La sessualità è un ambito che si intreccia con lo spazio, con i luoghi che abitiamo e con quelli che, pur non essendo “nostri”, diventano teatro di un’intimità rubata, trasgressiva, ma decisamente memorabile. Eppure, se si riflette sulla geografia erotica della vita, ci si rende conto che spesso i momenti più intensi non sono avvenuti in alcun “luogo” vero e proprio, ma in quelli che l’antropologo Marc Augé definirebbe “non luoghi“: spazi di transito, anonimi, privi di identità storica o relazionale.
I non luoghi – stazioni, parcheggi, autostrade – sono caratterizzati dalla provvisorietà, dall’assenza di radici. Eppure, paradossalmente, è proprio in questi spazi che l’eros trova una delle sue espressioni più autentiche e sovversive. Perché se il sesso ha bisogno di un luogo per compiersi, è altrettanto vero che spesso è proprio l’assenza di un “luogo proprio” a renderlo memorabile.
Il parcheggio: cattedrale laica del desiderio
Partiamo da quello che è forse il non luogo erotico per eccellenza: il parcheggio del supermercato. Coperto o scoperto, poco cambia. Quello che conta è la sua natura al limite e fortemente promiscuo: uno spazio che tutti attraversano, ma dove nessuno si ferma davvero; tranne chi ha deciso di farne il palcoscenico di un’intimità clandestina.
Il parcheggio notturno, con le sue luci al neon che disegnano ombre irreali sui parabrezza, è un teatro dell’assurdo dove il corpo diventa l’unica cosa che conta. Niente letti, niente lenzuola profumate, niente playlist studiate: solo l’urgenza del desiderio che non può aspettare di arrivare “a casa”. Perché, come sostiene George Bataille, l’eros è eccesso, è ciò che travalica la norma, che infrange il codice della civiltà borghese.
Il parcheggio diventa così uno spazio di resistenza: contro l’idea che il sesso debba avvenire solo in luoghi “adatti”, contro la morale che relega il piacere tra quattro mura domestiche. È lo spazio dell’improvvisazione, dove la scomodità dei sedili posteriori, il rischio di essere visti, il freddo o il caldo eccessivo diventano parte integrante dell’esperienza. Non è il sesso “perfetto” del cinema, ma è tremendamente reale e assolutamente eccitante.
Il letto dei genitori: l’edipico rito di passaggio
Se il parcheggio rappresenta l’evasione dallo spazio domestico, c’è un altro non luogo che merita attenzione: il letto dei genitori. Qui il non luogo non è geografico, ma simbolico. È lo spazio del tabù per eccellenza, quello che la psicoanalisi ci ha insegnato a temere e desiderare allo stesso tempo.
Fare sesso nel letto matrimoniale dei propri genitori – magari durante la loro assenza – è un gesto che va oltre il puro piacere fisico. È un rito di passaggio, un atto simbolico di appropriazione dello spazio adulto, un modo per dire “adesso sono io il soggetto di desiderio, non più l’oggetto delle vostre cure”. Come ricorda Jacques Lacan, il desiderio si struttura sempre in relazione all’Altro, e quale Altro più potente dei genitori?
Eppure, in quel gesto apparentemente trasgressivo c’è anche qualcosa di profondamente liberatorio: è il corpo che si riprende uno spazio, che sfida l’ordine simbolico del patriarcato che ha sempre relegato la sessualità giovanile – specialmente quella femminile – nel regno del proibito. È un modo per dire che il piacere non appartiene a una sola generazione, a una sola classe sociale, a un solo codice morale.
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L’automobile come corpo esteso
Ma torniamo alle automobili, perché meritano un discorso a parte. L’automobile non è solo un mezzo di trasporto, è una protesi del corpo, come ci insegna Marshall McLuhan. È lo spazio intimo mobile, la bolla privata che si muove nello spazio pubblico. Dentro quella bolla, le regole sembrano sospese.
Nei sedili posteriori, sul cofano caldo in estate, contro il finestrino appannato: la macchina diventa un corpo dentro il quale si consumano altri corpi. Non è un caso che il cinema abbia fatto di questo spazio un topos ricorrente dell’erotismo: da Titanic a Grease, passando per infiniti teen movie, l’auto rappresenta lo spazio della scoperta, del primo bacio che diventa qualcos’altro, della prima volta che ci si sente davvero liberi.
Altri non luoghi dell’eros: una mappa incompleta
Ma i non luoghi del sesso non si esauriscono qui. Vi è tutto un universo di spazi che, proprio perché non “dedicati”, diventano teatro di un’intimità rubata e per questo ancora più intensa:
Le biblioteche universitarie: tra gli scaffali polverosi, dove il silenzio imposto diventa complice. Il sapere che si fa carne, la teoria che diventa pratica.
Le scale condominiali: dove il rischio di essere scoperti dal vicino di casa aggiunge adrenalina al desiderio. Lo spazio pubblico che diventa improvvisamente privato, ma solo per pochi minuti.
I bagni dei locali: angusti, anonimi, spesso poco igienici, eppure magnetici. Perché l’urgenza del desiderio non conosce l’estetica del buon gusto. È il luogo dell’istinto, non della riflessione.
La spiaggia di notte: dove il confine tra pubblico e privato si dissolve nell’oscurità. Il rumore delle onde copre i respiri, la sabbia si insinua ovunque, ma poco importa. È il corpo a corpo con la natura, prima ancora che con l’altro.
I camerini dei negozi: dove lo specchio moltiplica i corpi e il rischio di essere scoperti dalla commessa rende tutto più eccitante. Uno spazio pensato per provare abiti che diventa luogo per “spogliarsi” in tutti i sensi.
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Perché i “non luoghi”?
Ma perché il sesso sembra trovare nei non luoghi una delle sue espressioni più autentiche? La risposta forse sta proprio nella natura provvisoria, anonima, “fuori posto” di questi spazi. Come sostiene Michel Foucault nella sua teoria delle eterotopie, esistono spazi “altri” che sfuggono alla normalizzazione sociale, luoghi che esistono al margine, che non rispondono alle logiche del potere e del controllo.
I non luoghi del sesso sono eterotopie erotiche: spazi dove il corpo può sottrarsi – anche solo temporaneamente – alla disciplina che la società gli impone. Sono spazi di libertà precaria, rubata, ma proprio per questo ancora più preziosa.
Inoltre, c’è qualcosa di profondamente democratico in questi non luoghi: non servono appartamenti lussuosi, camere d’albergo a cinque stelle, letti king size. Serve solo il desiderio, due corpi, uno spazio – qualsiasi spazio – dove incontrarsi. È l‘eros che si fa strada nonostante tutto, che rifiuta di essere confinato nei luoghi “appropriati” decisi dalla morale borghese.
Il corpo che si fa luogo
In fondo, forse la vera lezione dei non luoghi del sesso è questa: quando l’urgenza del desiderio è abbastanza forte, il luogo diventa irrilevante. Perché il vero luogo dell’eros non è geografico, ma corporeo. È il corpo dell’altro che diventa il nostro paesaggio, la nostra casa provvisoria, il nostro unico luogo possibile.
Come scrive Luce Irigaray, le donne, ma potremmo estenderlo a tutti i soggetti desideranti, hanno bisogno di riappropriarsi del proprio corpo come luogo. Non più oggetto di desiderio altrui, ma soggetto che desidera e che, nel desiderare, crea i propri spazi, i propri luoghi, le proprie geografie erotiche.
I non luoghi del sesso ci ricordano che l’eros è nomade, non stanziale. Non ha bisogno di radici, ma di ali. Non cerca la sicurezza di un nido, ma il brivido del volo. E proprio in questa precarietà, in questa capacità di fare dell’improvvisazione una forma d’arte, risiede forse una delle sue manifestazioni più genuine.
Perché alla fine, che sia un parcheggio illuminato dalla luna o il letto matrimoniale dei genitori, ciò che conta non è dove, ma con chi. E soprattutto: con quale grado di libertà, di consapevolezza, di presenza a se stessi e all’altro.
Il resto è geografia. L’eros è altrove.
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