Il paradosso delle periferie e delle unificazioni nazionali

Quando le periferie diventano centrali: Savoia e Prussia, da casate minori a grandi unificazioni.
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Seppur non più divisivi come un tempo, gli argomenti coinvolti nella storiografia dei periodi risorgimentali trovano un riscontro pratico nella percezione comune della nazione e della sua identità ancora oggi. Sono temi più di nicchia rispetto a quelli bellici della metà del Novecento, che sono invece di dominio politico e culturale universale, ma anch’essi portano delle criticità irrisolte. A volte si sente dire che quella italiana non fu un’unificazione, bensì una conquista, poiché non fu atto federativo, bensì frutto della strategia di uno stato, quello sabaudo. Quando si parla di unificazione tedesca non c’è molto spazio ad ambiguità, poiché era negli stessi intenti prussiani, nemmeno troppo nascosti, vedersi come egemoni e creatori del nuovo impero tedesco. Tralasciando per un istante la questione sulla “conquista”, quel che passa spesso in sordina è il fatto che sia lo stato sabaudo che quello prussiano erano stati, fino al momento delle unificazioni, delle entità periferiche rispetto ai bacini nazionali di riferimento. Anzi, forse addirittura quasi estranei. Condizione che paradossalmente li ha resi più capaci di farsi fautori di processi storici in cui sono entrati solo all’ultimo.

Il caso sabaudo: aspirazione e destino di una casata minore

I Savoia nascono nel basso Medioevo, nell’XI secolo, come conti quando Umberto I Biancamano, discendente della casa sassone degli Ottoni e dunque dei sovrani del Sacro Romano Impero Germanico, ottenne la contea di Moriana, ossia la Savoia, compresa per la maggior parte nel Regno di Arles. La presenza in Italia delle terre sabaude era trascurabile, ma si ampliò lentamente sin dall’XI al XIII secolo, quando attraverso la politica matrimoniale la casa Savoia ottenne le terre della marca torinese. Il centro politico del dominio restò per secoli, però, in terre francesi, a Chambery. Questo posizionamento tradiva un’aspirazione d’oltralpe, per molto tempo probabilmente inconsapevole, della casa Savoia. Aspirazione che era condivisa con molte altre entità politiche europee tra XII e XV secolo, tutte propense a desiderare la corona francese al tempo appartenente ai Valois. Il monarca di Francia si ritrovò, in effetti, a combattere una lunga serie di guerre per decretarsi non solo come egemone dell’esagono (desiderio di centralizzazione contro i particolarismi che nei secoli porterà alla creazione dell’assolutismo), ma anche come unico vero Re di Francia. Tra i più celebri rivali, certamente, sono da annoverare: i Plantageneti che cercarono di riunire sotto un’unica corona le terre inglesi, conquiste di Guglielmo il Normanno, e quelle francesi; e i Borgognoni che nel Quattrocento, dalle loro terre-cerniera tra Francia e Germania (non dissimili dalla condizione periferica dei Savoia), sfidarono la corona di Parigi. Tutto questo per dire che le aspirazioni francesi dei Savoia, visibili nelle loro politiche matrimoniali e belliche tra Trecento e Quattrocento, furono giustificate da un contesto labile e poco certo. Ma il rafforzamento della monarchia francese con l’arrivo dell’epoca moderna sembrò relegare definitivamente la casa Savoia a un ruolo di eterna periferia. Alla fine delle guerre d’Italia (1494-1559) il duca Emanuele Filiberto spostò definitivamente la capitale a Torino nel 1563. Da qui in poi si assiste a un cambio di visione politica e geografica, un’italianizzazione che si vede in un’espansione che procede verso oriente, verso la penisola. Già nella prima metà del Seicento i duchi di Savoia usarono le loro alternanti alleanze con Francia e Spagna per estendersi nel Piemonte orientale, nel Monferrato, poi contro Genova e verso la Lombardia. Le vicissitudini europee fecero poi sì che lo stato sabaudo, divenuto regno nel Settecento, assumesse la corona italiana, forse risultato del ripiego di una casata dalle molte aspirazioni che vistasi negata la prima, la più prelibata, si ritrovò a ottenere il suo surrogato. Una convergenza di destini tra la classe risorgimentale italiana che, nel proprio compito storico di fare lo stato italiano, trovò ben disposta e già maturata nei secoli l’inclinazione di casa Savoia.

Il caso prussiano: il ritorno a occidente dei tedeschi orientali

Se l’unificazione italiana dipese da uno spostamento d’orizzonte da ovest a est, quella tedesca ne contò una opposta. La Prussia divenne territorio tedesco, o abitato in prevalenza da tedeschi, solo nel tardo Medioevo, quando avvenne quel fenomeno di spostamento noto come Drang nach Osten, impeto verso oriente. Spostamento sia bellico che migratorio, guidato da signori tedeschi e seguiti da contadini in cerca di terra da coltivare. Di fatto la trovarono, togliendola agli slavi che già ci abitavano. Ma non sarebbe neanche vero dire che quelle terre divennero del tutto tedesche: la Prussia, quando divenne regno nel Settecento, conteneva al proprio interno una popolazione di polacchi cattolici non indifferente. La conquista acquisì un valore religioso, soprattutto rivolto ai popoli baltici pagani, e divenne missione esistenziale dell’ordine dei cavalieri teutonici, che nel tramonto del Medioevo possedevano ormai un dominio paragonabile ad altri regni europei. L’ordine venne sconfitto dal Regno di Polonia nella battaglia di Tannenberg del 1410 e da lì i territori prussiani cambiarono rotta storica. Arrestata la corsa verso oriente, il gran maestro dell’ordine, un Hohenzollern, unì la Prussia ai possedimenti brandeburghesi (che avevano come capitale Berlino) della propria casata. Ne nacque una formazione bicefala, con un piede nel Sacro Romano Impero e con l’altro in terre circondate dai polacchi. Ma fu proprio da quell’oriente che nacquero le condizioni per l’unificazione: la Prussia era stata inventata ex novo, protestante, con una nobiltà guerriera e senza particolarismi o privilegi tipici dell’Europa occidentale che trovava le proprie radici politiche sin dai tempi romani. Il paradosso periferico, analogamente al caso sabaudo, fece sì che l’unico stato davvero capace a fare l’unificazione nazionale, non tanto per disposizione materiale, bensì per aspirazione e chiarezza d’intenti, fosse quello più lontano, più periferico, originato da terre che al bacino nazionale non appartenevano affatto. Ed è curioso constatare come l’epilogo di queste storie siano dipese, forse in larga parte, non solo e tanto dall’aspirazione di una classe di potere, di un’ambiziosa e ristretta collettività, ma dal destino di casate che avevano fatto di un’ossessione, quella per la corona, una costante della propria genealogia.

Alessandro Maria Radice

"Il mio nome è Legione, poiché siamo in molti": classe 2002 e vago storico, ma anche osservatore di tutte quelle arti che cerco, indebitamente, di fare mie.

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