Una crepa mai rimarginata è quella che attraversa da venticinque secoli la storia della filosofia occidentale: gli esseri umani, dotati di libero arbitrio, sono liberi solo se sono liberi di scegliere. Ma, in tutto questo, possono scegliere di non desiderare? E la risposta, per quanto la si rigiri, resta sempre la stessa: NO. Il desiderio non è negoziabile, ne si può accendere o spegnere a comando. Si può reprimere, si può camuffarlo, ma non lo si può mai evitare. La sua natura è ineluttabile, perché non è qualcosa che abbiamo o che ci proviene dall’esterno, bensì è qualcosa “che siamo” in quanto umani, appunto.
Eros e lo stato di “mancanza”
Platone, nel Simposio, affida a Diotima il racconto più affascinante mai scritto sull’eros. Eros, appunto non è un dio, bensì un daimon, un genio protettore, uno spirito guida. Egli è figlio di Poros (l’espediente, l’abbondanza) e Penia (la povertà, la mancanza). Eros eredita da entrambi i genitori la propria condizione, perché appare sempre “povero”, sempre alla ricerca di qualcosa, e ogni volta che ottiene ciò che desidera la condizione del soddisfacimento è anche il punto di partenza stesso per desiderare ancora qualcos’altro. Non è mai sazio, perché la sazietà non appartiene alla sua natura. Questo mito è molto più di una storia, perché è una dichiarazione ontologica. Di fatti, il desiderio non è l’eccezione dell’esistenza umana, ma la sua struttura portante. Non desideriamo qualcosa, prima di tutto: desideriamo, e basta. L’oggetto viene dopo e viene sempre a mancare non appena l’abbiamo raggiunto.

Il desiderio come essenza stessa dell’umanità
Spinoza, nell’Etica, porta questa intuizione alle sue estreme conseguenze razionali, affermando che il desiderio è l’essenza stessa dell’uomo.Non un attributo accidentale, non una debolezza da correggere con la ragione, ma il conatus, lo sforzo con cui ogni cosa persevera nel proprio essere. Desiderare, per Spinoza, non è cedere a un impulso, bensì esistere. Estirpare il desiderio non significa, quindi, liberare l’uomo, ma sopprimerlo. È una posizione radicale, che rovescia millenni di sospetto morale verso Eros, perché se il desiderio è l’essenza dell’essere, allora ogni tentativo di ascesi totale, ogni fantasia di purezza senza appetito, non è elevazione, ma amputazione.
La voce della mancanza
Jacques Lacan raccoglie questa eredità e la traduce nel linguaggio della psicoanalisi. Il desiderio, quindi, non è mai desiderio di un oggetto, ma desiderio dell’Altro, desiderio di essere riconosciuti dall’altro, di colmare una mancanza costitutiva che nessun oggetto potrà mai davvero saturare. Per questo il desiderio è metonimico, perché scivola da un oggetto all’altro, insaziabile per sua stessa natura. Ogni volta che crediamo di averlo finalmente placato, si è già spostato altrove. È una condanna, se la si guarda dal punto di vista del possesso. Ma è anche, letta diversamente, la prova che il soggetto non è mai un blocco chiuso e compiuto, ma sempre proteso verso l’altro, incompleto per costituzione, e dunque, per costituzione, relazionale.

Il desiderio nei Gender Studies
È proprio su questo stato di mancanza di natura ontologica che i Gender Studies hanno costruito alcune delle loro intuizioni più interessanti. Judith Butler, riprendendo la dialettica servo-padrone di Hegel, ha mostrato come il desiderio non sia mai puramente individuale. Esso, infatti, nasce nel campo del riconoscimento, ed è per questo che può essere disciplinato, normato, reso intelligibile o inintelligibile a seconda che si conformi o meno alle griglie della cultura. Ma proprio perché il desiderio eccede sempre l’oggetto che lo cattura, eccede anche la norma che pretende di dirgli come e chi desiderare. È in questo eccesso, mai del tutto addomesticabile, che Butler colloca la possibilità della sovversione, in quanto il genere si ripete “performativamente”, ma ogni ripetizione porta in sé lo scarto da cui può nascere la differenza.
Luce Irigaray è arrivata a una conclusione affine da un’altra direzione, sostenendo di fatto che il desiderio femminile, storicamente pensato solo come negativo o mancanza rispetto a un modello fallico, non è un’assenza da colmare ma una molteplicità che il linguaggio patriarcale non riesce a contenere per intero, plurale, eccedente, irriducibile a una sola economia del possesso. Un desiderio schiacciato ma mai completamente arginato o disciplinato.
La promessa nell’ineluttabilità
Chiaramente, parlando di ineluttabilità, c’è il rischio di far scivolare il desiderio dalla parte di un destino a cui si è condannati, una fame che non si placa mai. Ma è nostro compito rovesciare la pena rovesciare la prospettiva. Se il desiderio fosse evitabile, saremmo entità autosufficienti, chiuse, senza bisogno dell’altro. Il fatto che non lo sia è anche il fatto che ci rende esseri di relazione. La storia del pensiero filosofico ci racconta che desiderare è il modo in cui restiamo esposti, incompiuti, ma comunque vivi.
Non si tratta allora di scegliere se desiderare, ma di scegliere che cosa fare di questa esposizione che non ci ha mai chiesto il permesso. Reprimerla ha sempre lo stesso esito, in ogni epoca e in ogni regime che ci ha provato, dato che il desiderio trova sempre e comunque un’altra strada di espressione possibile. Pertanto, meglio accoglierlo per ciò che è, come la prova più antica che abbiamo di essere, ostinatamente, ancora qui, ancora alla ricerca.