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Perché proprio Parigi?
Parte I: politica interna

12 minuti di lettura

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Cercare di mettere mano agli eventi di Parigi dello scorso 13 novembre può essere una prova ardua per diverse ragioni. In primo luogo, le dinamiche che sottendono gli eventi parigini sono di una complessità tale che non è pensabile esaurirli in un unico articolo. Secondariamente, dobbiamo ammettere che, anche la più esaustiva delle spiegazioni, ha poco effetto se non c’è qualcuno che sia disposto ad ascoltarla. Ora, non è sempre questione di volontà cosciente il fatto di disporsi positivamente all’ascolto di un’argomentazione. Vi è anche un rifiuto incosciente, dettato da fattori psicologici singolarmente o socialmente determinati.

In un bellissimo editoriale comparso su Limes (1/2015) a seguito della strage di Charlie Hebdo, Lucio Caracciolo riproponeva la disputa Coué-Wood. Il farmacista francese Émile Coué de la Chateraigne (1857-1926) è stato l’inventore della teoria per cui è l’immaginazione a determinare le nostre azioni. Di conseguenza, Coué consigliava ai pazienti una tecnica di autosuggestione cosciente come terapia ad ogni malattia. Il cosiddetto méthode Coué trasorma l’idea fissa in realtà. D’altra parte la psicologa Joanne V. Wood ha di recente spiegato che il placebo non funziona se si manca di autostima: in tal caso, sottoporsi all’autoipnosi eccitante fa sentire subito peggio.

Partiamo allora da questa brillante disputa per comprendere quello che sta accadendo in questi giorni in Europa.

Che il vecchio continente soffra un deficit di narrazione è ormai piuttosto evidente e si rispecchia in una crisi generale nei modelli democratici e in nella sfiducia nella classe dirigente, come ben sottolineato nell’ultimo intervento su Mimesis Scenari da Slavoj Žižek. Una crisi che recentemente sembra aver colpito anche la Germania, che, dopo la questione immigrati e il problema VolksWagen, sembra essere più concentrata sulle dinamiche nazionali, sottraendosi così al ruolo di egemone positivo, cioè di forza che mostra al strada da seguire in Europa.

Le manifestazioni di solidarietà e appello ai valori comuni di inizio gennaio hanno lasciato presto il passo ai denti e agli artigli della calda estate greca e la percezione generale di una divisione evidente delle direzioni e degli interessi europei non ha fatto altro che confermare che non c’è autosuggestione cosciente che tenga se il paziente non ha autostima di se stesso. I tentativi di rassicurazione dei governanti europei hanno così prodotto gli effetti opposti, di cui il più evidente è la paura dell’Islam. Peggio: la convinzione che la religione musulmana, forte di oltre un miliardo e mezzo di fedeli, ci abbia dichiarato guerra. L’ultimo grido dello «scontro di civiltà»: mondo islamico contro Occidente.

Simile narrazione, per quanto affascinante e suggestiva, rischia però di non inquadrare la cifra della situazione corrente e addirittura induce le masse spaventate a vedere la realtà in modo distorto, a farsi trascinare da slogan semplificatori e soprattutto a sentirsi vittime. E come ogni vittima ci si sente in diritto di fare whatever it takes per uscire dal proprio stato di crisi.

Prima di cadere nel fanatismo è dunque utile fermarsi un secondo e cominciare a fare chiarezza. Per fare ciò è necessario porsi delle domande e la prima che sorge spontaneamente è: perché la Francia e non altri? Riuscire a rispondere a simile questione potrebbe essere di aiuto per capire se alcune nostre paure siano fondate o meno.

Per dare una risposta il più completa possibile al nostro quesito proponiamo di affrontare il problema guardando sia alla politica interna della Francia nei confronti della popolazione musulmana, sia alla posizione geopolitica francese nei luoghi dove l’ISIS arma e addestra i suoi proseliti. In questo articolo ci occupiamo solo della prima parte, rimandando ad un seguito dove tratteremo della seconda.

Partendo dunque dalla politica interna, possiamo elencare tre fattori problematici: l’incompatibilità delle leggi francesi con la religione del libro islamica, la mancata inclusione dei cosiddetti musulmani di seconda generazione e il difficile rapporto tra la popolazione francese e gli immigrati visti come semplice manodopera.

Quanto al primo punto, lo stato francese si fonda sul principio della laicità. Quest’ultimo non va interpretato come un rifiuto dei credo religiosi ma come un loro relegamento alla sfera privata.  In base ad una legge del 1872 in Francia è vietato acquisire informazioni sul credo religioso delle persone, a meno che ciò non avvenga nell’ambito dei censimenti indetti dalle autorità pubbliche. Quella che apparentemente sembrerebbe una questione di emancipazione e progresso, in realtà cela alcune problematiche assolutamente non trascurabili. In primo luogo in Francia non è possibile avere dei dati statistici precisi sul reale numero della popolazione musulmana residente: l’Ifop (Institut français d’opinion publique) nel 2009 parlava di 3,5 milioni, mentre enti pubblici di statistica, come l’Insee (Institut national de la statistique et des études économiques) e l’Ined (Institut national d’études démographiques), nel 2010 stimavano i musulmani in 2,1 milioni.

Secondariamente, quel principio che apparentemente sembrerebbe privo di pregiudizi, in realtà rimanda a una concezione teologica del fatto religioso. Una concezione la cui matrice è profondamente cattolica, nella misura in cui la distinzione tra dimensione interiore e dimensione pubblica è ben presente in tale cultura. Collocare la religione nell’ambito della sfera privata è un modo tutt’altro che neutro di porsi rispetto a questo fenomeno umano; si tratta di una visione prettamente cristiana della religiosità. Al contrario, l’Islam è per sua natura egalitario e ostile agli aspetti gerarchici. La realtà profonda dell’islam è composta da una galassia di sensibilità, di dottrine e di scuole giuridiche. Sebbene oggi esso appaia unificato sotto il profilo dottrinario dall’interpretazione wahhabita che le petro-monarchie del Golfo hanno diffuso grazie alla loro potenza economica, esistono ancora rivalità tra i musulmani radicali.

Che le élite francesi fossero mosse da una sorta di neocolonialismo mentale è apparso in modo assolutamente evidente nel 2003. Nikolas Sarkozy, allora ministro dell’Interno, propose un progetto volto a costruire un organismo di rappresentanza dell’Islam, che prendeva a modello la Conferenza episcopale francese. Ma di fronte a un tale pluralismo, com’era possibile avere un solo organo di rappresentanza? Come si è potuto pensare che il Cfcm (Conseil français du culte musulman) potesse essere veramente rappresentativo e accettato da altre organizzazioni, come l’Uoif (Union des organisations islamiques de France) vicina ai Fratelli musulmani? È evidente la mancanza di lungimiranza dell’allora ministro. Miopia che si mostrerà ancora più acuta quando, da presidente francese, Sarkozy trasformerà il suo neo colonialismo mentale in una vera e propria guerra, prima in Libia e successivamente in Siria.

Venendo al secondo punto, cioè alle condizioni di vita dei cosiddetti musulmani di seconda generazione, va osservato che in Francia la recente crisi economica ha colpito profondamente i figli delle famiglie musulmane, molto più dei francesi. L’esclusione sociale cui sono sottoposti, che spesso sfocia nelle guerre tra bande nelle banlieue parigine, ha indotto molti giovani a vedere nelle idee del neo proclamato califfato un punto di riferimento in opposizione ad un mondo che non gli appartiene. L’incompleto radicamento socioculturale, la disoccupazione dilagante si uniscono ad una terza grande problematica e cioè l’esclusione politica. Infatti, siccome in Francia, per esercitare il diritto di voto, bisogna registrarsi (come in America) e in pochissime famiglie di immigrati lo si fa, sono pochi gli esclusi che vanno a votare e così si alimenta il terreno perfetto per il reclutamento da parte dell’estremismo islamico.

L’ultimo fattore che va annoverato è indubbiamente l’atteggiamento francese verso l’immigrato, che, prima ancora che integrato economicamente e socialmente, viene assimilato culturalmente e quindi politicamente. La ragione sta nel fatto che la Francia ha sempre visto l’immigrazione più come un flusso di possibili soldati che come un bacino di manodopera e desidera potersi fidare di quelli cui mette un fucile in mano. Per contro, alla inclusione pluralistica si è preferito l’”omologazione forzata” di massa.

Alla luce di quanto detto, possiamo capire, almeno parzialmente, perché sia la Francia ad essere il principale bersaglio dell’ISIS. Il nuovo califfato infatti, che non attacca mandando uomini dall’Africa o dal Medio Oriente, ma recluta e addestra foreign fighters in Occidente, non può che raccogliere proseliti in quei paesi dove ci sono le condizioni sociali, politiche, storiche ed economiche favorevoli. E da questo punto di vista, come abbiamo visto, la popolazione musulmana francese aveva ed ha tutte le carte in regola per nuovi affiliati al progetto dell’ISIS. Ovviamente non si tratta solo di questo fattore, e, se vogliamo avere una visione completa sui fattori esterni, oltre che interni, è necessario guardare al contesto e alle scelte geopolitiche adottate dagli stati occidentali, Francia in particolare. Tuttavia non è possibile prescindere da uno studio delle condizioni di vita e dei fattori cosiddetti interni al fine di avere una visione il più possibile chiara degli eventi passati e di quelli futuri.

Francesco Corti

Dottorando presso il Dipartimento di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano e collaboratore dell'eurodeputato Luigi Morgano. Mi interesso di teorie della democrazia, Unione Europea e politiche sociali nazionali e dell'Unione. Attivo politicamente nel PD dalla fondazione. Ho studiato e lavorato in Germania e in Belgio.

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