La riscoperta del corpo
Cosa succederebbe se, ad un tratto, si decidesse di abbandonare ogni oggetto artistico per trasformare se stessi in uno di essi?
Un ritorno alle origini, uno spogliarsi di oggetti e fronzoli, un contatto diretto con il proprio corpo: ecco cosa prevede la body art performance.
Questa corrente prese piede già alla fine degli anni Sessanta, quando il corpo assunse un significato diverso: non è colui che crea altro al di fuori di sé, ma altro con il proprio sé. L’individuo diventa così parte integrante dell’opera, un elemento senza il quale essa non esisterebbe proprio.
Attraverso il corpo, gli artisti puntavano a una denuncia rispetto le libertà fondamentali degli individui: l’emancipazione femminile, il diritto di fare del proprio corpo ciò che si preferiva, la libertà di esprimere il proprio orientamento sessuale.
La passività non emoziona
L’opera d’arte, da oggetto di cui fruire, immobile e passivo agli occhi degli spettatori, assume un significato diverso: è qualcosa che ha una vita propria, un dialogo interno con colui che la guarda, una fonte di scambio quale potrebbe essere un incontro tra conoscenti. E chissà, forse qualcosa di più di questi. Perché la body art performance punta a smuovere i tasselli più intimi di ciascuno, a guardare oltre la pelle, il corpo, il fegato e i muscoli. A conoscersi e riconoscersi nel pensiero dell’artista che si è fatto materia, che si è trasposto su un altro individuo. È un affidare a un corpo altrui la propria idea d’arte. E forse non c’è nulla di più forte e intimo di ciò: io artista faccio del tuo corpo performer la mia idea di arte, la mia idea di denuncia.
Il corpo umano non è più solo materia biologica, ma anche artistica. Il corpo diventa teatro, diviene scenografia, palco e attore contemporaneamente.
Ma cosa può dare il corpo in più rispetto alle tempere e a un cavalletto?
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Alla ricerca dello shock estetico
Il corpo è materia viva, mutante, dinamica. Non può essere incasellato, non vi si può trovare alcuna definizione che possa durare in eterno. Il corpo irrompe, tace, può urlare, piangere, stabilire un contatto visivo. Nulla da togliere all’arte tradizionale, ma c’è qualcosa nella materia corporea che rende l’estetica artistica molto più intensa.
E fu proprio sull’estetica che i body artists si concentrarono: sovvertire gli schemi estetici tradizionali per portare in scena una ricerca artistica diversa, che talvolta sfociava anche in percorsi un po’ sadomasochisti. Così vennero proposte ferite, tagli e altri espedienti traumatici, indossati dai performer come abiti quotidiani. Secondo questo modus operandi, gli artisti volevano creare un confronto aperto col pubblico; usando il corpo e uno spazio, cercarono di trasmettere un valore che fosse importante e attuale. Il fine principale dei body artists era provocare nei visitatori uno shock collettivo, stimolando una partecipazione e una reazione incisiva. Da qui, gli artisti speravano di stimolare una reazione catartica negli spettatori. Inutile dire che spesso queste reazioni erano di fastidio, date le immagini forti che venivano messe in scena.
Una delle artiste più famose di questa corrente è Marina Abramović, la cui performance art può essere definita Il teatro della crudeltà. Ad esempio, nella sua opera Art must be Beautiful del 1975, l’artista si spazzola i capelli per un’ora con una spazzola di metallo nella mano destra e contemporaneamente si pettina con un pettine di metallo nella sinistra, mentre ripete continuamente “l’arte deve essere bella, l’artista deve essere bello” fino a quando si sfregia il volto e si fa sanguinare la cute.
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Sempre sul filone del teatro della crudeltà, vi anche Gina Pane, nel 1973, con Azione Sentimentale. Qui l’artista si presenta di fronte a un pubblico femminile vestita di bianco, con un bouquet di rose rosse dal quale stacca le spine per conficcarsele in un braccio. Il sangue cola e le rose rosse vengono sostituite da rose bianche: la propria sofferenza, quella generata dalla difficoltà di giungere alla libertà d’amare e quella causata dalla fine di una relazione, incontra il dolore altrui e insieme fluiscono lontano.
La body art è molto più che una semplice corrente artistica; non può essere paragonata al Dadaismo o all’Astrattismo. C’è qualcosa di raro, sovversivo, a tratti inquietante ma anche estremamente liberatorio nel concedere il proprio corpo (per scopi artistici).
Grazie alla body art si è tentato di infrangere determinati stereotipi sociali, come il fatto che il corpo nudo di una donna possa essere trattato come oggetto. Niente di più sbagliato. Il corpo di una donna nudo è tale e quale al corpo nudo di un uomo, ed entrambi possono fare ed essere arte allo stesso modo.
Il dualismo tra arte e oggetto artistico
Ma, se sono arte, come possono essere oggetti? L’arte ha il potere di elevare i soggetti a qualcosa di superiore, di esterno, d’altro al di fuori di sé.
All’interno di questa corrente c’è stato sicuramente un tentativo ambiguo di sovvertire l’idea che il corpo sia un oggetto, rendendo proprio il corpo oggetto, ma vivo, in una performance artistica. La richiesta dei body artists è semplice: dire basta a tutti quegli stereotipi e a quei tabù inerenti: i corpi delle donne, i corpi di coloro che sono nati uomini ma vorrebbero essere donne e viceversa.
Un’altra artista, nonché madre dell’arte femminista, Carolee Schneemann, ha voluto esplorare con la body art performance altri tabù, come quello del piacere femminile. La sua opera più famosa e più importante è Interior Scroll del 1975. L’artista, nuda e in piedi su un tavolo, legge un testo scritto su un rotolo di carta che tira fuori dalla propria vagina: si tratta di Cézanne era un gran pittore, testo che allude alla posizione marginale della donna nelle arti. L’azione risulta per molti destabilizzante, difficile da capire, ma in realtà la lettura del gesto è piuttosto semplice: l’organo femminile, da sempre simbolo del parto e della maternità, è ora mostrato come fonte di creazione artistica.
Sono gesti sconvolgenti, ma che rivendicano un potere: quello di poter stupire, angosciare, far riflettere, rievocare ricordi. E tutto questo solo attraverso il proprio corpo.
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Un’arte che denuncia
Sembra però così, anche dagli esempi di opere citati, che la body art non punti soltanto a sovvertire, ma anche a sconvolgere, spesso in modo che si potrebbe definire splatter. Sangue, ferite, dolori ben visibili. Tutto questo a che prezzo? Cosa sta veramente sotto ogni performance artistica di questa corrente?
La denuncia richiede coraggio, parlare presume lasciar andare.
E quando ci si lascia andare e nemmeno le parole sembrano servire, spesso il corpo irrompe, chiede spazio, se non gli viene dato se lo prende con i denti e le unghie.
La body art non è un’arte gentile, non ha niente a che vedere con le correnti precedenti. È un’arte irruente, che non chiede permesso, scusa e grazie. Nella body art non vi sono ruoli, muri, limiti. Tutto è consentito. E allora via libera a piercing, scarnificazione, tatuaggi, cicatrici, pittura, tagli, decori, gestualità.
Perché non c’è niente di più forte di un’arte che interroga, un’arte che comunica, un’arte che prende il corpo e lo rende, finalmente, persona.
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