L’Austria non è stata fondata, è accaduta. Ha travalicato i confini delle epoche ed è rimasta sedimentata, accumulata nella regione della Mitteleuropa e alle sponde del Danubio. Un dominio personale reminiscente il tardo medioevo e la prima epoca moderna, con le caratteristiche di uno stato illuminato settecentesco. Arrivato sulle soglie del XX secolo, si presentava al mondo come un anacronismo sopravvissuto un po’ per virtù e un po’ per caso. Ma per alcuni l’Austria, o Austria-Ungheria dal 1867, non era un anacronismo. Era, forse sì, un paradosso, ma soprattutto la rappresentazione di un mondo possibile. Un progetto di pace, unione e tolleranza che non era stato pensato sin dall’inizio, ma che era capitato all’Austria come uno scopo casuale e in cui la propria classe intellettuale volle credere. Oppure, se non credere, rimpiangere una volta che quel mondo possibile, quella bella idea che l’Austria era arrivata a rappresentare erano passati e morti assieme al suo impero e la catastrofe delle guerre mondiali. Ma i suoi abitanti non hanno mai smesso di essere austriaci. Sudditi dell’Austria universale. Austriaci non nel senso di tedeschi sudorientali, ma figli di un’idea che trovava nel suo impero un miraggio immerso in un mondo che cadeva nella distruzione. Per Stefan Zweig l’Austria era Il mondo di ieri. E la coscienza dei suoi abitanti rimasti orfani, girovaghi del mondo, costretti in un’intercapedine tra la fine del prima e l’inizio del dopo, è stata ed è la coscienza dell’Europa.
L’impero e l’uomo senza qualità
Per iscritto si chiamava Monarchia Austro-Ungarica, ma a voce si chiamava Austria […] era lo stato che si limitava a seguire se stesso, vi si viveva in una libertà negativa, sempre con la sensazione che la propria esistenza non ha ragioni sufficienti, e cinti dalla grande fantasia del non avvenuto o almeno del non irrevocabilmente avvenuto […] benché molte cose sembrino indicare il contrario, la Cacania era forse un paese di geni e probabilmente fu questa la causa della sua rovina.
Robert Musil, l’Uomo senza qualità, Einaudi 2014, pp. 33-35
Ciò che era l’impero asburgico superava qualsiasi nome gli si potesse dare. La caratteristica peculiare dell’impero austriaco o austro-ungarico era che non poteva essere definito con certezza. Non si poteva dire esattamente cosa fosse, ma si poteva fare qualche supposizione su quello che non era. Da qui la sua “negatività”, ossia la necessità di essere definito come al di fuori di qualcos’altro. Esso era composto di due parti: la Cisleitania e la Transleitania. La prima era la parte che aveva in Vienna la propria capitale, la seconda ce l’aveva a Budapest. I termini erano sorti perché non era chiaro cosa avessero in comune quelle entità che erano nate nel 1867 dopo l’Ausgleich, ossia la creazione della monarchia duale sotto la corona asburgica. Si poteva però dire con certezza che una parte stava aldiquà del fiume Leita (i domini austriaci), mentre l’altra stava aldilà (i domini ungheresi). Ma a parte questo secondario dettaglio geografico (il Leita è un tributario del Danubio piuttosto piccolo) non c’era nulla che accomunasse quei territori: non per lingua, non per etnia, non per confini naturali. La formula identificativa data da Musil “Cacania” è il risultato di un concetto che potrebbe contenerne un’universalità di altri senza trattenerne alcuno. L’Austria diventa così definibile solo per la sua natura imperial-regia “kaiserlich königlich”, dalle quali iniziali tedesche “ka-ka” prende il proprio nome di Cacania, guscio vuoto e identitario.
Musil, parlando del suo protagonista Ulrich, diceva che «un uomo senza qualità è fatto di tante qualità senza un uomo». Difatti, nel romanzo Ulrich è un individuo che generalmente non si definirebbe mediocre. È colto, raffinato, ha una sensibilità morale. Non è certo perfetto, ma ben lungi dal non avere qualità nel senso volgarmente inteso. Musil non recrimina al suo Ulrich di essere privo di qualità, ma di essere un uomo senza uno scopo o un’integrità. Di non essere soggetto. Da qui deriva il fatto che le qualità che possiede siano prive di un uomo con cui esse possano esprimersi nel tempo e nel mondo. Le qualità sono esseri indipendenti e impersonali che non vengono più brandite dall’uomo, frammentato e disperso senza un soggetto. L’uomo diventa incapace perché non più rivolto all’azione, bensì al pensiero di come potrebbe agire. Per questo l’Austria era considerata, da Musil, una patria di geni, gente rivolta al possibile e a un mondo della passività ideale. L’inetto, che si legge nei romanzi del triestino Italo Svevo, nato sotto gli Asburgo anch’egli, diventa così il suddito dell’impero austriaco. E L’impero austriaco, o Cacania, è la trasposizione sovrumana del suo suddito Ulrich. Esso aveva molte qualità: era cosmopolita, aveva delle classi colte che vivevano in brodi culturali diversificati, in capitali dell’umanità prima che nazionali come Vienna, Praga, Cracovia, Leopoli, Trieste, era pacifico e stabile, relativamente tollerante e volto a un progresso non rapidissimo, ma costante. Ma la Cacania era tante qualità senza un impero e il suo valore non equivaleva la somma dei propri sparsi e apprezzabili aspetti. E questo fatto è il vero filo rosso che lega il romanzo incompiuto e senza trama di Musil: l’élite austriaca, colta, diversa, cattolica, ebraica, umanista, scientifica, moderna, conservatrice deve venire a capo di un’idea che possa rappresentare l’Austria universale, la patria di tutti e di nessuno. L’occasione per farlo è la cosiddetta Azione Parallela: nel 1918 il kaiser di Germania Guglielmo II avrebbe compiuto trenta anni di regno, mentre parallelamente l’imperatore Francesco Giuseppe d’Austria ne avrebbe compiuti settanta. Come segno di superiorità spirituale e storica, resa manifesta dalla longevità e grandezza del monarca, la più alta società austriaca cerca di fare del proprio impero un soggetto preciso, servitore di un’idea degna di essere servita. Ma nel 1918, l’anno in cui si sarebbe dovuto consumare il giubileo della corona e della sua eternità, l’Austria perse la Grande Guerra e di colpo, da grande impero che era, si ritrovò ritirato nella forma di un piccolo e insignificante stato alpino.
La coscienza dell’intercapedine
Lo scioglimento dell’impero ha costituito per una parte consistente della propria società un trauma che non ha molti precedenti nella storia umana. Di imperi ne sono caduti, ma quello austriaco fu fra tutti quello che passò dalla realtà alla finzione nel minor tempo e col minore sforzo. Il giorno prima c’era e il giorno dopo non più. Un evento storico e politico liquidato con leggerezza, dimenticato e sostituito dai nazionalismi che seguirono la Grande Guerra e che colmarono il vuoto dell’impero. Ma se l’idea svaniva, a svanire non era la società che l’aveva portata con sé con convinzione per tutta una vita e generazioni di avi. L’impero non c’era più, ma i suoi abitanti restavano e questi ultimi si ritrovarono come profughi storici di un mondo naufragato, strappati da un passato ormai inesistente, inseriti in un presente estraneo e incapaci di inventare un altro futuro. Erano divenuti, storicamente e spiritualmente, degli apolidi e dei girovaghi in un’intercapedine tra un prima che non sarebbe tornato e un dopo che non sarebbe mai stato loro. Oltre che nella persistente malinconia e vuotezza ravvisabile in Musil, questo concetto è espresso dall’opera di un autore come Joseph Roth che ha trattenuto per tutta una vita sentimenti di nostalgia rispetto al mondo possibile che si era infranto in un attimo alla fine della Grande Guerra. Nel romanzo La marcia di Radetzky l’alta società austriaca veste con convinzione febbrile i costumi imperiali come attori di una finzione. Vivono nell’ideale, specchio di quella umanità di “geni” presentata da Musil, attaccata al pensiero del possibile ancor prima del reale. Non tanto l’orgoglio, ma il significato della loro esistenza risiedeva in quella marcia suonata dalla banda, da quei pranzi, da quella carriera militare o burocratica, da quella fedeltà spirituale alla corona dipinta da Roth. Ma oltre che la fine del senso di un’esistenza collettiva, la fine dell’impero asburgico, per un ebreo galiziano come Roth, coincideva con la fine della pace e dell’idea universale che per mezzo secolo sembrò guidare la sopravvivenza di una grande Austria. In Fuga senza fine l’intercapedine spirituale è la protagonista silenziosa del breve romanzo, dove un abitante di una patria scomparsa e sconfitta vaga tra oriente bolscevico e occidente senza più ritrovarsi con alcuna idea e con nessuno dei sentimenti delle persone che lo circondano. In mezzo, l’Europa centrale, balcanica, danubiana, ora indipendente, ma frammentata e vulnerabile. Ai cechi, ai moravi, agli slovacchi, ai polacchi, agli ucraini e a tutto il cosmo delle nazioni che abitano nella caldera dell’Europa centro-orientale era dato il prospetto di esistere nell’Austria universale, ai margini di un mondo parallelo fatto di capitali cosmopolite, oppure, quando tutto questo si sarebbe dissolto, di divenire spoglie di imperi più grandi e, a differenza di quello asburgico, meglio definiti: Germania e Russia. La tragedia tra 1933 e 1945, di cui la Guerra Fredda avrebbe rappresentato una dolorosa continuazione, ne fu purtroppo la dimostrazione.
L’opera di Roth, così come quella di Musil o Zweig e di altri autori appartenenti tutti allo stesso filone austriaco del periodo tra le due guerre, hanno l’importanza, forse spesso sorvolata, non solo di essere ritratto particolare di un destino nazionale, ma anche quello più universale di una grande epoca contemporanea che essi stessi richiamano a parole e che ha a che fare con l’Europa. Sconfitta e distrutta nel Novecento, si è amalgamata tra due poli e ha dato vita, similmente all’inconsapevole Austria, a un mondo parallelo mai del tutto definito e formato, dove si vive in un presente pacifico e si serve un’idea di unità e convivenza, mentre fuori emergono la violenza e la sopraffazione. E la sua crisi attuale, come quella della sua predecessora Austria, vive nella duplice natura della concretezza e della finzione. Appare reale nelle sue molteplici qualità presenti, nelle sue istituzioni e nei suoi progetti, ma forse eretta fragilmente sulla sola base di un’idea che potrebbe scomparire in un attimo e lasciare d’un tratto orfani i suoi superstiti servitori.
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