Il mondo antico, sia greco che romano, aveva un legame profondo con la natura, nella quale si cercavano i segni e le impronte della presenza del divino. Gli elementi naturali per gli antichi erano degli strumenti per entrare in contatto con gli dèi, con l’anima del mondo, col soprannaturale e con l’aldilà. In quel contesto di credenze, di simboli e di mitologia, diverse piante diventano emblematiche, assumendo esse stesse un valore mitologico e sacrale: acquisiscono una loro storia culturale e una loro funzione antropologica.
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Tra le piante più presenti nella mitologia e nella religione dei Greci e dei Romani ne troviamo cinque particolarmente menzionate e presenti: nei culti, nei racconti, nella letteratura e nell’arte, con affreschi, ceramiche, statue, incisioni. Parliamo dell’alloro, del mirto, dell’ulivo, della vite e del grano. In questo articolo proveremo a decifrare i principali significati attribuiti dagli antichi a queste piante e cercheremo di delineare la loro funzione religiosa, antropologica, mitologica e sacra, all’interno di un mondo capace di osservare, più di noi, il mondo della natura.
L’alloro: la poesia e il mito di Apollo e Dafne
La prima pianta sacra della quale possiamo fare menzione è l’alloro. L’alloro era ritenuta fin dai tempi più remoti, nel mondo greco, una pianta purificatrice, legata a doppio filo alla sacralità, ai culti, alle celebrazioni. In seguito diventerà anche pianta della poesia, dell’ispirazione poetica, simbolo della cultura e delle arti. L’alloro è la pianta sacra del dio Apollo. Il racconto di come lo sia diventata fa parte di uno dei miti più conosciuti e affascinanti.
A spiegarcelo è infatti Ovidio, ne Le Metamorfosi, laddove ci dà notizia del mito di Apollo e Dafne. Il dio Apollo, dopo una discussione con Eros (Amore), viene per dispetto colpito da una freccia d’oro, che lo fa innamorare di Dafne, una naiade, ossia una ninfa delle acque figlia del fiume Peneo, in Tessaglia. Contemporaneamente Amore scocca una freccia di bronzo contro Dafne, la freccia dell’odio, che le fa detestare Apollo.
Inizia così lo sfrenato tentativo di Apollo di cercare e inseguire la fanciulla per la quale ha perso la testa, cioè Dafne, che di contro fugge nelle selve, implorando il padre Peneo e gli dèi tutti affinché possano salvarla dall’indesiderato amante. Per volontà degli dèi, alla fine, la naiade Dafne, per sfuggire all’impetuoso inseguimento di Apollo, viene trasformata in una pianta dall’alloro. Da quel momento, in memoria dell’amata perduta, Apollo consacra l’alloro. La pianta non diventa sacra soltanto per lui, ma anche per le arti e per la poesia.
L’alloro, associato alla poesie, verrà in seguito largamente utilizzato. L’incoronazione dei poeti, come nel caso di Petrarca, vedrà nel Medioevo proprio l’apposizione di una corona dall’alloro sul capo. Stesso valore simbolico che si dà oggi alla corona dei laureati (laureato, da laurus, la pianta d’alloro). Rimanendo nel mondo antico, l’incoronazione con l’alloro era tipica anche durante la celebrazione dei trionfi. In generale, le corone d’alloro sono associate alla sacralità, alle cerimonie, al mondo sacro.
Il mirto: la pianta degli altari e l’episodio di Polidoro nell’Eneide
Come l’alloro, anche il mirto aveva un’importanza rilevante nel mondo antico, sia in Grecia che a Roma. Il mirto era associato alla dea Afrodite. Secondo la mitologia, infatti, Afrodite, nata dalla spuma del mare, emergendo nuda dalle acque, si sarebbe coperta, appena giunta sulla spiaggia, con una pianta di mirto. Proprio per l’associazione con Afrodite, nel mondo greco, il mirto era utilizzato anche per incoronare le spose durante riti nuziali, così come a Roma, nel mondo latino, serviva a incoronare le fanciulle nel corso delle Veneralia, le celebrazioni d’inizio aprile dedicate alla dea.
Il mirto era inoltre la pianta sacra delle funzioni religiose. I rami di mirto venivano infatti utilizzati dagli antichi greci per accendere i fuochi degli altari sacri durante le celebrazioni religiose o per allestire i vari sacrifici in onore degli dèi. Proprio per questo motivo, il mirto viene citato nell’Eneide di Virgilio in occasione di un episodio divenuto famosissimo nella letteratura, che ispirerà anche quello di Pier della Vigna, nella Divina Commedia di Dante. Si tratta dell’incontro tra Enea e Polidoro.
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I troiani esuli, dopo il rogo della città e la grande fuga, sbarcano sulle coste della Tracia. Proprio lì, mentre Enea sta spezzando dei rami da una pianta di mirto, per allestire un altare agli dèi, dalla pianta vede sgorgare del sangue. Si tratta del sangue di Polidoro, concittadino di Enea, che, fuggito cercando riparo, trovò invece la morte. Il suo corpo, trafitto dalle frecce, si trasformò, sulla spiaggia, in una pianta di mirto. Enea, spezzando i rami, sente la voce di Polidoro che si lamenta, così come Dante – notoriamente cultore di Virgilio – sentirà lamentarsi Pier Della Vigna, il gran consigliere di Federico II, morto suicida.
L’ulivo: il dono di Atena, il simbolo della prosperità
Non di poco conto è il significato attribuito alla pianta d’ulivo. Ben noto è il valore economico, alimentare e agricolo della pianta d’ulivo in tutta l’area mediterranea. La produzione di olive, di olio, l’esportazione, i traffici marittimi e l’operosità nelle campagne sono tutti fattori che non solo hanno caratterizzato il mondo antico, ma continuano ancora oggi ad avere un ruolo di primo piano in molteplici contesti. L’immagine di pianta della prosperità, dell’operosità umana – raccolta delle olive, produzione dell’olio – era già ben chiara agli antichi Greci. Una pianta sacra in quanto immagine della ricchezza, l’ulivo come segno di civiltà.
Nella mitologia dei Greci l’ulivo è legato alla dea Atena. Secondo i racconti, la città di Atene era contesa tra due divinità: Poseidone e Atena. Per vincere la competizione, entrambe le divinità presentano dei doni alla città: Poseidone un cavallo, Atena la pianta d’ulivo. Gli Ateniesi scelgono il dono della dea, l’ulivo in quanto simbolo di civiltà e di operosità, ma anche di sentimenti pacifici (il lavoro e il raccolto), piuttosto che il cavallo di Poseidone, più legato alla guerra o alle rivalità. La città da quel momento sarà consacrata alla dea Atena.
L’ulivo iniziò, pertanto, anche a simboleggiare la pace e la concordia. Durante le olimpiadi greche, i vincitori venivano incoronati con la corona d’ulivo (kotinos), simbolo del valore morale e sportivo, prima che della vittoria stessa. Nel mondo romano si consolida l’idea dell’ulivo come pianta della pace e della concordia, rendendolo simbolo della Pax romana, sotto Augusto. In generale, successivamente, anche con l’avvento del Cristianesimo, la pianta d’ulivo rimane simbolo della pace e non a caso ricorre spesso e volentieri nel periodo pasquale, utilizzata, ad esempio, per la domenica delle Palme.
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La vite: tra banchetti, ebrezza dei sensi e culto di Dioniso
L’altra pianta simbolo delle credenze, delle tradizioni e del divino nel mondo antico, è indubbiamente la vite. Dalla vite – anch’essa tipica del Mediterraneo, e per questo di intere civiltà – nasce l’uva, dalla quale si produce il vino; protagonista indiscusso del banchetto greco-romano, il Simposio, il vino è simbolo di unione, amicizia, cordialità e ospitalità. Ma ovviamente il vino, la bevanda per eccellenza del mondo antico, è anche legata all’ebrezza, al piacere dei sensi, alle feste, alla perdita momentanea della ragione, alle passioni.
La vite è simbolo del dio Dioniso (Bacco), strettamente legata alle sue raffigurazioni, al suo culto, ai rituali iniziatici, alla catarsi del teatro. Il mondo dionisiaco è il caos contro l’ordine di Apollo, contro la linearità, contro l’armonia delle forme. Il dionisiaco è scomposto, è passione, è visione, è veggenza, è perdersi nei sensi. Il vino, in quanto bevanda che ubriaca, è immancabile protagonista della mitologia dionisiaca.
L’ubriachezza, nell’antichità, era vista anche un po’ come forma di possessione divina, d’ispirazione divina. Come l’inalazione di fumi e di erbe nei santuari, tipo Delfi, sede dell’oracolo. Perdere momentaneamente i sensi per abbracciare il divino era considerata parte essenziale dei rituali sacri. Nel mondo romano le Baccanali erano le festività legate a Bacco, dove lo scorrere del vino e la pianta della vita diventano simbolo di unione tra umano e divino, tra terreno e celeste. L’ebbrezza come innalzamento verso una coscienza superiore.
Il grano e le spighe: i culti misterici, la morte e la rinascita, Demetra e Persefone
L’ultima pianta della quale parleremo in questo articolo, non per importanza, è il grano. Il grano e le spighe fin dalle più antiche civiltà hanno assunto grandi significati religiosi, mitologici e antropologici. Il grano è simbolo dell’abbondanza, del cibo, della vita. Il suo ciclo, puntuale e ripetuto, è emblema anche della vita umana, ma pure della salvezza divina: l’uomo nasce e muore, ma il grano dopo la morte rinasce, come l’uomo di fede rinascerà dopo la morte.
La spiga di grano nel mondo antico rappresenta anche la dea Demetra e il mito della scomparsa Persefone. Demetra (Cerere per i romani) è la dea dell’agricoltura. Quando la figlia Persefone fu rapita da Ade e portata negli inferi, Demetra smise di favorire l’agricoltura e di far crescere la vegetazione rigogliosa, ricominciando a dare vita al mondo solo al ritorno della figlia. Così i Greci spiegavano l’alternarsi delle stagioni: tramite il patto tra Demetra e Ade per la liberazione di Persefone. Sei mesi sulla terra (primavere ed estate) e sei mesi negli Inferi (autunno e inverno).
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La spiga di grano, presente anche sulla monetazione antica, simboleggiava i Misteri di Eleusi (Misteri Eleusini), particolari culti iniziatici legati a Demetra e ai cicli vitali dell’uomo e della natura. Il grano e le spighe, che sono nutrimento, nei culti celebrati ad Eleusi diventano chiara immagine dell’immortalità dell’anima. L’uomo nasce e muore come il grano, a cicli regolari, ma attraverso il divino può rigenerarsi, risorgere a nuova vita, attraverso però un processo di iniziazione misterica e di purificazione.
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