Mumford & Sons Prizefighter

Prizefighter: il combattente maturo dei Mumford & Sons

Dopo le sperimentazioni e la crisi identitaria, la band ritrova essenzialità e maturità sonora in un disco intimo e collaborativo.
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La band risale sul ring

«You should’ve seen me in my glory, in my glory / In my cups, I was on fire». Così canta Marcus Mumford, nella canzone che dà il titolo al nuovo album del trio di West London, Prizefighter. I Mumford & Sons tornano dopo nemmeno un anno dal loro ultimo lavoro, Rushmere, con la rinnovata carica di un pugile deciso a risollevarsi, rientrando sul ring dopo qualche sconfitta, con il segno delle ferite passate. Il loro sesto disco porta un’autenticità che attinge dagli esordi, che li resero un nuovo fenomeno di un indie-folk popolare, sebbene fin troppo ancorato a logiche commerciali. Ora, però, il trio inglese è più maturo. Si libera da stereotipi ed etichette che li avevano immobilizzati nella categoria di stomp-clap e, grazie a questo, Prizefighter suona più libero e consapevole. È il frutto autentico di una band che, dopo varie sperimentazioni mal riuscite e svolte artistiche deboli, insiste sulle proprie origini, ma contando su una maturità ventennale.

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Già Rushmere, pubblicato nel marzo 2025, segnava un ritorno al vecchio marchio di fabbrica “Mumford & Sons”. Tra i pionieri, insieme ai Lumineers, della forma stomp-clap, fatta di ritmi incalzanti, utilizzo di percussioni e una vena nostalgica e popolare spesso criticata dai loro detrattori, la storia della band folk-rock inglese è stata percorsa dall’euforia, passando da nuovo fenomeno musicale agli inizi degli anni dieci del Duemila, ad una crisi identitaria, culminata con il fallimentare esperimento tra elettronica, rap e jazz di Delta, nel 2018.

Un disco corale: le collaborazioni

Il 20 febbraio è uscito Prizefighter e si può dire che i Mumford & Sons siano tornati a fare musica per il profondo gusto di crearla e condividerla. L’apporto del nuovo produttore Aaron Dessner è sostanziale. «Aaron fa musica per divertimento», dice il bassista e batterista della band, Ted Dwane, in un’intervista rilasciata a Rolling Stone Italia. Il fondatore di The National e del duo indie-rock Big Red Machine (con Justin Vernon dei Bon Iver), nonché produttore di artiste del calibro di Taylor Swift e Gracie Abrams, sa, di certo, il fatto suo. Sa, ad esempio, che la buona musica non può nascere se si rimane nascosti dietro la propria stessa ombra. Nella traccia che suona a mo’ di manifesto per questo pugile acciaccato ma ancora ottimista, Rubber Band Man, Marcus Mumford chiama a cantare con sé un altro grande del folk pop, Hozier, che lo esorta: But don’t hold to yourself / With hard mortar and stone / Be a rubber band man / Make the water your bones. Il nuovo album è costellato di collaborazioni, come se i Mumford & Sons avessero deciso di celebrare la loro (ri)nascita tra amici che conoscono il loro passato e sono pronti a vederli risbocciare.

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Origini, introspezione e libertà

Prizefighter si apre con Here, una ballad in cui il protagonista mette sul piatto tutto quel che ha fatto e, soprattutto, che non ha fatto, tutto quel che è, tra le voci graffiate e potenti di Marcus Mumford e Chris Stapleton. The Banjo Song è un richiamo esplicito alle origini dei Mumford & Sons, con il banjo come vero protagonista e un sound folk accattivante che vede diversi elementi intrecciarsi tra loro: dalla chitarra, al piano, al suono di alcuni ottoni aggiunti da Dessner per amalgamare il tutto. La voce di Gigi Perez si unisce a quella di Mumford, dando vita al nono brano dell’album, Icarus. In un crescendo di percussioni, maracas e basso synth i due cantano: I was blinded, I was in love / But then all at once / I was back to where I begun / I was burning by morning / I got too close to the sun.

I toni soavi e quasi sussurrati di Gracie Abrams si mescolano con quelli caldi e scalfiti di Mumford in Badlands, traccia che esprime il sentimento di liberarsi, andando oltre i confini imposti da se stessi, prima ancora che dalla società: Running away from a tame life / Running away like a wild child. Begin Again e Stay sono i momenti più veloci e decisi dell’album, bilanciati dall’introspezione più dolce e lenta di brani come Conversation with My Son, Shadow of a Man, I’ll Tell You Everything e Clover, che elevano il disco ad una conversazione con il proprio io e le persone che lo circondano, come in un percorso onirico di rielaborazione profonda e personale.

Il folk della maturità

A distanza di più di venticinque anni dal loro album di esordio, Sigh No More (2009), e dal successo di Babel nel 2012, i Mumford & Sons continuano a scegliere il folk, ma si inseriscono in una traiettoria meno tipicizzata e più genuina. I primi album ci avevano abituato ad una band enfatica, quasi prevedibile nelle sue strimpellate energiche di banjo liberatorie e grandi momenti acustici che strizzavano l’occhiolino ad un pubblico più pop e radiofonico.

Dieci giorni per ritrovarsi

Nell’arco di dieci giorni è stato inciso Prizefighter, segno di una band solida e di una chiara idea dietro questo nuovo album. Anche il lavoro sui testi è altamente collaborativo, con la partecipazione di Brandi Carlile – un suo sogno ha dato l’ispirazione per il testo di Rubber Band Man – di Finneas, Kevin Garrett, Jon Bellion e Justin Vernon dei Bon Iver. La copertina rappresenta un vecchio accendino stile zippo, con la fiamma ancora viva che illumina uno sfondo bianco. Perfetta rappresentazione di chi sono ora – o, ancora – i Mumford & Sons. La produzione di Dessner è stata, in questo, fondamentale. Come affermato dallo stesso Marcus Mumford, il producer li avrebbe spinti a ritrovare un’essenzialità smarrita e scoprire una scrittura più libera e legata all’idea alla base di chiunque inizi a fare musica: un puro slancio di piacere.

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Margherita Coletta

Classe 1998. Mezza etrusca, mezza romana. Le piace girovagare e fare incontri lungo la via. Appassionata cacciatrice di storie, raccontagliene una e sarà felice.

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