Marta Cuscunà Sorry boys

Storia di una comune femminile al Piccolo Teatro: «Sorry, boys»

Un’indagine teatrale sulle crepe dell’educazione affettiva e sulle resistenze delle giovani donne di fronte alla violenza di sistema.
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Dodici teste meccaniche accolgono gli spettatori in platea, dove sono state aggiunte anche alcune file di sedie nello spazio scenico del Teatro Studio Melato. Come degli strani trofei, o forse come inquietanti moniti, i protagonisti di questa storia aspettano che la voce di Marta Cuscunà li animi.

I fatti

Nel 2008, nel Massachusetts, diciotto ragazze di una scuola superiore rimangono incinte tutte nello stesso momento. Sono tutte sotto i sedici anni e sembra che la cosa non sia una semplice coincidenza. Il gruppo di giovani sembra aver stipulato un patto segreto per cui sarebbero rimaste tutte incinte e poi avrebbero cresciuto i loro figli in una specie di comune femminile.

Lo spettacolo non mette in scena le ragazze, bensì coloro che sono testimoni dei fatti: i fidanzati, i genitori e gli insegnanti. Tale scelta risulta vincente per noi che scriviamo poiché non lascia spazio a interpretazioni intimistiche del pensiero delle ragazze. Ciò che noi sappiamo della storia viene da chi l’ha vista, più che vissuta. Vi sono poi invece delle licenze poetiche sui ragazzi: un dialogo ambientato nella stanza di uno di loro, focalizzato sul loro rapporto con il sesso.

Marta Cuscunà sul Carso bruciato pochi mesi prima sul confine con la Slovenia. Foto © Masiar Pasquali

Cruda realtà

Il linguaggio scelto da Cuscunà per i ragazzi è crudo, a tratti quasi disturbante, ma pensandoci a freddo non è un esempio lontano dalla realtà. Chi ha provato a stare intorno a dei ragazzi ha provato a sentire facili riferimenti a siti pornografici, parolacce e insulti spesso gratuiti; tutto a tirata d’orecchio di un adulto, si può ben immaginare cosa si dicano a porte chiuse.

Tutto ciò non è un male, è biologico che i ragazzi cerchino una ribellione e Marta Cuscunà sceglie giustamente di mettere in luce anche questo aspetto dei giovani inseriti nella trama della messa in scena.

Documentare per denunciare

Le scene dei ragazzi potrebbero sembrare superflue e non attinenti al fatto principale, ma in realtà portano in luce un grave problema della società odierna: quello dell’educazione sessuo-affettiva. Il problema è che non esiste. Lo spettacolo, volente o nolente, ci ha portato a riflettere sul fatto che non solo i ragazzi imparano tutto ciò che sanno sul sesso a partire dalla pornografia, ma anche che sono vittime di quello stesso sistema di cui sono vittime anche le ragazze.

I giovani si chiedono se sono stati usati dalle loro fidanzate, non accettano di avere dei sentimenti profondi, oppure di avere dei dubbi su come gestirsi all’interno della relazione. Dunque per uscire dalla situazione scomoda ricorrono a ciò che conoscono: la violenza.

Foto di Daniele Borghello

Uscire dal sistema

Quello che Cuscunà suggerisce alla fine dello spettacolo è che forse quelle ragazze avevano capito di poter uscire da un sistema violento. In un documentario su questa vicenda, una delle ragazze parla di un piccolo mondo nuovo, probabilmente tutto al femminile, dove avrebbero potuto crescere dei figli lontano da quella violenza che alcune di loro avevano vissuto in prima persona.

Con grande talento e raffinatezza, Marta Cuscunà ha portato in scena una storia vera che diventa esemplare per chi la guarda; e l’attrice-autrice lo fa anche uscendo dalle classiche estetiche che vediamo nel teatro italiano. Come giustamente lei dice: «[…] In Italia si dà per scontato che se ci sono dei pupazzi lo spettacolo in questione è per bambini, e invece non è proprio così scontato. I teatri di prosa, le stagioni classiche, sono veramente poco abituate a questa forma di teatro». Insomma, anche da un punto di vista di realizzazione dei suoi spettacoli, Cuscunà esce dal sistema.

Ovviamente non riteniamo sia sbagliato seguire i canoni, ma consideriamo lodevole il fatto che un’artista trovi la sua linea poetica ed estetica e la continui a portare avanti con impegno.

Resistenze femminili

Sorry, boys fa parte della trilogia Resistenze femminili insieme a È bello vivere liberi! e La semplicità ingannata.

Tre storie vere di rivolta al patriarcato. Tre utopie realizzabili che aspirano a un mondo in cui uomini e donne hanno gli stessi diritti. Perché una società più giusta verso le donne è un posto migliore per tutt*

Marta Cuscunà indaga la realtà per provare a condurci verso un’utopia, e lo fa con un lavoro difficile, ma semplice, governato da una tecnica seria e da un esercizio sulla narrazione che permette a chiunque di essere parte del cambiamento auspicato.

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Marialuce Giardini

Diplomata al liceo classico, decide che la sua strada sarà fare teatro, in qualsiasi forma e modo le sarà possibile.
Segue corsi di regia e laboratori di recitazione tra Milano e Monza.
Si è laureata in Scienze dei Beni Culturali nel 2021

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