Il paesaggio nell’arte/7

Termina così la nostra carrellata nella storia dell’arte, dalle testimonianze dell’epoca romana fino all’arte del ‘900 e a quella contemporanea: espressioni diverse che hanno come tema comune la rappresentazione del paesaggio, trattato, di volta in volta, nel corso dei secoli, come dato oggettivo, come simbolo – religioso o laico – oppure come stato d’animo.

MAX ERNST, La foresta imbalsamata, 1933, 162×253 cm

Max Ernst, La foresta imbalsamata

Max Ernst, La foresta imbalsamata

«La gente con lo sguardo innocente non ha difficoltà a vederci chiaro…».
Max Ernst

Questo è un quadro molto diverso ma si tratta pur sempre di paesaggio, è una visione. Max Ernst, pittore surrealista, si trovava in Italia, a Vigoleno, ospite della principessa Maria Ruspoli e ricorderà, a distanza di tanti anni, che nel castello della principessa c’era, nel salone principale, un grande quadro, che rappresentava San Giorgio, che lo inquietava. E così un giorno comprò una tela delle stesse dimensioni e, nell’arco di una sola giornata, dipinse questa opera, con la tecnica apparentemente ingenua del frottage: stese il colore poi con una matita o una punta, realizzò questi segni facendo pressione sulla tela appoggiata su una superficie ruvida. Questo quadro non aveva ancora un titolo, gli impiegati che lavoravano al castello, di ritorno da uno spettacolo di opera lirica, guardando il quadro videro una corrispondenza con il passaggio in cui il padre di Aida si rivolge a lei e le dice «rivedrai le foreste imbalsamate, le fresche valli, i nostri templi d’or». Quella è la suggestione che lo porta a intitolare il quadro Foresta imbalsamata.

JACKSON POLLOCK, La foresta incantata, 1947

Jackson Pollock, La foresta incantata

Jackson Pollock, La foresta incantata

Jackson Pollock è autore dell’espressionismo astratto americano degli anni ’40. Questo dipinto è il primo esempio di action painting. Pollock abbandona la tela su cavalletto, dipinge stendendo la tela di grande formato a terra, la calpesta quando dipinge, lavora dentro di essa: il suo corpo, i suoi gesti, la sua azione costituiscono una vera e propria performance che fa parte del valore dell’opera d’arte. Questi grovigli di vernice che lui fa colare dall’alto – quindi non tocca direttamente la tela, usa la tecnica del dripping, ossia dello sgocciolamento – danno una sensazione di inquietudine, sono nodi che sembrano inestricabili. Il titolo è La foresta incantata, e alcuni hanno avvicinato questa rappresentazione ad un’altra foresta, o meglio, alla «selva oscura» che è descritta nella Divina Commedia. Quell’intrigo di tracce, segni, macchie, colature, sembra ricordare il groviglio della selva dantesca e della stessa personalità artistica di Pollock: un animo inquieto capace di trasferire inevitabilmente nella sua pittura questo suo modo di essere e di vedere la realtà.

CHRISTO E JEANNE-CLAUDE, Surrounded Islands, 1980-83

Christo e Jeanne-Claude, Surrounded Islands

Christo e Jeanne-Claude, Surrounded Islands

ROBERT SMITHSON, Spirale di sassi, 1970

Robert Smithson, Spirale di sassi

Robert Smithson, Spirale di sassi

Due esempi di land art, arte sul territorio. Christo (Christo Vladimirov Yavachev, bulgaro) e Jeanne-Claude (Jeanne-Claude Denat de Guillebon, di origini marocchine), compagni nella vita e nell’arte, hanno davvero segnato e dato una svolta all’arte contemporanea dagli anni ’50 – quando hanno iniziato la loro opera – fino agli anni ’80 e oltre. L’operazione di Christo è quella di agire sulla natura, sull’ambiente, quindi su larga scala. Di lui sono famosissimi gli impacchettamenti di monumenti, o di isole come in questo caso: ha steso grandi teli di plastica di colore fucsia sull’acqua attorno alle isole. La visione dell’opera doveva essere necessariamente dall’alto e a una certa distanza. La realizzazione di questo tipo di installazioni dura dei mesi ma l’opera in sé rimane per due settimane, non di più, poi viene smontata e rimangono le fotografie e i video. Che senso ha un intervento ambientale di questo genere? Impacchettare significa nascondere, e nel momento in cui un’opera o una forma nota ci viene nascosta, noi siamo di nuovi curiosi di rivederla, torniamo a notarla, le prestiamo attenzione. E quindi, nella nostra mente almeno, si avvia un processo di riconoscimento, disvelamento e quindi apprezzamento.

La spirale di sassi di Smithson è la più nota opera di land art al mondo. Si tratta di un molo a spirale realizzato nel 1970 presso il Great Salt Lake nello Utah utilizzando il basalto della spiaggia. È rimasto visibile soltanto per due anni, il livello dell’acqua si è alzato e la spirale è rimasta sommersa per molti anni. Recentemente è stata riscoperta perché le acque sono di nuovo diminuite. Il basalto che inizialmente era scuro, è diventato bianco per effetto del sale dell’acqua. Non si tratta di un intervento invasivo, non va a danneggiare l’ambiente ma aggiunge qualcosa di artificiale che però rispetta la materia e le linee della natura, quindi può provocare una sensazione, visiva o interiore. Come si vive un’installazione del genere? Dall’alto, necessariamente, un po’ come per i disegni peruviani di Nazca, oppure dall’interno, si percorre il molo e si attraversa quella che è una grande operazione di land art. Può lasciare scettici, però a tutti gli effetti questa è oggi una forma d’arte.

ALBERTO BURRI, Il grande cretto di Gibellina

Alberto Burri, Il grande cretto di Gibellina

Alberto Burri, Il grande cretto di Gibellina

Se quello di Smithson è il più famoso esempio di land art, quello del cretto di Gibellina è il più grande d’Europa. Nel 1968 la Sicilia occidentale fu sconvolta da un terremoto di magnitudo 6. La città di Gibellina fu rasa al suolo e si decise di ricostruire Gibellina Nuova a qualche chilometro più a valle lasciando le macerie dove stavano per diverso tempo. All’inizio degli anni ’80, il sindaco della nuova città di Gibellina chieze l’aiuto di artisti contemporanei per fare interventi di arte urbana all’interno della nuova città, perché, a giudizio del sindaco, si continuava a respirare la morte anche nella nuova città. Quindi intervennero i maggiori artisti dell’epoca, come Mimmo Rotella, Andrea Cascella e tanti altri, e diede il suo contributo anche Alberto Burri. Gli altri operarono all’interno di Gibellina Nuova, egli decise di fare qualcosa per le macerie della vecchia Gibellina: compattarle, armarle per bene con il cemento, realizzare un immenso cretto bianco così che resti a perenne ricordo di questo avvenimento. È un grande monumento di land art per la memoria collettiva, a conseguenza di un disastro ambientale, la prima opera di questo tipo, in Italia come in tutta Europa. Questo monumento è percorribile, perché questi blocchi di cemento ripropongono esattamente la distribuzione urbana della vecchia Gibellina, con gli stessi dislivelli, la stessa morfologia del terreno, le stesse strade. Sono alti 1,5 mt, sono blocchi di cemento scabro senza alcun tipo di decorazione. Ci sono gli assi viari, piuttosto larghi. Seguendo le indicazioni di Burri, bisogna viverla per avere memoria di quello che è stato, e percorrerla in silenzio.

A lezione di Storia dell’Arte con la prof.ssa Daniela Olivieri • Cengio (SV), 3ª Stagione Culturale

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Lorena Nasi

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