52 pagine bianche

“Nine Swimming Pools” è il titolo di un libro scritto da Ed Ruscha nel 1968.

Questo libro contiene sessantaquattro pagine, tra cui una pagina per il titolo, una per il copyright, nove pagine, ognuna contenente una foto a colori di una piscina, una pagina che mostra la foto di un vetro rotto e cinquantadue pagine bianche. Certamente la quantità di pagine bianche non è comune.

Il libro non nasce dal nulla, ma in un periodo in cui grandissimi artisti come David Hockney e Bill Owens sperimentavano già abbondantemente circa il tema delle piscine.

Ed dichiara di aver scelto le piscine in base semplicemente alle proprie esperienze e non secondo un aspetto critico a priori. È l’esperienza che suscita la critica, l’artista critica ciò che la vita ha scelto per lui, è vittima egli stesso del suo lavoro e della sua vita.

Ma le cinquantadue pagine bianche? Questa è la prima domanda che viene posta, ovviamente, all’artista. La sua risposta: “Le pagine bianche aumentano lo spessore del libro per raggiungere quello delle mie altre pubblicazioni”. Una frase estremamente vera, forse troppo per essere quella corretta. Ma non è sbagliato ragionarci sopra.

Innanzitutto il contenuto di questa frase giudica il libro in quanto corpo e non in quanto anima, contenitore e non contenuto. Il carattere del libro è il suo spessore in centimetri, non il suo spessore intellettuale. Il libro è un oggetto fisico, un’immagine e non un dispositivo narrativo.

Se per qualche motivo questa sua risposta giustifica, o meglio, seleziona la modalità di intendere la lettura, non ci spieghiamo perché il numero delle foto delle piscine sia nove. In un’intervista l’autore dichiara che avrebbe potuto pure sceglierne dieci o undici ma lui ne voleva nove, non perché volesse esattamente nove fotografie di piscine, ma perché il titolo della sua opera viene prima dell’opera stessa.

In ordine: Ed scelse di scrivere un libro ad immagini intitolato “Nine Swimming Pools”; poi, ancora inconsapevole di come sviluppare il libro, decise che questo doveva essere lungo sessantaquattro pagine per via dello spessore. Questa “incoscienza” diviene forse cosciente quando il risultato di queste uniche due scelte sono cinquantadue pagine vuote. Secondo quanto ci racconta l’artista queste pagine non sono un vuoto, ma un resto.

Questa non-scelta delle pagine bianche però viene subito scoperta come falso, analizzando gli altri suoi libri precedenti lunghi quarantotto pagine. Capiamo in fondo che l’autore un po’ mente, in maniera molto intrigante e che quelle pagine bianche, forse, sono un teorema di narrativa. Già nei suoi libri pagine bianche erano presenti, ma erano le pagine in fondo al libro, perlopiù tutte raggruppate; ora invece hanno conquistato il libro e si sono mischiate qua e là in un’ordine sparso. Quando compare una foto, però, questa è affiancata dall’ennesima pagina bianca. La foto e la pagina bianca quindi si scambiano significati, si supportano. Le piscine di Ed, d’altronde, sono come delle pagine bianche, non ci sono persone in quelle piscine. Vi sono solo le orme dei piedi umidi e bagnati dall’acqua che lasciano le loro presenze sul pavimento. Il parallelismo con l’opera letteraria è evidente. La storia diventa molto interessante a questo punto, l’immaginazione non è più ferma. Queste persone errano per le pagine bianche, sono le pagine bianche.

Ed non è più vittima ma è evidentemente colpevole, l’intenzione, che lui dice non essere presente, a questo punto è totale; il vuoto umano è lui stesso dentro a quel libro.

Le nove piscine non hanno assolutamente caratteri in comune l’una con l’altra, diversi sono i materiali, le forme, le dimensioni. Ruscha, però, non menziona comunque i dati della fotografia, cosa presente nei suoi altri lavori, e lascia i suoi scatti nell’anonimato, nel vuoto eterno delle pagine bianche.

Sono stato colpito fortemente da questo lavoro, Ed Ruscha sicuramente è vittima e colpevole, ma la sua opera non è una noir fiction. Semplicemente Ed vive e soprattutto fa vivere una dimensione di pura inquietudine e distacco. Insieme a tutto ciò l’opera può essere classificata come un’espressione totalmente minimalista della vita, attraverso un oggetto. L’esperienza narrativa o sensoriale attraverso il vuoto o il bianco, è però complessa nel senso venturiano del termine. Già ci aveva provato Klein con la sua vendita del vuoto, ma qui Ruscha ha obbiettivi diversi. Ho amato molto la lettura di questo libro, di durata personale e di tentazione, l’emozione letteraria di un film di David Lynch.

E il vetro rotto?

a-broken-glass

 

Oliviero Vitali

Redazione
Condividi:

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.