Agostino, nato nel 354 d.C., si colloca quasi a cavallo tra l’età antica e il Medioevo e rappresenta il punto d’incontro tra l’antica cultura pagana classica – del mondo greco e latino – e la cultura cristiana che si sarebbe in seguito assestata e perfezionata nel corso del Medioevo stesso, partendo dai Padri della Chiesa sino ai grandi teologi del Basso Medioevo, come Tommaso d’Aquino. In Agostino il paganesimo, il mondo classico, non sono ancora estinti, ma il cristianesimo, come lo conosciamo oggi, non è ancora compiuto. Agostino parla del cristianesimo e di Dio aggiungendo una forte componente spirituale e intellettuale ancora imbevuta di antichità classica, di neoplatonismo – di cui è grande conoscitore – e di grande sapienza degli antichi. La sua figura è, dunque, essenziale come esperienza di transizione tra l’universo degli antichi e quello medievale.
Agostino prepara il Medioevo cristiano recuperando i modelli antichi, la cultura antica, la sapienza antica, i libri antichi. Per lui la cultura dei pagani non è da rinnegare e da distruggere, ma da assimilare e da affinare, da coniugare con gli ideali cristiani e con i nuovi valori della fede. Non è del tutto sbagliata, ma va adattata. «Tutte le dottrine dei Gentili non contengono soltanto finzioni menzognere e superstiziose […] contengono anche discipline liberali assai adatte nella ricerca della verità e una serie di utili insegnamenti morali», scrive Agostino. Vedremo ora insieme di capire com’è avvenuta questa fusione culturale e quali sono i punti salienti del pensiero e degli studi di colui che diventerà il vescovo d’Ippona.
La vita di un pagano che divenne cristiano: la vicinanza ad Ambrogio e la scoperta del neoplatonismo
Egli vide la luce, come detto, nel 354 d.C., a Tagaste, nell’odierna Algeria, ed era quindi africano, sebbene di cultura e formazione romana. Le province romane dell’Africa settentrionale erano particolarmente note per importanza, sviluppo e ricchezza. La sua vita fu piena di spostamenti, per motivi culturali, di fede e di studio. Trascorse l’età della gioventù a Madaura – la medesima città dello scrittore latino Apuleio, autore delle Metamorfosi – e a Cartagine. La vita lo avrebbe presto portato in Italia, prima a Roma, poi a Milano. La figura essenziale per lui fu la madre, Monica, che lo iniziò al cristianesimo. A grandi linee, l’esperienza di vita di Agostino si divide essenzialmente in due fasi: una giovanile, confusionaria, altalenante tra fedi e convinzioni differenti, una più matura, con la conversione al cristianesimo, la predicazione e l’attività pastorale.
Incarna pienamente, pertanto, ciò che si è detto: la fusione tra due anime, una degli antichi, del paganesimo, l’altra quasi medievale e sicuramente cristiana. Dopo il suo trasferimento a Roma, intorno al 383 d.C., fu il senatore Aurelio Simmaco a farlo spostare poi a Milano per approfondire i suoi studi e per l’insegnamento. A Milano furono essenziali per Agostino la predicazione di Ambrogio, la conversione al cristianesimo e il battesimo. Fu nel contesto milanese che Agostino si avvicinò al neoplatonismo, questa corrente filosofica affascinante, che grande influenza avrà nel Medioevo, che fuse la filosofia di Platone con nuove credenze tardoantiche sull’anima e sullo spirito e con il cristianesimo, il cui rappresentante principale fu il filosofo Plotino. Insieme ad Agostino ricevette il battesimo, convertendosi, anche il figlio, Adeodato.
Ebbene sì, Agostino aveva un figlio, partorito da una donna con cui visse per diversi anni, della quale le fonti non ci riportano con esattezza il nome. Da questa donna, anche su spinta della madre Monica, Agostino si separò per seguire gli interessi di fede e l’attività pastorale e di studio. Dopo essere divenuto sacerdote, nel 396 divenne vescovo d’Ippona, scontrandosi con eretici e svariati predicatori che divergevano dalla dottrina cristiana e scrivendo numerose opere di carattere teologico, filosofico e letterario, nonché una copiosa quantità di lettere che ci hanno lasciato una preziosa testimonianza intellettuale.
Il dialogo interiore dei Soliloquia, le Confessioni e la componente spirituale filosofica
Tra le opere principali e più significative di Agostino troviamo i Soliloquia – un interessante dialogo interiore – e le Confessioni, un vero e proprio confronto tra l’anima dell’autore e Dio. Si tratta di opere profonde e interessantissime, che lasceranno dopo di lui una traccia importante. Traccia ripercorsa, tra gli altri, da Francesco Petrarca, nel suo Secretum, opera che somiglia per molti versi agli scritti agostiniani. Venendo all’aspetto filosofico e teologico di Agostino, si diceva che grande influenza ebbe la filosofia neoplatonica. La vicinanza di Agostino alle opere di Plotino e di altri autori pagani accrebbe senza dubbio il suo ruolo di cerniera culturale tra la concezione degli antichi, dei pagani, dei «gentili», come si chiamavano allora i romani, e il mondo medievale e cristiano.
Per capirne il motivo è necessaria una parentesi proprio sulla figura di Plotino e sulla dottrina neoplatonica. Plotino, nato a Licopoli, in Egitto, nel 204 d.C., proveniente dagli ambienti filosofici di Ammonio Sacca, fu imbevuto di cultura greca, orientale e sviluppò, sulla base di solide conoscenze, una nuova concezione di Dio e del mondo, contenuta soprattutto nelle Enneadi – 54 trattati racchiusi in gruppi di 9 – che racchiudono il pensiero del filosofo. Il legame interiore dell’Uomo con Dio, descritto da Agostino, la sua ricerca interiore per risalire a Dio, per certi tratti – non totalmente – sembra ricalcare alcune teorie plotiniane e neoplatoniche che grande influenza avranno sulla formazione e sugli scritti di numerosi filosofi e teologi medievali (si pensi a Meister Eckhart) e anche rinascimentali (si pensi a Giordano Bruno).
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Per Plotino all’origine di tutto c’è l’Uno, l’unità assoluta – quello che i cristiani considerano Dio – al di sotto del quale esiste un Intelletto che contiene tutte le idee e che è emanazione dell’Uno infinito, mentre al di sotto, al terzo gradino, c’è l’Anima, punto di contatto tra mondo sensibile e mondo superiore, che si divide nella molteplicità e nell’eterogeneità degli uomini. Essendo le singole anime umane emanazione dell’Uno infinito, filtrate attraverso l’Intelletto, esse mantengono qualcosa di quell’Uno originale, di quell’essenza comune; pertanto ogni anima, ogni uomo, può ricercare in sé quelle tracce dell’infinito superiore che, sempre, i cristiani chiamerebbero Dio. Per Plotino – e in generale per i neoplatonici – l’Uomo può dunque, distaccandosi dalla materia e perseguendo il Bene (come Platone indicava), risalire i gradi interiori e riavvicinarsi all’Uno originario.
Molto interessanti appaiono, alla luce di quanto affermato, i punti di contatto tra il pensiero di Agostino e questa visione elaborata da Plotino, che, partendo da basi platoniche, riformula la concezione della vita e dell’uomo. Per Agostino l’Uomo trova Dio cercando al suo interno, attraverso un rapporto solitario e confidenziale, cercando nell’anima le risposte alla propria fede, conoscendo Dio non attraverso l’esterno, ma cercandolo al proprio interno. Differenza con Plotino e, ancor prima, con Platone, però, sta nel fatto che mentre questi ritengono l’anima umana conservatrice di tracce di quell’Uno dalla quale è emanata, Agostino non parla di essenza dell’Uno che rimane impressa nelle molteplici anime. L’Uomo per Agostino non insegue residui interiori di quell’origine divina che sarebbe l’Uno plotiniano, ma ha invece strumenti interiori forniti da Dio per potergli garantire l’autonomo raggiungimento della conoscenza spirituale attraverso un’opera di riflessione interiore e di fede.
C’è, in ultimo, un’altra distinzione fondamentale da fare. Per i neoplatonici questo Uno è infinito, non è descrivibile, è al di sopra di tutto, eterno e non misurabile – per così dire – con le categorie della conoscenza umana. Per i cristiani, invece, Dio è visto propriamente come una persona, un essere immortale, sì, ma non indefinito. Si può dunque, in conclusione, parlare di fusione tra platonismo, neoplatonismo, dottrine pagane e teologia cristiana di Agostino, ma non di esatta corrispondenza, essendovi, come abbiamo visto, differenze sostanziali che permangono. Inoltre, per il vescovo d’Ippona è fondamentale la figura di Cristo e il ruolo della grazia di Dio per raggiungere la salvezza, cosa assolutamente non contemplata dai filosofi greci né dai neoplatonici.
Una civiltà al collasso, la visione delle due città
L’esperienza di vita di Agostino si concluse in circostanze tragiche, nel 430 d.C. Mentre Ippona subiva l’assedio dei Vandali, pronti a conquistare l’Africa settentrionale, morì in quelle fasi drammatiche per la città. Fu, quindi – e anche questo è interessante – testimone concreto della caduta del mondo romano e dell’avvicinarsi di quell’epoca romano-barbarica che cambiò l’assetto politico, militare e sociale d’Europa. Probabilmente, anche alla luce delle contingenze della sua contemporaneità, elaborò una teoria della storia umana racchiusa in un’altra sua opera che merita menzione, il De civitate Dei, opera nella quale Agostino delinea l’esistenza di due città, quella terrena, umana, e quella celeste, divina.
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L’intera storia umana per il vescovo d’Ippona è da intendersi come continua lotta e contrapposizione tra queste due realtà, tra questi due modi di organizzare l’umanità: attraverso il bene e attraverso il male. «Due amori dunque hanno costruito due città: l’amore di sé spinto fino al disprezzo di Dio ha costruito la città terrena, l’amore di Dio spinto fino al disprezzo di sé la città celeste», scrive Agostino.
Quello dell’età matura è un Agostino diverso, pienamente votato a Dio e al cristianesimo, che a taluni può sembrare persino contraddittorio, come prima si è accennato, rispetto all’Agostino giovane, curioso, attratto persino dal mondo pagano, poi dal manicheismo e infine dal neoplatonismo; la contraddizione con l’Agostino che parla di distaccarsi dal mondo per cercare Dio, anche al costo di disdegnare sé stessi, emerge evidente nelle Confessioni, dove lo stesso autore ne testimonia la difficoltà, parlando, ad esempio, delle sue sofferenze nel lasciare la donna che aveva amato e che gli aveva dato un figlio: emergono quei sentimenti umanissimi che, anche in questo caso, ritroveremo in Petrarca, nell’intimissimo Secretum, quando egli, ferventemente votato alla riflessione su Dio e sull’anima, rimugina sulle proprie colpe e sulle debolezze terrene e, in primis, sull’amore per Laura.
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RIFERIMENTI:
- CATAPANO G., Filosofie medievali, Carocci
- BORRI F., Il regno perduto degli dèi. Il paganesimo nell’Europa medievale, Carocci
- PLOTINO, Enneadi I-II e vita di Plotino di Porfirio, Mimesis
- CARDINI F, MONTESANO M., Storia medievale, Le Monnier
Immagine in copertina generata con intelligenza artificiale da ChatGPT a partire dal contenuto dell’articolo.