Philip Roth e l’onnipresenza dell’eros

«Ogni uomo, quando è ammalato, ha bisogno della mamma; se la mamma non è disponibile, altre donne dovranno sostituirla. Zuckerman l’aveva sostituita con altre quattro».

Bisogna ammetterlo: dopo aver sfogliato qualche pagina di una qualsiasi delle opere di Philip Roth – alcune più di altre, ma in generale basta prenderne una a caso – sorge inevitabile il pensiero “Ma questo è un maniaco!”. Il sesso sbuca letteralmente dappertutto, nei contesti più impensati e in forme che davvero non lasciano niente all’immaginazione. Basta fermarsi a due dei primi, controversi scritti dell’autore americano: Lamento di Portnoy (1969), un lungo monologo in cui il protagonista, Alexander Portnoy, non cessa per un secondo i parlare della sua morbosa ossessione per i sesso, e Il seno (1972), dove il protagonista si sveglia una mattina e scopre di essere diventato una gigantesca tetta di ottanta chili, che riesce a ristabilire il contatto con il resto del mondo solo attraverso il tatto.

Erotismo

Se poi si pensa che i protagonisti di Roth sono praticamente sempre suoi alter-ego, è difficile resistere alla tentazione di inquadrare lo scrittore americano come un vecchio bavoso che, anziché spiare le ragazze dal buco della serratura della toilette, ha deciso di scriverne. Cosa lo impedisce? L’irresistibile stile di Philip Roth, ironico, essenziale e incalzante, come uno strano incantesimo riesce a catturare e tenere legati a sé: e, nonostante venga da chiedersi se fosse proprio necessario mettere dentro tutti quei cazzo, figa e sborrare, si continua a leggere, d’un fiato, fino alla fine.

Superato il primo impatto con questo sfiancante dualismo, si inizia anche ad apprezzare la sapiente mescolanza di psicanalisi, satira, reminiscenze letterarie, teorie sulla storia di cui Roth impregna i suoi romanzi. E si inizia a capire per quale motivo sia considerato lo scrittore americano contemporaneo più brillante di questo secolo.

La lezione di anatomia (1983) è davvero una piccola perla in questo senso. Non è l’opera più conosciuta di Roth né la più acclamata; siamo lontani dalla grandezza di Pastorale americana, grazie al quale qualche anno dopo lo scrittore vincerà il Premio Pulitzer. Ma i cavalli di battaglia di Roth ci sono tutti, condensati in poco più di duecento pagine: il rapporto controverso con il padre, il legame dal sapore freudiano con la madre, il disprezzo e insieme l’attrazione per le radici ebraiche, il suo alter-ego più riuscito. E naturalmente un sacco di sesso.

La lezione di anatomia

Il romanzo in realtà non racconta una storia, quasi non ha un inizio e una fine. Nathan Zuckerman, il protagonista, è un affermato scrittore ebreo, divenuto celebre per il discusso romanzo Carnovsky, in cui mette a nudo tutte le contraddizioni e la repressione in cui vive una famiglia ebrea. Ma mentre gli procurava la celebrità, il suo capolavoro ha anche causato la rottura dei rapporti con la famiglia natale. La storia inizia poco tempo dopo la morte della madre di Zuckerman, un dolore che il protagonista non riesce nemmeno a sentire perché affetto da un altro tipo di dolore, puramente fisico e insopportabile, che si dirama dal collo lungo la schiena.

La lezione di anatomia è una storia di dolore e del tentativo prima di combatterlo, poi di conviverci. Zuckerman cerca di capirne la causa, certamente, ma si rende conto ben presto che non c’è una causa. Tutto ciò che riesce a fare, allora, è stordirsi con la droga e con il sesso.

«Quelle sedute erano un tormento per entrambi e finivano generalmente con la segretaria sul materassino. Coito, fellatio e cunnilingus erano tutte cose che Zuckerman poteva sopportare più o meno senza soffrire, purché stesse supino e tenesse i thesaurus sotto la testa per avere un punto d’appoggio. […] A sdraiarsi con lui sul materassino venivano le sue quattro donne. Erano tutta la vita vibrante che aveva. […] Gli raccontavano i loro guai e si svestivano e abbassavano gli orifizi perché Zuckerman li riempisse».

Ma Zuckerman non può andare avanti così: da quattro anni non scrive nulla, il dolore occupa la sua mente e il suo tempo. Decide, quindi, di tornare a Chicago, dove aveva frequentato l’università, e iscriversi alla facoltà di medicina: non soltanto per curare il suo male, ma soprattutto per curare la sua anima, stanca dell’ossessione per la scrittura. Nemmeno a Chicago, però, riesce a rinunciare del tutto alla sua maschera di uomo dalle mille pulsioni e si spaccia, con chi non lo conosce, per un famoso pornografo. Fino a quando dice “basta” e torna ad essere semplicemente se stesso.

«Per la maggior parte della gente è la realtà che è noiosa e banale. Fare una cagata è la realtà. O aspettare un taxi. E beccarsi un acquazzone. Non fare niente è la vera realtà. O leggere la rivista «Time». Ma la gente, quando scopa, chiude gli occhi e fantastica di qualche altra cosa, qualcosa di assente, qualcosa di elusivo. Be’, io mi batto per questo ed è questo che gli do, e credo che quello che faccio per la maggior parte del tempo sia buono».

Ma che cosa rappresenta il sesso per Nathan Zuckerman, infine? È il tentativo di superare il suo dolore senza causa, di proiettare fuori di sé qualcosa che è dentro e parte di lui. È qualcosa che, lo scrittore lo confessa subito senza troppe remore, gli riesce bene, una sorta di porto sicuro che gli permette di trovare rifugio dalla sua vita che sta cadendo in pezzi; a Chicago è il mezzo per crearsi una nuova identità, fingere di poter riscrivere la propria storia. Il sesso è, insomma, una via di fuga. Ma il suo dolore è lì proprio per ricordargli che non può, non deve fuggire da se stesso. E, infine, Zuckerman capirà che «il modo migliore di adattarsi al dolore è non adattarsi»: deve viverlo e basta. Ed è molto indicativo che, in Pastorale americana, il successivo romanzo in cui compare (in veste totalmente diversa), Zuckerman sia diventato impotente.

 

 

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