«Quale pane porta in sé ogni pietra?» Che cosa può raccontare una pietra? E, soprattutto, quale forma di vita può nascondersi dentro qualcosa che siamo abituati a considerare immobile, silenzioso, inerte? È da questi interrogativi che prende avvio Pietre di pane. Memorie di geografie fragili, la mostra che il Mart presenta alla Galleria Civica di Trento dal 17 luglio al 15 novembre 2026.
Curata da Giulia Colletti e Gabriele Lorenzoni, l’esposizione guarda ai territori segnati dallo spopolamento, dalle trasformazioni economiche e dai processi estrattivi, con una particolare attenzione alle terre alte. Ma non è una mostra sui «luoghi perduti» intesi come scenari da rimpiangere. Al contrario, il progetto invita a interrogarsi su che cosa significhi oggi abitare un territorio fragile e su quali possibilità esistano per prendersene cura e riattivarlo.
Restare nel problema
Il punto di partenza è il pensiero dell’antropologo Vito Teti e, in particolare, il concetto di restanza. Restare, in questa prospettiva, non significa semplicemente non partire. È una scelta consapevole: continuare ad abitare luoghi attraversati da fratture storiche e sociali, assumendosi una responsabilità nei loro confronti. Una posizione che non cerca soluzioni facili, ma accetta di «restare nel problema», osservandolo e attraversandolo.

La mostra riunisce circa cinquanta opere di 31 artisti e artiste, mettendo in dialogo lavori delle Collezioni del Mart, alcuni raramente esposti, come quelli di Richard Long e Mirella Bentivoglio, con interventi site-specific e importanti prestiti da gallerie e collezioni private.
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Il percorso può essere seguito attraverso quattro «villaggi» ideali: latenze, attriti, derive e riattivazioni. Non sono sezioni rigide, ma strumenti per orientarsi tra opere e temi. Le latenze riguardano ciò che rimane sotto la superficie: resti, sedimentazioni, assenze. Gli attriti fanno emergere conflitti, archivi incompleti e storie irrisolte. Le derive seguono invece le traiettorie di migrazioni e spostamenti; le riattivazioni cercano, attraverso pratiche partecipative e performative, di mettere in relazione le tracce del passato con la presenza di chi visita.
Al centro, la materia
A tenere insieme queste diverse prospettive è la materia. La pietra, innanzitutto, diventa una sorta di archivio: conserva il tempo geologico, ma anche il lavoro umano, le trasformazioni del paesaggio e le storie delle comunità. È evidente, per esempio, in Trento Ellipse di Richard Long. L’artista utilizza pietre di porfido della Valle di Cembra, una risorsa estrattiva fondamentale del territorio trentino. Disposte in un’ellisse, le pietre registrano l’esperienza del camminare, ma portano con sé anche la memoria della cava e della fatica necessaria a sottrarle alla montagna.

Il rapporto fra materia, territorio e memoria assume forme diverse nelle opere di Maria Lai. Il pane, legato ai saperi dell’entroterra sardo, diventa memoria condivisa, gesto comunitario e linguaggio. Nel video dedicato alla fiaba di Maria Pietra, artigiana del pane, e nella documentazione di Il muro cucito, la casa rurale appare come un corpo ferito che può essere ricucito.
Anche il pane può diventare materia politica. In For Marie Antoinette ’68, Mladen Stilinović realizza un’installazione con pani locali e blocchi di pietra, trasformando un alimento quotidiano in un gesto di resistenza. Santiago Sierra, con 90 x 90 cm Bread Cube, porta invece il pane fuori dalla sua funzione primaria: ingrandito e compattato in un cubo, non può più nutrire e diventa immagine delle disuguaglianze nell’accesso alle risorse. E proprio qui la metafora del titolo acquista il suo significato più ampio. Pane e pietra sembrano appartenere a due mondi opposti: uno è organico, quotidiano, nutriente; l’altra è minerale, dura, apparentemente immutabile. Pietre di pane suggerisce invece che entrambi possono essere depositi di memoria. La materia può custodire ciò che una comunità ha vissuto, ciò che ha perduto e persino ciò che potrebbe ancora generare.
«Pietre di pane»: una mostra diffusa
La mostra non propone dunque una risposta univoca. Chiede piuttosto di guardare ciò che resta come qualcosa che continua a parlare. E invita a considerare la fragilità non soltanto come una condizione di perdita, ma come uno spazio nel quale possono nascere nuove forme di cura, responsabilità e immaginazione.
Anche per questo Pietre di pane non rimane confinata alla Galleria Civica: il progetto si estende alla città attraverso interventi di arte pubblica, eventi e attività rivolte alle comunità. A partire da settembre, il public program porterà infatti la riflessione della mostra fuori dagli spazi espositivi, trasformando Trento stessa in un ulteriore luogo di incontro e di confronto.
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