L’estate dei Gallagher
Per anni la reunion degli Oasis è stata una specie di tormentone: se ne parlava ogni estate e ogni volta arrivava una smentita secca. Alla fine però è successo davvero, e Noel e Liam Gallagher sono tornati a suonare insieme dopo più di quindici anni, con una risposta del pubblico che è andata oltre ogni aspettativa.
La cosa che colpisce di più non è nemmeno il numero di persone, ma chi c’è sotto il palco.
Accanto a chi aveva vent’anni quando uscì (What’s the Story) Morning Glory? ci sono ragazzi che negli anni Novanta non erano ancora nati e che hanno scoperto gli Oasis per conto loro, a dimostrazione che il britpop, nato come fenomeno di una generazione e di un momento preciso, ha ancora qualcosa da dire.
In questo articolo proviamo a capire perché, partendo da cosa è stato davvero il britpop e da come è cambiato negli anni.
Che cosa si intende per Britpop
Il britpop non è un genere musicale in senso stretto, ma un’etichetta che la stampa britannica ha applicato, a metà degli anni Novanta, a band che suonavano in modi anche molto diversi: il rock da stadio degli Oasis, il pop elegante dei Blur, l’ironia sociale dei Pulp.
A tenerle insieme erano l’orgoglio per l’identità britannica, il debito dichiarato verso Beatles, Kinks e Jam e la voglia di raccontare la vita di tutti i giorni.
All’inizio del decennio il rock che dominava le classifiche veniva dagli Stati Uniti, con il grunge in testa, mentre in Inghilterra si erano appena chiuse la stagione di Manchester, con gli Stone Roses, e quella dello shoegaze.
Quest’ultima era fatta di band come My Bloody Valentine e Slowdive, con chitarre sature di distorsione e riverbero e musicisti quasi immobili sul palco, con lo sguardo sui pedali degli effetti, da cui il nome, che in inglese vuol dire “fissare le scarpe”.
Era musica più interessata al suono che al pubblico.
Mancava qualcuno che rimettesse le chitarre britanniche al centro, e il segnale arrivò nel 1993, quando la rivista Select mise in copertina Brett Anderson, il cantante dei Suede, davanti a una Union Jack, con un titolo che invitava le band americane a tornarsene a casa.
Era una provocazione, ma anche il segno che l’aria stava cambiando, e il britpop nasce così, a metà tra reazione e rivendicazione.

Ma non è solo una storia di musica. Nella seconda metà del decennio il Paese ritrova fiducia in sé stesso: moda, cinema, arte e design britannici tornano di tendenza, e si comincia a parlare di “Cool Britannia”.
Il britpop diventa così la colonna sonora di quel momento, e per questo viene letto come un fenomeno culturale, e in parte anche politico, oltre che musicale.
Manchester 1994-1995: La sfacciatagine come manifesto
Nel 1994 gli Oasis esordiscono con Definitely Maybe.
Live Forever, che Noel ha detto di aver scritto in risposta al pessimismo del grunge, è il brano che spiega meglio il loro modo di stare sulla scena. Nelle interviste, lui e Liam dicono a chiunque glielo chieda che saranno la band più grande del mondo.
Anche la copertina ha una storia che dice parecchio sulla band.
Venne scattata a casa di Bonehead (il chitarrista), a Manchester.
Noel avrebbe voluto rifare una vecchia foto dei Beatles seduti attorno a un tavolo in Giappone, quella sul retro di A Collection of Beatles Oldies, ma il fotografo non era convinto che cinque ragazzi attorno a un tavolo potessero bastare, così ha spostato tutto davanti alla grande finestra del salotto, con Liam sdraiato sul pavimento circondato da oggetti portati dai componenti della band come il disco di Burt Bacharach, la foto di Rodney Marsh per i tifosi del City e quella di George Best, voluta da Bonehead, che era l’unico tifoso dello United.

Nel 1995 esce (What’s the Story) Morning Glory? e gli Oasis diventano un fenomeno globale.
Brani come Wonderwall e Don’t Look Back in Anger sono conosciuti da tutti, anche da chi non ascolta gli Oasis.
Le canzoni le scrive Noel, semplici e facili da cantare in coro.

I Gallagher sono cresciuti a Burnage, un quartiere popolare di Manchester, e non hanno mai cercato di far dimenticare da dove vengono.
Per molti ragazzi sono la prova che una band operaia può arrivare in cima alle classifiche senza cambiare accento né atteggiamento.
Era musica della working class, rivendicata senza imbarazzo, in un Paese dove le differenze sociali pesavano ancora molto.
Blur contro Oasis
Il britpop diventa un fenomeno di massa soprattutto grazie a una rivalità che i giornali trasformano in una partita di calcio.
Da una parte ci sono gli Oasis, dall’altra i Blur, da Londra, che con Parklife si erano già fatti un nome.
Nell’estate del 1995 i due gruppi pubblicano un singolo lo stesso giorno, Country House (dall’album The great escape) contro Roll With It, e la gara per il primo posto in classifica finisce sulle prime pagine.

La mossa non fu casuale: la casa discografica dei Blur anticipò l’uscita del loro singolo per farla coincidere con quella degli Oasis, e a quel punto la sfida non si poteva più evitare.
Per qualche giorno l’Inghilterra parlò quasi solo di questo, tra titoli di giornale, scommesse tra amici e discussioni nei pub su chi dovesse prevalere.
Alla fine in classifica vinsero i Blur, e lo fecero con un margine abbastanza netto da far sembrare chiusa la questione. Ma fu una vittoria che durò poco, perché poche settimane dopo uscì (What’s the Story) Morning Glory? e il disco degli Oasis divenne un successo enorme, ben più grande di quello dei rivali.
Il singolo l’avevano perso, ma la partita vera, quella che contava per il pubblico e per la storia della band, l’avevano vinta loro.

Eppure ridurre tutto a una sfida tra due band sarebbe un errore, perché intorno a loro c’era una scena molto più ampia e varia di quanto lasciassero intendere i titoli dei giornali. I Pulp di Jarvis Cocker, che avevano aspettato anni prima di essere notati, con Different Class raccontarono la vita di provincia e le differenze sociali con un’ironia che pochi altri avevano.
I Suede, usciti con il loro album d’esordio, Suede, portavano invece un fascino ambiguo e decadente che con la working class degli Oasis aveva poco a che fare. Più tardi sarebbero arrivati anche i Verve, con Urban Hymns, il lato più malinconico e visionario di tutto il quadro.
Band diversissime, ma accomunate dal fatto di essere inglesi, di parlare dell’Inghilterra e di non avere nessuna voglia di somigliare agli americani.
Knebworth, Downing Street e l’inizio della fine
Il momento più alto arriva nell’estate del 1996, quando gli Oasis suonano per due sere di fila a Knebworth davanti a una folla enorme: ancora oggi quei concerti vengono ricordati come l’immagine che meglio racconta quegli anni.
L’anno dopo, con i laburisti di Tony Blair appena arrivati al governo, anche la politica cerca di avvicinarsi a quel mondo, e Noel Gallagher viene invitato a Downing Street.
È una scena che molti ricordano come il punto in cui una band nata fuori dai palazzi finisce per sedersi dentro, e da lì il britpop smette di essere qualcosa di spontaneo e diventa un marchio: un’estetica da vendere e un’idea di Inghilterra da esportare. Per parecchi critici è proprio qui che comincia il declino.

Verso la fine del decennio l’entusiasmo si spegne, e il disco che lo mostra meglio è Be Here Now, uscito nel 1997.
Era atteso come nessun altro e arriva con una pressione enorme addosso, ma viene ricordato soprattutto per i brani molto lunghi e per una produzione carica all’eccesso, tanto che per molti segna la fine dell’incantesimo.
Nel frattempo le altre band prendono strade diverse: i Blur si allontanano dal pop dei dischi precedenti, prima con l’album omonimo del 1997 e poi con 13, mentre i Radiohead si spostano verso l’elettronica.
Gli Oasis vanno avanti con Standing on the Shoulder of Giants (2000), Heathen Chemistry (2002), Don’t Believe the Truth (2005) e Dig Out Your Soul (2008), e continuano a riempire le arene, ma a ogni tour le tensioni tra i due fratelli diventano più difficili da nascondere.
La rottura definitiva arriva nel 2009, dietro le quinte di un festival.
Noel ripartirà con gli High Flying Birds, partendo dal disco omonimo mentre Liam fonderà i Beady Eye, per poi proseguire da solista.
Il ritorno e quello che ne rimane
Il successo della reunion si spiega in più modi, e il primo è generazionale: chi negli anni Novanta aveva vent’anni oggi ha figli adolescenti, e molti di quei ragazzi hanno scoperto gli
da soli.
Poi c’è la storia dei Gallagher, che ha già in sé tutto quello che serve per essere raccontata: due fratelli cresciuti in una famiglia difficile, un successo arrivato all’improvviso, gli eccessi, anni passati a insultarsi in pubblico e alla fine il ritorno insieme.
A questo si aggiunge un motivo più semplice: le canzoni di Noel sono scritte per essere cantate in coro, e in un’epoca in cui si ascolta quasi sempre da soli, con le cuffie, ritrovarsi a farlo insieme a decine di migliaia di persone ha un valore tutto suo.

Il britpop come movimento non è tornato, perché mancano le condizioni che lo avevano reso possibile.
Quello che è rimasto è un’estetica che continua a riaffiorare, fatta di giacche sportive, bucket hat e maglie da calcio vintage, e soprattutto l’idea che una canzone pop possa raccontare l’identità di un intero gruppo di persone.
I ritornelli sono ancora lì e continuano a funzionare, sia con chi c’era sia con chi è arrivato dopo.
Forse il vero significato della reunion sta in questo: non riporta indietro gli anni Novanta, ma mostra che quella stagione ha lasciato qualcosa di duraturo alle generazioni future.
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