dedicata al racconto della vita di Joy e alla presentazione della sua strana famiglia. Fin da ragazzina Joy ha dimostrato una brillante capacità di inventare e costruire oggetti, piccoli utensili di uso quotidiano capaci di facilitare la vita delle persone – viene portato l’esempio del collare per cani antipulci che non strozza, mai brevettato dalla protagonista. Le uniche a incoraggiare Joy sono la sua migliore amica e soprattutto la nonna, narratrice della vicenda. Ma questo non basta: il talento di Joy viene soffocato a poco a poco dalle vicende familiari e lei è costretta a mettere da parte le sue aspirazioni per occuparsi dei suoi cari.

Così la vita di Joy diventa quella che ci viene presentata all’inizio del film: madre di due figli e con un lavoro malpagato in aeroporto, la protagonista vive insieme alla madre, dipendente dalla televisione, al padre Rudy (interpretato da Robert de Niro), sempre in cerca di nuove storie dopo il tormentato divorzio, e all’ex-marito Tony, musicista fallito divenuto il suo migliore amico. A completare il quadro familiare ci sono la nonna e una sorellastra, Peggy, sempre pronta a ricordarle i suoi fallimenti.

La sua vita prosegue per inerzia fino a quando, quasi per caso, Joy inizia a ricordare il talento che possedeva da piccola. Molto delicato è il paragone con la vita della cicala, che rimane sepolta sotto terra per diciassette anni prima di ricominciare il suo ciclo vitale: come lei, anche Joy è rimasta nascosta da se stessa per diciassette anni ed è ora che riprenda a vivere davvero. E da un piccolo incidente domestico arriva l’idea: un mocio superassorbente, che si strizzi da solo e che si possa mettere in lavatrice. Con un foglio e i colori della figlia Joy realizza il progetto che la porterà alla grandezza.

La strada però è ricca di ostacoli: tutta la sua famiglia è coinvolta nel progetto, in particolar modo la nuova fidanzata del padre, Trudy (Isabella Rossellini), che è la maggiore finanziatrice, ma nessuno sembra crederci fino in fondo. La svolta arriva quando Joy conosce Neil, produttore del canale di televendite QVC, che crede nel suo progetto e le dà l’opportunità di venderlo in televisione. Finalmente arriva il successo per il prodotto di Joy, ma un problema con il brevetto porta l’intera società quasi sull’orlo della bancarotta. Dopo un ultimo, eroico sforzo Joy riesce finalmente a riprendersi ciò che è suo e a iniziare una vita che la porterà a brevettare decine di prodotti.

Non sono poche le critiche rivolte a questo film, che per il momento ha guadagnato a Jennifer Lawrence un Golden Globe e una nomination agli Oscar. La prima, e forse la più fondata, riguarda la giovane età dell’attrice che, nonostante una recitazione molto espressiva e profonda, non riesce a dimostrare più dei suoi venticinque anni (mentre dovrebbe averne almeno trenta). In secondo luogo, si è criticata la scelta della vicenda, giudicata “troppo banale” per essere oggetto di un intero film e dunque responsabile della lentezza di alcuni passaggi.

In realtà non bisogna leggere in Joy nessuna pretesa di grandezza. Le intenzioni del regista si possono scorgere già nelle parole di dedica con cui si apre il film: Ispirato alle storie vere di donne coraggiose. Una in particolare. Joy non è un’eroina che ha cambiato il corso della storia, ma una donna che è stata in grado di cambiare il corso della propria vita proteggendo la sua idea e la sua creatività fino in fondo. È anche, se vogliamo, una critica, seppur leggera: in primo luogo, al sistema capitalistico americano, che facilmente permette di sognare il successo, ma altrettanto facilmente crea modi per distruggerlo; in secondo luogo, alla famiglia e agli amici che, nonostante si dichiarino pronti a sostenere un progetto, alle prime avvisaglie di pericolo si tirano indietro, accusandosi l’un l’altro per il fallimento (emblematico è il destino di Rudy, Peggy e Trudy, a cui si accenna nel finale). Forse anche per questo tutti i personaggi “di contorno” non hanno un grande spessore e risultano essere più delle macchiette che dei veri co-protagonisti; anche Bradley Cooper, bravissimo nel suo ruolo di affascinante venditore, finisce per essere niente di più che un mezzo utilizzato da Joy per il suo scopo.

Alla fine, nonostante sia circondata da molte persone che le dimostrano affetto, Joy è sola: come si diceva, nessun principe azzurro interviene ad aiutarla e sono solo la sua determinazione e la sua astuzia a condurre a buon fine la vicenda. Si può vedere questa particolare caratteristica del film come un difetto. Oppure, in modo più condiscendente, si può considerare che, in un momento in cui la parità di genere è un argomento caldo in ogni Paese, David O. Russel ha realizzato un film leggero e piacevole, con una strizzatina d’occhio alle paladine del girl power. Una trovata furba, ma in definitiva un ottimo risultato.

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