Ágota Kristóf teatro

Conoscere Ágota Kristóf ne «L’Analfabeta» al Piccolo Teatro

Federica Fracassi dà corpo e voce alla solitudine di Ágota Kristóf. Il racconto di un’esistenza sospesa tra due lingue e due mondi.
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Uno specchio riflette gli spettatori entranti la sala del Piccolo Teatro Studio Melato che piano si riempie. Al calare delle luci il ticchettio di orologi anticipa le ombre che appaiono sul vetro di fronte al pubblico, la storia di Ágota Kristóf inizia.

Una biografia

Fanny & Alexander collaborano di nuovo con Federica Fracassi – dopo aver portato nella stagione 2023 Trilogia della città di K – intorno al racconto autobiografico dell’autrice ungherese. L’Analfabeta tratta infatti la vita dell’autrice dall’infanzia fino all’età adulta (giovane-adulta potremmo dire) con un bebè al fianco.

Il libro è suddiviso in undici capitoli per undici episodi della sua vita. Lo spettacolo teatrale procede invece in un unico monologo in cui Fracassi alterna momenti di racconto a momenti in cui lavora agli orologi, mestiere che Ágota Kristóf ha portato avanti per cinque anni in una fabbrica svizzera.

Inoltre i creatori della messa in scena hanno deciso di rendere Federica Fracassi il più possibile simile alla reale autrice. I motivi di questa scelta sono sicuramente dettati dalle scelte registiche e tecniche.

Tra l’immagine e la realtà

Lo specchio che occupa la scena infatti non è semplicemente tale, bensì diventa schermo a volte opaco e a volte lucido dietro cui l’interprete recita la parte. Sull’altra metà del vetro appare la ripresa live del lavoro sugli orologi di Ágota e proiezioni del suo racconto: lei bambina, i genitori, il fratello e tutti i personaggi che hanno abitato il suo passato. Una caratteristica interessante di queste immagini è che tutti sono interpretati da Federica Fracassi, dando quasi l’idea per cui le immagini nella mente di Ágota Kristóf non siano più nitide, bensì richiedano che lei stessa interpreti coloro che ha dovuto lasciare indietro in Ungheria.

L’immaginario e la mente dell’autrice sono il fulcro della biografia messa in scena: la narrazione biografica diventa strumento per raccontare un disagio profondo, quale quello dell’essere rifugiata in terra straniera.

Analfabeta

Ágota Kristóf sceglie questo titolo riferendosi a se stessa; dopo essere fuggita dall’Ungheria occupata, si rifugia in Svizzera, dove rimarrà fino alla sua morte. Qui l’autrice si scontra con ciò che lei definirà sempre una nemica: la lingua francese. Gli scritti di Kristóf sono in francese, un linguaggio che lei stessa dice di non conoscere, nemmeno dopo vent’anni di utilizzo e scrittura.

In un testo tagliente, profondo, si delinea una figura sola che sembra essere distaccata dai suoi più profondi dolori, ma in realtà vive un grande disagio.

Sradicamento

In un’intervista presente nel programma di sala, Fanny & Alexander e Federica Fracassi parlano di sradicamento di Ágota Kristóf dal suo paese d’origine, non di fuga. Questo sradicamento porta poi a quello che vediamo in scena: un confine. Fanny & Alexander spiegano che lo schermo diviso in due permette agli spettatori di avere una visione completa di tutto senza dover scegliere tra l’osservazione dell’attrice e quella dei video; in aggiunta però il vetro crea anche una barriera dentro cui l’autrice rimane lontana da chi la ascolta, come quella linguistica che ha vissuto.

La lontananza dello spazio di recitazione a volte crea difficoltà nella fruizione dello spettacolo, eppure sembra sottolineare l’isolamento che Ágota Kristóf ha vissuto lungo la sua vita in Svizzera.

Leggi anche:
Un Teatro in relazione: la stagione 2025/2026 del Piccolo di Milano

Una donna inafferrabile

La stessa Federica Fracassi condivide la stranezza nell’avvicinamento ad Ágota Kristóf: «Ágota riesce a esprimere concetti, a descrivere situazioni, a pronunciare parole terribili con uno stile oggettivo che appare talvolta impietoso». Così è lo spettacolo: a volte impietoso, a volte lapidario e a tratti distaccato da un pathos che si potrebbe pensare dovesse esserci.

L’Analfabeta è uno spettacolo che riesce ad incarnare un’autrice e un’esperienza così complessa traendo però dalla pura e lineare biografia, permettendoci di vedere una sensazione quasi mai esperita come quella dell’esilio e dell’isolamento.

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Marialuce Giardini

Diplomata al liceo classico, decide che la sua strada sarà fare teatro, in qualsiasi forma e modo le sarà possibile.
Segue corsi di regia e laboratori di recitazione tra Milano e Monza.
Si è laureata in Scienze dei Beni Culturali nel 2021

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