Dall’amore nasce l’arte, che l’amore uccide: Marina e Ulay

Marina e Ulay nascono il 30 novembre, a tre anni e 1500 chilometri di distanza. Frank Uwe Laysiepen è tedesco, e al mondo si presenta nelle vesti dell’artista e performer Ulay. Anche Marina Abramović, serba, modella sull’arte la sua vita, ma le performance del suo primo periodo sono strazianti, tormentate, graffiate nel dolore. È una creatrice distruttiva, priva della linfa e dell’ispirazione che fanno nascere qualcosa che dura.

Marina e Ulay

Fonte: www.artslife.com

All’incontro con Ulay, la sua pars destruens inizia però a scavarsi una sorgente, viva, di liberazione, che sgorga in un nuovo impeto di costruzione. I due artisti si completano nell’unione: performers and lovers li chiama il mondo. La loro essenza è l’amore, l’amore erotico, fisico, impattante fino all’estremo. L’amore che vive nell’altro e dell’altro, che risucchia il corpo fin dentro alla vita. La loro relazione viaggia liminare, sull’equilibrio instabile delle emozioni e dei sentimenti umani, così potenti e così fragili. Indagano i limiti, del corpo della psiche e del rapporto, portandolo vertiginosamente in quota, o sottoterra, sfiorando sempre il rischio di soffocare, o di rimanere soffocati.

In Death Self sigillano le loro bocche l’una con l’altra, e respirarono l’aria espulsa dall’altro fino al collasso, dopo 17 minuti. Vogliono mettere in atto fino all’estremo la capacità dell’individuo di assorbire, distorcere, distruggere la vita altrui. La relazione è scambio, ma inquina, la distruzione è reciproca.

Marina e Ulay

Fonte: www.goldworld.it

Una delle prime performance insieme è duale e collettiva. Imponderabilia allestisce uno spazio minimo tra due corpi nudi, quello di Marina e quello di Ulay, appoggiati alle due pareti opposte di un passaggio stretto. È la fine degli anni Settanta, a Bologna, e della rivoluzione sessuale si è già visto e sentito quanto basta per convincere gli spettatori a varcare la soglia. Bisogna mettersi di lato, e scegliere a chi dare il proprio sguardo e i propri organi sessuali, e a chi invece rivolgere la schiena inerme. Osare il passaggio tra queste colonne d’Ercole vuol dire smantellare e rimettere in questione valori portanti del mondo civilizzato.

Marina e Ulay

Fonte: www.artribune.com

Nel 1980 Amsterdam è la cornice di Rest Energy. I due corpi sono inclinati, a decentrare il baricentro. La posizione non è rilassata, ma tesa. Marina tiene un arco dalla parte dell’impugnatura, Ulay tende la corda, con una freccia in cocca, la punta che guarda dritto il cuore della compagna. A muoversi, ad allentare la presa, la freccia scocca. È una metafora estrema, schiaffata in faccia, del rapporto di coppia: in gioco c’è tanto, tanta e tanto fragile è la parte di sé che si mette sul tavolo. Anche sfiniti, anche oppressi, non si deve tradire. L’amore è un’arma nelle mani di entrambi e la minima debolezza può essere fatale. Non resta che la speranza, e la coscienza che la propria vita dipende da un altro.

Marina e Ulay

Fonte: www.salteditions.it

Ma l’amore finisce, come troppi rapporti si spegne fino a spezzarsi. Marina e Ulay, che hanno fatto della vita e dell’amore un’opera d’arte, non potevano che uccidere nell’arte l’ultima fiamma di vita del loro amore. The Lovers, The Great Wall Walk è concepita come teatro di una proposta di matrimonio, ma viene attuata quando ormai non c’è più sentimento che la possa rifiatare. Il progetto, pazzo, era di partire agli estremi opposti della Muraglia Cinese, l’unica costruzione umana visibile dallo spazio. Lei dall’acqua, dal golfo di Bohai sul mar Giallo, lui dal fuoco, dal deserto dei Gobi. Si sarebbero trovati a metà del cammino, dopo aver arrancato per giorni sul dorso del drago. Ma quando davvero si sono presi per mano, si sono restituiti quelle vite che si erano rubati, e nelle quali per troppo tempo si erano soffocati. L’amore di Marina e Ulay finisce nel 1988, quando le autorità cinesi accordano loro il permesso  di camminare sulla Grande Muraglia.

 

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