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A Bologna la Tosca di Puccini, capolavoro pienamente novecentesco

6 minuti di lettura

Il ‘900 operistico italiano si inaugura, straordinariamente, con un’opera già pienamente novecentesca. Tosca di Giacomo Puccini va in scena il 14 gennaio 1900, e pare di trovarsi già al cinema, neonato fra le arti. Opera drammaticissima, dall’incedere serrato, se ne è scritto di tutto, ed io sono solo l’ultimo, in ordine cronologico, a sostenere il suo status di autentico capolavoro, invero non sempre riconosciuto. I difetti ci sono: il personaggio del Sagrestano, anche se difeso da fior di critici, lo trovo al limite del’insopportabile, come d’altronde altre macchiette pucciniane, il pur sublime (sublime! sia chiaro) “Vissi d’arte”, come già detto e ridetto, spezza a metà la tensione quasi insostenibile del secondo atto. Ma Tosca è un’eroina nevrotica, estrema, di complessità sempre nuova, ricca di spunti di riflessione. Cavaradossi, che appare a occhi disattenti il personaggio più debole fra i protagonisti, ha il merito di introdurre e sostenere una componente politica che in quest’opera non è ancora stata adeguatamente valutata , e che invece meriterebbe secondo me un’attenzione non indifferente. E poi il mostruoso Scarpia, maniaco sessuale, politico corrotto, diavolo blasfemo ed ipocrita. Il barone Vitellio Scarpia è disumano, si nutre di carne, sangue, vino, brama, per poi gettare via la cosa bramata, con una volontà di potenza perversa: nell’anno in cui moriva Nietzsche, il personaggio pucciniano rappresenta il dionisiaco. La morte di Dioniso è devastatrice, incendiaria , trascina tutto con sé nel nulla, “l’orizzonte è cancellato a colpi di spugna”, l’orizzonte che inghiotte Tosca. “Oh Scarpia, avanti a Dio” dice la cantante: Dio è sempre nominato nella Tosca, ma in Puccini non esiste, è sempre negato dalla realtà dei fatti. Se, come disse, a mio avviso genialmente, Montale, Gozzano è un po’ il Puccini della poesia,bisogna accettare anche il fatto che Puccini è il Gozzano della musica. Irrompe nell’opera il nichilismo, la morte mette la parola fine: gli amanti verdiani si ripromettevano di riabbracciarsi in un aldilà migliore, i disperati amanti pucciniani hanno solo questa vita, e questa vita è per loro un fallimento. L’amore, su cui puntano tutto, si sbriciola, restano privi di qualunque appiglio. Si sono fondati su valori mortali, e ne moriranno. Tosca è dunque caposaldo dell’opera novecentesca, in parte mito fondativo della stessa, come osservò un sempre finissimo Fedele D’Amico in un brano riportato sul programma di sala della recente produzione bolognese. Produzione bolognese che vedeva alla direzione d’orchestra Jader Bignamini invece dell’annunciato a inizio stagione Alberto Veronesi. La lettura di Bignamini è parsa monocorde, il tentativo di variare era affidato a scelte agogiche discutibili, come improvvise accelerazioni e e altrettanto improvvisi rallentamenti. L’avarizia di colori, pur così presenti nella tavolozza pucciniana, era un peccato difficilmente perdonabile, anche considerando che in un’opera come questa il direttore dovrebbe riservare la sua attenzione soprattutto al trattamento orchestrale, magari tralasciando qualche scolastico attacco dato ai cantanti. Cantanti, che nella sera del 26 febbraio, non si sono difesi eccellentemente,escludendo la protagonista Ainhoa Arteta, che sosteneva con uguale sicurezza acuti e gravi, e offriva una prova in crescendo con un terzo atto di livello davvero buono. Peccato che gli stessi complimenti non si possano fare a Massimiliano Pisapia, Cavaradossi approssimativo. Pisapia non appoggiava bene il fiato nella zona di passaggio di registro, cercava di strappare applausi (invero tiepidi…) con qualche corona inopportuna negli acuti più trascinanti, con il problema però che gli acuti uscivano talore un po’ sfibrati. Pure lo Scarpia di Raymond Aceto si dimostrava problematico nella zona acuta, che risultava sbiancata, essendo il baritono dotato di un timbro piuttosto scuro. Per entrambi i cantanti il fraseggio tendeva a zero, anche se qualche intenzione in più Aceto la dimostrava. Fra i comprimari, gravemente insufficiente il parlottante Sagrestano di Alessandro Busi, mentre se la cavava senza difficoltà Alessandro Svab nei panni di Angelotti, “console della spenta Repubblica Romana”. Sulla regia di Gianni Marras, libero adattamento dallo spettacolo di Alberto Fassini, non c’è francamente molto da dire: didascalico, rispettoso del libretto fio all’eccesso, non è teatro del XXI secolo, e lo dimostra pienamente. Al termine, buon successo per la Arteta, meritato. Tosca è un capolavoro che sopravvive egregiamente anche a produzioni non certo leggendarie come questa, e il teatro pieno (che bello!) ci dice ancora una volta che, nonostante gli strali di certi critici, personaggi austeri, Puccini trionfa sempre.

Michele Donati

 

Redazione

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