Un altro aspetto fondamentale da considerare in Francesco nella sua rivoluzione personale è il cammino di abbandono della violenza e della guerra, per vivere e predicare il messaggio di pace. Questo è un altro elemento di rottura che l’agiografia ha spesso trascurato, se non addirittura annullato nella sua narrazione. Francesco, infatti, come molti giovani del suo tempo, aveva ricevuto un addestramento militare: il santo non nasce pacifista, ma aspira ai modelli di vita dei cavalieri e dei nobili, per avvicinarsi alla classe aristocratica, che però gli è preclusa per nascita in quanto figlio di un borghese.
Nel clima di tensione tra guelfi e ghibellini, anche la città di Assisi dovette scontrarsi con alcune città avversarie, tra cui Perugia. Nel 1202 Francesco partecipò alla guerra tra le due città e nella battaglia di Collestrada venne fatto prigioniero. La prigionia, durata un anno e conclusa con il pagamento del riscatto da parte di Bernardone, segnò profondamente il giovane, sia fisicamente per le dure condizioni che gravarono sul suo corpo, sia spiritualmente. Tommaso da Celano, frate francescano e primo autore di un’opera biografica sul fondatore dell’Ordine, racconta questo momento: nelle Vitae fece coincidere con questa lunga pausa di inattività, in cui Francesco sembrava essere caduto in uno stato di profonda crisi, l’inizio del cambiamento che stava germogliando in lui.
L’umanità radicale e il rifiuto del sistema
In realtà, Francesco non fu il primo “folle” a farsi venire queste idee di adesione più radicale e coerente con il messaggio evangelico. Trent’anni prima di lui, un altro ricco mercante aveva tentato la stessa strada, finendo però contro un muro. Valdo di Lione era un uomo che, come Francesco, aveva capito che guadagnare denaro non era il comando di Cristo. Donò tutto ai poveri e fondò i «Poveri di Lione». Tuttavia, quando andò a Roma per chiedere il permesso di predicare, si scontrò con una gerarchia che vedeva in lui solo un laico presuntuoso. Cacciato, Valdo continuò a predicare di nascosto, finendo per considerare la Chiesa corrotta e diventando eretico. Nel 1209, quando Francesco arrivò a Roma una generazione dopo, la sfida era identica, ma la sua risposta sarebbe stata diversa.
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Francesco ebbe quello che potrebbe essere definito un colpo di genio politico, prima ancora che spirituale. Egli capì che per influenzare la cristianità doveva, a ogni costo, stare dentro di essa. Mentre gli altri movimenti contestavano l’autorità, Francesco scelse la via della sottomissione assoluta. Egli visse una radicalità che potremmo definire violenta: arrivò a demolire personalmente una casa di pietra ad Assisi perché i frati non dovevano avere stabilità né proprietà. Eppure, quello stesso uomo insegnava ai suoi confratelli che bisognava baciare le mani ai sacerdoti, anche se corrotti, perché quelle mani amministravano i sacramenti.
La sua rivoluzione non cercava il conflitto o la critica, ma si fondava sull’esempio e sull’obbedienza. Francesco dimostrò che si può essere gli ultimi degli ultimi senza mai smettere di ubbidire alla Chiesa, trasformandola così dall’interno anziché attaccarla dall’esterno.
Prima dell’altare: il Francesco più umano e controverso
L’opera di ricostruzione biografica di Tommaso da Celano raccoglie gli aspetti più umani dell’esperienza terrena di Francesco. Francesco morì nel 1226 e nel 1228 venne ordinata la sua canonizzazione. In quest’occasione il frate Tommaso da Celano ricevette l’ordine da papa Gregorio IX di scrivere una Vita del futuro santo.
In questo enorme lavoro di ricostruzione dei momenti della vita di Francesco e di preparazione alla santità, l’autore non trascurò di narrare anche gli aspetti più spigolosi e ruvidi del frate. Infatti, l’immagine che ne emerge è molto diversa dall’umile poverello di Assisi della tradizione successiva: è per molti versi un ritratto scomodo, fatto di radicalità nell’abbracciare il messaggio evangelico, di privazioni e critiche aspre verso i confratelli più deboli o dediti alla vita contemplativa e non a quella del servizio.
Gli aspetti più duri e controversi del carattere di Francesco sarebbero poi spariti nella Legenda Maior di Bonaventura da Bagnoregio del 1260. Per ordine del Capitolo generale dei francescani quella doveva essere la versione ufficiale. Tutte le altre biografie vennero cancellate e distrutte, per trasmettere l’immagine del Santo che ci è pervenuta fino a oggi. L’obiettivo era eliminare le contraddizioni e presentare un modello di obbedienza istituzionale, creando un vero e proprio santo da altare.
Quello di Bonaventura non deve essere visto come un atto di revisionismo fine a sé stesso, ma come una necessità. Nominato ministro generale nel 1257, Bonaventura si trovò infatti a guidare un Ordine francescano profondamente frammentato. Per questo la sua risposta fu un atto di censura radicale: venne dato l’ordine di distruggere ogni biografia precedente per imporre la propria Legenda Maior come testo unico.
Francesco doveva diventare un santo fondatore da ammirare più che un uomo da imitare. Questo permetteva di giustificare le trasformazioni che l’Ordine stava vivendo, diventando sempre più clericalizzato e accademico.

Uno strumento controverso: le stimmate
Anche le stimmate assunsero un ruolo politico e divennero uno strumento per forzare la divinizzazione del santo. Delle stimmate viene fatta menzione nella lettera circolare indirizzata da frate Elia, vicario dell’Ordine nel 1226, ai frati per annunciare la morte di Francesco:
«Vi voglio annunciare una grandissima gioia e un incredibile miracolo. Non si è mai udito che questo prodigio sia avvenuto prima, eccetto che nel Figlio di Dio che è Cristo. Non molto tempo prima della morte, il fratello e nostro padre apparve crocifisso, portando nel suo corpo le cinque piaghe che sono veramente le stimmate di Cristo. Infatti le sue mani e i suoi piedi erano trafitti come da punte di chiodi che avessero trapassato la carne da entrambe le parti, lasciando cicatrici del colore nero dei chiodi. Il suo fianco apparve colpito da un colpo di lancia e spesso emise gocce di sangue.»
In C. Frugoni, Vita di un uomo: Francesco d’Assisi, Einaudi.
Secondo le agiografie, nel 1224 Francesco avrebbe ricevuto le stimmate mentre era in preghiera sul Monte della Verna. Tuttavia, delle stimmate non si fa menzione nella bolla di canonizzazione firmata da Gregorio IX e furono necessari ben nove interventi papali per imporre il dogma della loro verità contro le accuse dei domenicani e lo scetticismo popolare.
Le ferite di Cristo divennero il sigillo di un’eccezionalità inimitabile, che proteggeva l’Ordine dalle accuse di aver tradito la povertà originale.
Una scomoda eredità e l’invenzione di un santo
Il lavoro di ricostruzione della figura di Francesco è un atto di inventio: un processo sospeso tra la costruzione di una nuova immagine del santo e la riscoperta di un uomo che, per quanto controverso, seppe segnare profondamente il suo tempo e la spiritualità dei secoli successivi.
Spesso la sua figura è stata ridotta a quella di un anticipatore degli hippy o di un moderno ecologista; in realtà Francesco fu un uomo molto più complesso e radicale, attraversato da un conflitto interiore profondo nel tentativo di rimanere fedele al messaggio evangelico in cui credeva, pur vivendo all’interno di un’istituzione imperfetta come la Chiesa.
Per molti versi Francesco, nella sua complessità, continua ancora oggi a parlare attraverso il tempo. La sua lezione risiede soprattutto nella scelta di restare dentro la realtà che voleva trasformare: per incidere nella storia non basta protestare dall’esterno, ma occorre abitare le contraddizioni del proprio tempo, restando fedeli a un messaggio e a una visione del mondo.
Riscoprire il Francesco storico significa recuperare la profondità di una scelta radicale: comprendere che la povertà può diventare una forma di libertà assoluta, una rinuncia al potere e alle sue logiche, non come fuga dal mondo ma come modo diverso di starci dentro.
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Per approfondire:
A. Barbero, San Francesco, Laterza. 2025
C. Frugoni, Vita di un uomo: Francesco d’Assisi, Einaudi, 2011
J. Le Goff, San Francesco d’Assisi, Laterza, 2002