La resistenza dello sguardo: la mostra itinerante di Prospekt Palestine e Activestills

Non basta più documentare. In Palestina, fotografare significa difendere la realtà stessa dall'oblio, dalla censura e dalla negazione.
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Non è solo un racconto di guerra; è il tentativo di fermare un’eclissi. Mentre la Cisgiordania viene ridisegnata dal furto delle terre e Gaza diventa il cimitero dei giornalisti, il Prospekt Palestine Project trasforma la fotografia in un atto di interposizione fisica e politica. Dal racconto sul campo alla mostra inaugurata il 3 maggio a Milano e il 17 a Bergamo: ripercorriamo le tappe di un progetto dove il guardare diventa dovere civile.

L’urgenza dello sguardo

«Tutto nasce da una frustrazione». Inizia così, nel novembre del 2025, il racconto di Samuele Pellecchia, direttore dell’agenzia Prospekt. È di ritorno dal primo viaggio in Cisgiordania dopo il cessate il fuoco. In quel momento, il paradosso era già brutale: un conflitto di portata epocale protetto da un muro di silenzio democratico, con le frontiere sbarrate alla stampa internazionale e il peso della narrazione lasciato interamente sulle spalle dei giornalisti locali.

«Il loro lavoro è eroico», sottolinea Pellecchia, «perché solo grazie a loro sappiamo. Solo grazie a loro ci arrivano le immagini e le storie di ciò che accade. Ma questo eroismo ha un prezzo: ne sono morti più di 250». In questo solco di abbandono e coraggio si inserisce il ritorno sul campo di Pietro Masturzo, Francesco Giusti e dello stesso Pellecchia: tre fotografi che, forti di una lunga esperienza in quei territori, hanno deciso di non lasciare soli i colleghi palestinesi, creando un presidio di resistenza visiva. Nonostante il sostegno di partner come Iperborea, NN Editore, Radio Popolare, AssoPacePalestina, il Festival Zona K e il Festival delle Geografie, l’indipendenza di Prospekt si scontra da subito con l’assenza dei grandi media.

A Palestinian woman during the 27th “Great March of Return” Friday protest near the Gaza-Israel border fence, Gaza Strip, September 28, 2018. During the demonstration seven Palestinians were killed by the Israeli army, including two children. Since the weekly protests started on March 30, 2018, calling for the Right of Return for Palestinian refugees, the Israeli army has killed more than 200 Palestinians, 150 of them during demonstrations, and wounded thousands.
©Activestills_Mohammed-Zaanoun

Da quel primo colloquio, il progetto ha subìto una metamorfosi profonda, trasformando l’urgenza documentaria in un’infrastruttura di solidarietà attiva. L’urgenza di Prospekt Palestine si scontra oggi con lo scenario cupo di questo inizio 2026: con la sospensione delle licenze a organizzazioni umanitarie come Medici Senza Frontiere, Oxfam, Emergency e Caritas, la Palestina è diventata un deserto di aiuti e di sguardi esterni. In questo vuoto, il fotogiornalismo smette di essere cronaca e diventa l’ultimo ponte rimasto.

La metamorfosi: Hebron e il furto delle scale

Sarebbe un errore considerare Gaza e la Cisgiordania come compartimenti stagni. «L’enormità di Gaza ha reso ancora più nascosto quello che accadeva sulle colline di Hebron e in tutta la West Bank», spiega Pellecchia. Qui la strategia di esproprio è diventata sistema, con la legalizzazione di 19 insediamenti che persino la legge israeliana considerava illegali.

Il racconto si fa vivido quando Pellecchia descrive la raccolta delle olive a cui ha assistito a fine 2025. In un momento ufficiale, alla presenza di alte cariche delle autorità palestinesi e testate internazionali, accade l’inimmaginabile, che qui però è una costante quotidiana: «Coloni e soldati hanno respinto cinquanta persone fin dentro il cortile di una casa privata. E per finire, si sono portati via persino le scale dei contadini». Togliere la scala significa togliere il futuro, il lavoro, la dignità di un gesto millenario. «Se questo accade davanti alle telecamere, cosa succede nel silenzio delle valli non documentate?».

An olive tree destroyed by Israeli settlers, Marj Si‘a area, north east of Ramallah, October 24, 2025. Over the past month, settlers have cut down nearly all the olive trees in the Marj Si‘a area, located between the villages of Al-Mughayer, Khirbet Abu Falah, and Turmusaya. Farmers have harvested the few remaining trees that survived these attacks. The olive harvest is a vital source of income for tens of thousands of Palestinian families and this destruction is part of ongoing Israeli violence and land confiscation, severely impacting the livelihoods of Palestinian farmers in the region.
©Activestills_Avishay-Mohar

Ma il silenzio non è l’unico nemico. Oggi, anche l’evidenza dello sguardo viene messa sotto processo. Il paradosso è che l’orrore è diventato così sistematico da apparire “incredibile” agli occhi di un Occidente assuefatto. Ne è una prova emblematica quanto accaduto dopo la pubblicazione della copertina de L’Espresso dello scorso aprile, dedicata proprio agli abusi dei coloni in Cisgiordania.

Lo scatto, firmato da Pietro Masturzo, era così potente e crudo da scatenare un’ondata di scetticismo digitale: il fotografo è stato paradossalmente costretto a pubblicare un video del “dietro le quinte” della scena per dimostrare che quella foto fosse reale e non un prodotto dell’intelligenza artificiale.

Non si nega solo l’accesso al campo, si nega la natura stessa della realtà documentata. Dover “certificare” il reale attraverso prove supplementari trasforma il lavoro di Prospekt in qualcosa di ancora più urgente: non basta più essere testimoni, bisogna essere garanti di una verità che il potere cerca di derubricare a allucinazione tecnologica.

L’interposizione, il corpo come ultimo scudo

In uno scenario di asimmetria totale, l’unico deterrente rimasto è l’interposizione: frapporre fisicamente il proprio corpo e la fotocamera tra l’arma del colono e la terra del contadino. Un compito che richiede un eroismo civile pagato a caro prezzo: è di pochi mesi fa la notizia di alcuni volontari italiani brutalmente picchiati mentre cercavano di proteggere i civili. «Attaccano direttamente chi documenta», avverte Pellecchia. Da qui il suo appello ai compagni di mestiere: «Venite giù, venite a vedere».

©Activestills_Avishay-Mohar
©Activestills_Avishay-Mohar

Un Manifesto d’Azione

L’impegno di Prospekt Palestine Project non è più solo una testimonianza raccolta sul campo, ma una narrazione corale che restituisce risorse a chi resta. Il fulcro di questa resistenza culturale è la mostra itinerante “ACTIVESTILLS: Documenting life, death and resistance in Palestine”.

L’esposizione ospita gli scatti del collettivo Activestills che, dal 2005, unisce fotografi palestinesi, internazionali e israeliani contro il progetto coloniale. Dopo la prima tappa alla Fabbrica del Vapore di Milano al Festival Life di Zona K proseguirà fino al 17 maggio 2026. La seconda tappa dal 17 maggio a Bergamo per il Festival Up To You fino al 24 maggio, per poi toccare Lecco, dal 30 maggio al 14 giugno e il Palazzo Ducale di Genova dal 4 luglio al 22 luglio.
L’esposizione è un omaggio ai fotografi palestinesi: una richiesta di giustizia per chi è stato ucciso o arrestato e un sostegno a chi continua a documentare affinché il mondo reagisca.

La mostra alla Fabbrica del Vapore fino al 17 maggio 2026.
in mostra le foto di: Faiz Abu Rmeleh, Basel Adra, Ahmad Al-Bazz, Doaa Albaz, Wahaj Bani Moufleh, Sherbel Dissi, Omri Eran Vardi, Mareike Lauken, Keren Manor, Avishay Mohar, Haidi Motola, Anne Paq, Shachaf Polakow, Ryan Rodrick Beiler, Yotam Ronen, Mosab Shawer, Sharona Heather Weiss, Basel Yazouri, Mohammed Zaanoun, Yousef Zaanoun, Oren Ziv.

L’inaugurazione a Milano

Il 3 maggio scorso, l’atmosfera alla Cattedrale della Fabbrica del Vapore non era quella di una formale celebrazione artistica. All’ingresso, il collettivo ha scelto una linea ben precisa: esporre i nomi di tutti i fotografi all’inizio, ma non apporli sotto le singole fotografie, per dare forza all’idea di un corpo collettivo dove la testimonianza appartiene alla causa comune.

Insieme a Samuele Pellecchia, Pietro Masturzo, Francesco Giusti e Alessandro Digaetano, hanno partecipato i fotografi Ahmad Al-Bazz e Mohammed Zaanoun, moderati da Claudio Jampaglia. Mohammed Zaanoun, arrivato da Gaza, ha attraversato l’orrore di quattro guerre e indica la sua casa in una fotografia tra un cumulo di macerie. «Sono riuscito a salvare solo l’hard disk con l’archivio fotografico”.

Con un sorriso spiega di essere stato in coma per un anno dopo una grave ferita, per poi risvegliarsi e tornare immediatamente a impugnare la macchina fotografica. Persino il suo volto ha da raccontare i segni della sopravvivenza. Oggi insegna i segreti del mestiere ai suoi dodici fratelli e sorelle. Camminando per Milano, confessa: «Le strade di questa città mi ricordano Gaza City quando era ancora in piedi. Solo quest’ultima guerra mi ha obbligato a scappare dalla mia terra».

l’inaugurazione a Milano


Accanto a lui, Ahmad Al-Bazz ha portato la testimonianza di Nablus. Stringe tra le mani il suo libro The Erasure of Palestine. Con estrema lucidità spiega come Gaza e la Cisgiordania siano facce della stessa radice violenta. Se la prima è ridotta a un immenso campo profughi, la seconda vive una strategia di cancellazione quotidiana, con interi villaggi che spariscono sotto la pressione degli insediamenti. Le immagini in mostra, e racchiuse nel libro, sono lo scudo contro questa metamorfosi silenziosa e riescono a porre domande.

©Ahmad Al-Bazz. Qira, a 23 km da Haifa

Dal pubblico si alza una domanda per Mohammed Zaanoun 

«Hai ancora speranza per la tua terra?»

La risposta non lascia spazio ad immaginazione 

«Ho speranza per voi e per tutto il mondo».

Sentirsi parte di un grande progetto

Il Prospekt Palestine Project non si ferma alle mostre. Il Manifesto d’Azione comprende un documentario sulla quotidianità dei fotografi palestinesi e una collana di tre fanzine indipendenti realizzate con la libreria MiCamera, strumenti di resistenza culturale nati per dare permanenza a testimonianze che il flusso digitale rischia di cancellare. L’intento di queste pubblicazioni è quello di farle diventare una collana con contributi di fotografi locali e internazionali.

Autoprodotte e accessibili, sono un gesto di resistenza culturale, strumenti di espressione e condivisione, dove l’urgenza di raccontare incontra la libertà e la possibilità di farlo. Possono essere acquistate singolarmente o nella serie di 3. Le fanzine sono realizzate in collaborazione con Micamera. Design di Carlo Amico e Silvana Carbone. Stampate da Graphidea.
Foto Camilla Bianchi 

L’obiettivo finale è ancora più ambizioso: fondare una scuola di fotogiornalismo permanente in Cisgiordania, con l’aiuto del collettivo Activestills, per formare gli sguardi indipendenti del futuro. 

Ogni scatto, ogni incontro, ogni gesto, sono piccoli tasselli di un’infrastruttura che vive grazie alla comunità. Sostenere il crowdfunding, comprare le pubblicazioni, significa garantire che la luce della testimonianza continui a brillare dove tutto sembra spingere verso l’oscurità.

Per sostenere il progetto, visita la pagina ufficiale.

Qui per acquistare le fanzine autoprodotte.

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Fausta Riva

Fausta Riva nasce in Brianza nel 1990.
Geografa di formazione(Geography L-6) poi specializzata in fotografia al cfp Bauer.
Oggi collabora con agenzie fotografiche e lavora come freelance nel mondo della comunicazione visiva.
Fausta Riva nasce sognatrice, esploratrice dell’ordinario. Ama le poesie, ama perdersi e lasciarsi ispirare.

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