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Gilberto Gil: un addio che sa di trasformazione

Tra memoria e presenza, tra radici e metamorfosi: Gilberto Gil non saluta davvero, ma si trasforma sotto gli occhi di chi ascolta. E se un addio fosse solo un altro modo per continuare a restare?
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Gilberto Gil è un’istituzione vivente. Ad ottantatré anni è nel pieno del suo tour Tempo Rei. Sessanta di questi anni li ha dedicati alla sua musica, con una produzione discografica invidiabile e 50 milioni di dischi venduti in tutto il mondo. La sua carriera attraversa tutto il Novecento e la storia del suo paese, il Brasile, che lui stesso ha contribuito a scrivere. Una storia personale che si intreccia con quella nazionale.

Negli anni Sessanta, Gil fonda con Caetano Veloso il movimento Tropicalismo: un sussulto di vitalità, meticciato e protesta; quasi un ’68 brasiliano, a cui la dittatura mise fine e costrinse i due fondatori ad un esilio di due anni. Gilberto Gil passa questo periodo a Londra, che diviene per lui un vero e proprio laboratorio per creare e sperimentare. Entra in contatto con il rock’n’roll dei Beatles e il reggae, si dedica a nuove sonorità e alla fusione di generi come la bossa nova, il rock, la musica afro e il fado. Torna in patria con un bagaglio fatto di radici e innovazione. Nel corso della sua carriera ha collaborato con artisti come Bob Marley, Stevie Wonder, Sting, e ha portato l’impegno politico fino a ricoprire l’incarico di ministro della Cultura del Brasile nel primo governo Lula e al riconoscimento di ambasciatore Unesco per la pace.

L’8 aprile, Gilberto Gil era all’Alcatraz di Milano e ha trasformato una data sold out in qualcosa di più. Si percepiva attorno la sensazione di essere parte di una celebrazione collettiva, dinanzi ad un artista e la sua storia. A 83 anni, il maestro della musica brasiliana ripercorre oltre sei decenni di carriera e li riattiva, accendendo pian piano un pubblico caldo e partecipe. Dall’inconfondibile “pa-pa-pa-pa-ra-ra” di Palco a Aquele Abraço, Expresso 2222, Toda Menina Baiana e Andar com Fé: in sala si canta e si balla insieme.

Quasi non si percepisce la distanza tra palco e platea. La scenografia è spoglia: a rivestirla solo un vivace ma essenziale gioco di luci. Una grande lezione di musica per chi vede nella potenza della forma la chiave per definirsi un “artista” (titolo che viene affibbiato con sempre più facilità). Gil non se ne cura, sa che ogni brano è un ponte emotivo e una lingua comune. Questo si fa bastare, e il pubblico con lui. Infatti, è proprio questa la forza del live: si celebrano i brani del passato pienamente consapevoli del presente, tra nuove e vecchie generazioni. In una serata milanese di un inizio aprile straordinariamente caldo, il concerto di Gilberto Gil è una vera boccata di primavera.

Questo aspetto è ancora più evidente nella scelta della band del musicista brasiliano. Questa è. infatti, una famiglia allargata, la sua, con figli e nipoti sul palco. È una dichiarazione artistica: la musica di Gil non è un capitolo che si chiude, ma un’eredità che si trasmette. Una fine ed una trasformazione.

La ciliegina sulla torta è stata posizionata all’inizio, con l’apertura di Marco Castello, giovane cantautore e polistrumentista che ha fatto dell’ironia, della fusione di generi e delle radici siciliane un grido di battaglia contro un’industria di cartapesta. Infondo, Il manifesto di Gil alla continuità tra generazioni era già preannunciato con l’arrivo di Castello sul palco, voce, chitarra e nient’altro. Marco Castello appare visibilmente coinvolto e emozionato. Ricorda come da bambino ha scoperto la musica di Gilberto Gil e come questa non l’abbia più abbandonato, quasi incredulo di essere ora lui sul palco ad aprire una data italiana dell’artista brasiliano.

Nell’insieme, quello di Gilberto Gil all’Alcatraz non è stato il racconto di ciò che è stato, ma la dimostrazione di ciò che è ancora possibile. Un artista che continua a essere pienamente necessario e che ci ricorda che la musica, se fatta di sola memoria, non basta. Essa è pratica viva. È futuro.

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Immagine in copertina generata con intelligenza artificiale da ChatGPT a partire dal contenuto dell’articolo.

Margherita Coletta

Classe 1998. Mezza etrusca, mezza romana. Le piace girovagare e fare incontri lungo la via. Appassionata cacciatrice di storie, raccontagliene una e sarà felice.

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