A chi periodicamente denuncia la scomparsa del romanzo, Liceo Classico di Francesca Farina (Bertoni, 2021) sembrerà un “fatto” anomalo. Del macro genere per eccellenza esso conserva infatti l’intreccio forte, dei personaggi credibili, un’ambientazione drammatica e lieve al tempo. Il tutto tramato di una lingua poderosa, in cui si avvertono echi classici e barocchi, le grandi lezioni dell’Otto-Novecento.
Difficile non uscire a pezzi da questa storia cinica, referto di un’Italia oppressiva e razzista, in cui la classe sociale è ancora stigma identitario. La protagonista, mai indicata con il nome di battesimo, lo capisce presto. Varcata la soglia del prestigioso Collegio impatta contro un sistema reazionario, fatto di modi scomposti e risate sguaiate, malignità ed epiteti turpi. Non c’è posto, nel mondo dabbene, per le reiette “isolane”.
Una scuola sbagliata
La forza del romanzo è già tutta qui, nel coraggioso atto d’accusa verso l’istituzione cardine, nucleo primigenio del vivere civile. La scuola che racconta Farina conserva tracce di antichi abusi: è la fotografia di un paese immobile, incapace di fare i conti con un passato squilibrato, fondato sulla distanza maestro-discente, sulla dicotomia ricco-povero. In questo senso, la Ragazzina è un soggetto straniante: posta ai margini, remissiva, infinitamente consolatoria nella sua ansia di dolcezza. […]
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