Kublai Khan Marco Polo

L’incredibile corte di Kublai Khan descritta da Marco Polo e la ricchissima capitale cinese

Tra meraviglia e realtà, il racconto di Marco Polo ci conduce nella corte del Gran Khan e nella vivace capitale dell’impero Yuan.
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C’è una cosa che stuzzica particolarmente la curiosità degli storici: le cronache. Non importa di quale epoca siano. Una cronaca, cioè lo scritto che una persona redige di suo pugno su fatti, viaggi, personaggi, imprese, per quanto sia inevitabilmente necessario prenderla con le pinze, ha sempre il suo fascino. E, parlando di Medioevo, la prima cronaca che viene in mente è Il Milione di Marco Polo, l’affascinante racconto del viaggio – certo, con le immancabili esagerazioni tipiche dei cronisti – compiuto da questo mercante veneziano in Oriente, in Cina, in un mondo diversissimo da quello europeo, ma certamente ricco.

E a un certo punto di questa cronaca, di questo Livre des merveilles du monde (Libro delle meraviglie del mondo), il nostro amico veneziano ci racconta della strabiliante corte del condottiero mongolo Kublai Khan (1215-1294), il Gran Khan, la corte della città di Cambaluc, capitale della dinastia Yuan, sul cui territorio sorgerà in seguito Pechino. Ci racconta della sua lussuosa vita, delle numerose mogli, dei figli, di un palazzo sfarzoso, dei rapporti con i nobili e con il popolo, della grande e vivacissima città, uno snodo commerciale grandioso; ci parla anche dell’utilizzo della cartamoneta, un dettaglio sfiziosissimo per gli storici del Medioevo e non solo.

Ora, distinguere la realtà dalla fantasia, dalle esagerazioni, dalle suggestioni, dalle impressioni soggettive di un viaggiatore medievale è piuttosto arduo. In questo articolo non avremo la presunzione di fare un’analisi storiografica di quanto riportato da Polo in seguito al suo viaggio, compiuto tra il 1271 e il 1295. Terremo presenti i limiti di tale affascinante racconto, accontentandoci di mettere a fuoco alcune delle descrizioni che ci vengono proposte, lasciandoci – perché no – anche affascinare dall’atmosfera orientaleggiante del diario del veneziano, provando a immaginare cosa possa aver visto e provato un europeo nell’estremo Levante medievale.

Kublai Khan

Le persone intorno al Gran Khan: mogli, figli, concubine, servi, cavalieri e baroni

Partiamo dalle persone, dall’entourage che Marco Polo ci descrive di aver visto gravitare intorno alla corte di Kublai, del gran signore, di questo – lo si può dire – monarca assoluto cinese. Polo ce lo descrive come un uomo in carne, ma non grasso; un uomo bianco e rosso in viso, con occhi neri. Il cronista ci riferisce che il signore ha quattro mogli e che lì, in quella terra così lontana dall’Europa e dal modo di vivere europeo, sono considerate tutte e quattro legittime. Kublai ha dei figli, ventidue secondo Polo, avuti da mogli diverse. Solo il maggiore, però, per usanza, ha diritto a essere erede del padre.

Le mogli, secondo il nostro narratore, erano tutte ampiamente servite, con non meno di trecento belle ragazze al loro servizio. Riferiamo qui i numeri riportati nel diario di Polo, dando per scontato che spesso possa trattarsi di esagerazioni, invenzioni o approssimazioni. Proseguiamo. Le quattro mogli non bastano. Kublai Khan ha molte altre giovani donne; esse vengono appositamente scelte per il signore dai suoi ambasciatori, che si recano in una città chiamata Ungrat. Lì la popolazione è bella, ha la pelle candida e vengono scelte le ragazze di bell’aspetto per il gran capo. Inutile dire – è ovvio – che tali usanze ci appaiono oggi deplorevoli, almeno quanto molte analoghe usanze dell’Europa medievale. Ma erano altri tempi.

Tra le persone che attorniano il gran signore, secondo la cronaca, vi sono anche numerosi baroni, nobili e funzionari al servizio del palazzo. Kublai Khan era solito banchettare con moltissimi baroni e capi militari, con tavolate immense. Polo ci scrive testualmente che la sala da pranzo del palazzo di Kublai poteva contenere migliaia di persone: vi potevano cenare anche seimila baroni. E anche il palazzo era immenso, con mura di cinta concentriche, edifici per le armi e la difesa, stanze interne con oro, gioielli, gemme, argento e infiniti tesori preziosi: stanze unicamente accessibili al sovrano e alle mogli.

Gente da tutte le parti andava a trovarlo, da ogni angolo della Cina e non solo; gente che spesso e volentieri portava regali di ogni tipo, anche bizzarri, curiosità da mezzo mondo. E poi, ovviamente, portava oro, tesori, pietre preziose, stoffe, vino. Questi baroni banchettavano su tavoli posti più in basso rispetto a quello di Kublai Khan, con calici d’oro che immergevano in un grande vaso colmo di vino. Anche le donne, le mogli di Kublai e quelle dei baroni e degli ospiti, avevano calici d’oro con cui prendevano il vino migliore e le bevande più pregiate.

In ultimo veniamo ai cavalieri, agli uomini d’arme. Secondo la cronaca del nostro, il condottiero mongolo disponeva di una guardia personale formata da ben 12.000 cavalieri, al suo personalissimo servizio. Non che gli servissero per sicurezza – come rimarca Polo –, ma erano un simbolo esclusivo di potere e di affermazione dello status. Ricordiamo, ancora una volta, di prendere sempre con le pinze i numeri riportati nel Milione, adottando tutti gli accorgimenti da storici che il tipo di testo richiede. Non va preso come oro colato.

Questi 12.000 cavalieri, secondo il veneziano, si alternavano in turni di guardia al palazzo, 3.000 per volta, sparsi all’interno e all’esterno. Vi rimanevano tre giorni, per poi essere sostituiti, a rotazione, dagli altri 9.000 in attesa. I 9.000 che non erano di turno al castello non oziavano, ma potevano essere in città o fuori città per operazioni militari o diplomatiche richieste da Kublai Khan, oppure potevano rimanere nei pressi del palazzo, rientrando però la sera presso le proprie dimore cittadine.

Marco Polo con un vestito tartaro, in un’illustrazione del XVIII secolo

La città di Cambaluc: struttura, commerci, scambi e abitudini

Dopo averci parlato di Kublai Khan e del suo palazzo sfarzoso, Marco Polo ci parla della grande capitale degli Yuan: Cambaluc, o Khanbaliq, una maestosa, vivacissima e popolatissima città ubicata quasi esattamente dove in seguito sorgerà Pechino, con la dinastia Ming. Il cronista veneziano è colpito dalla quantità di scambi e di movimenti di questa enorme capitale orientale. Una città con dodici porte, caratterizzata da un centro cittadino e da numerosi borghi che lo contornano.

A Cambaluc, scrive Polo, ci sono soprattutto mercanti; mercanti da ogni dove, che vengono e che vanno, che portano merci e oggetti preziosi, che scambiano. La città è viva e ricca. La città vuole mostrarsi viva. A tal punto, continua Polo, che è vietato seppellire i morti vicino alla città ed è vietata qualunque manifestazione di tristezza.

A Cambaluc confluiscono merci rare e meno rare da tutto il mondo, oggetti ricchi e preziosi e prodotti provenienti dall’India. Per la grande moltitudine di mercanti e di militari presenti in città, inevitabilmente vi sono numerosissime prostitute. Ma le prostitute, scrive Polo, che pure fanno a Cambaluc guadagni immensi, non sono ammesse nel cuore della città: a loro è concesso di vivere – e si presume, quindi, anche di operare – nei borghi intorno a Cambaluc. Oggi diremmo in periferia.

E ancora il cronista si spende nel rimarcare quante sete, tessuti e quantità di oro lavorato giungano in città e vengano venduti e smerciati. Ogni giorno, è scritto nel Milione, arrivano nella capitale non meno di mille carri di seta. Teniamo a mente, ancora una volta, le esagerazioni numeriche, che però volevano sicuramente rendere, nelle intenzioni di Polo, l’idea dell’immensa quantità di scambi di una così ricca capitale orientale.

Edizione quattrocentesca de Il Milione

Kublai Khan paga con “foglietti”: Marco Polo ci racconta la cartamoneta cinese

Si diceva poco addietro che Il Milione contiene, tra le svariate e sfiziose curiosità storiche, la descrizione dell’impiego cinese della cartamoneta. Già, perché, secondo quanto ci riferisce con meraviglia Polo, Kublai fa lavorare la scorza degli alberi, in particolare del gelso, e dalla sottile pellicola ricavata fa ottenere dei foglietti. L’impasto di corteccia e colla porta al risultato di un foglio sottile come quello di papiro.

A seconda della grandezza del foglietto tagliato, dice ancora Polo, la cartamoneta ha un valore piuttosto che un altro; sopra vi viene apposto il sigillo del sovrano. Ci sono dei funzionari che controllano i foglietti e ne garantiscono l’autenticità, mentre chi prova a falsificarli è punibile con la morte.

Marco Polo se ne stupisce, dato che in Europa la cartamoneta non era ancora diffusa. Ci dice, però, che la gente la accettava volentieri e la poteva spendere ovunque, perché l’autorità di Kublai Khan nell’emettere cartamoneta era tale che in qualunque attività commerciale di Cambaluc era possibile impiegarla, scambiarla e utilizzarla.

Anzi, il gran signore chiedeva a tutti i sudditi di consegnargli oro, pietre preziose, argento e altri gioielli. Essi obbedivano, portavano tutto alla zecca e, in cambio, ricevevano cartamoneta del valore corrispondente. La gente lo faceva senza problemi, tanto poteva spenderla ovunque a Cambaluc e nei territori di pertinenza.

Leggi anche:
La via della seta prima di Marco Polo

Al contempo, Kublai deteneva tutto l’oro e i preziosi dei sudditi, avendone il controllo pressoché totale. Tuttavia, ci dice Polo, se qualcuno aveva bisogno di oro o gioielli per lavorare vestiti, costruire oggetti di lusso o commerciare, bastava richiederli alla zecca, pagando con la cartamoneta e ottenendo quanto desiderato.

Quando questi «foglietti» di cartamoneta si sciupavano – oggi diremmo le banconote –, potevano essere riconsegnati alla zecca e scambiati con cartamoneta nuova. L’operazione di rinnovo delle banconote non era gratuita, ma veniva tassata con la cessione di tre banconote ogni cento sostituite.

Miniatura del viaggio di Marco Polo da una miniatura trecentesca

In conclusione: tra realtà e fantasie

Abbiamo, in questo articolo, messo in evidenza alcuni passaggi interessanti dell’opera del veneziano Marco Polo. Come detto in premessa, chiaramente, è inimmaginabile accettare per buono tutto ciò che è contenuto in una cronaca medievale così ampia ed eterogenea, oltretutto senza adeguati testi comparativi di riferimento, magari attribuibili a cronisti coevi.

Ci pare chiaro – e lo rimarchiamo – che Marco Polo ci abbia trasmesso tante informazioni reali e verificabili, che storici di gran lunga più esperti e pazienti avranno esaminato meglio, ma allo stesso modo tanti racconti frutto di fantasie, esagerazioni, emozioni del momento e suggestioni. Un po’ come quando si sta raccontando un fatto tra amici e, per fare bella figura, si esagerano vari dettagli, si aggiunge o si toglie, si lavora, insomma, un po’ da romanzieri.

Alla luce di quanto detto, tuttavia, ci pare assai interessante, dal punto di vista storico, sociale e antropologico, la testimonianza di questo viaggiatore veneziano del XIII secolo che tutti abbiamo studiato a scuola, ma del quale forse pochissimi hanno approfondito il testo per apprezzarne – con i dovuti limiti storiografici – la bellezza e la capacità di coinvolgere.

Il mondo orientale ha sempre affascinato l’Europa. Queste pagine e questi passaggi di Marco Polo ci restituiscono non il solito Medioevo europeo che ci è tradizionalmente caro – cavalieri, dame, castelli, crociate, imperatori, comuni, pontefici, eresie –, ma un Medioevo orientale che pure è esistito e che ci dà maggiore contezza dell’eterogeneità delle società umane.

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RIFERIMENTI

  • Edizione del diario utilizzata: Il Milione di Marco Polo, a cura di MARIA BELLONCI, prefazione di Alessandro Barbero, Mondadori
  • BIANCHI VITO, Marco Polo. Storia del mercante che capì la Cina, Laterza
  • SIMION SAMUELA, BURGIO EUGENIO, Marco Polo. Storia e mito di un viaggio e di un libro, Carocci

Paolo Cristofaro

Classe 1994, laureato in Scienze storiche all'Università della Calabria. Docente di Italiano, Storia e Geografia nelle scuole medie statali. Giornalista pubblicista.

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