Alla scoperta dei quadri rubati a Verona:
“Dama delle licnidi”, Rubens

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Peter Paul Rubens, Dama delle licnidi, olio su tela, 76×60 cm

Pieter-Paul Rubens fu uno dei massimi rappresentanti della pittura fiamminga della prima metà del ‘600, nonché, stando alle parole di Giuliano Briganti, «l’archetipo del Barocco». Di famiglia protestante, egli dovette fuggire dal Belgio in Germania a causa delle persecuzioni da parte dei cattolici. Dopo aver ricevuto un’ottima educazione, si dedicò alla pittura e nell’anno 1600, dopo aver ottenuto ad Anversa il titolo di maestro, venne in Italia, prima a Venezia, poi a Mantova, alla corte di Vincenzo Gonzaga, e più tardi a Roma e Genova. Ovunque lasciò tracce della sua arte ispirata ai maestri italiani, specialmente a Mantegna, Tiziano, Domenichino e Caravaggio.

La Dama delle Licnidi è un dipinto di cui inizialmente non si aveva certezza circa l’attribuzione al maestro fiamminga. Infatti non c’è alcuna traccia di firma da parte dell’artista. Tuttavia, durante il restauro, fu rintracciata una data in fondo al dipinto (1602), che coincide con il periodo in cui Rubens è stato ospitato alla corte di Mantova. Inoltre la donna rappresentata è forse l’infanta di Spagna, Isabella Clara Eugenia, figlia di Filippo II il Grande, nonché protettore di Rubens. La donna, infatti, dallo sguardo deciso e diretto verso lo spettatore, indossa i tipici abiti della corte e la gorgiera – che fece la sua comparsa a partire dalla metà del ‘500 – finemente ricamata.

L’attributo “licnidi“, riferito al dipinto, deriva dai fiori intrecciati posti sul capo della donna, le licnidi, appunto. Il fiore rosso, un garofano, posto sul capo della donna simboleggia la passione: probabilmente il quadro era destinato al futuro marito della giovane.

La resa della figura umana è estremamente realistica: gli occhi fieri sono segnati da verosimili occhiaia, le guance sono rosee e giovani, la bocca carnosa. I dettagli sono restituiti all’osservatore con minuziosa esattezza, tipica della scuola fiamminga; attraggono subito lo sguardo, infatti, la ricercata acconciatura floreale ed il ricamo della gorgiera, che stacca il volto della donna dal nero dell’abito e lo illumina, dandogli particolare rilievo e freschezza.

In questa opera, che si colloca nella primavera dell’artista, Rubens dà già prova della sua sensibilità alla bellezza fisica, che si esprime completamente nei tratti armoniosi del volto della donna, che in realtà, come si percepisce dal rossore delle gote, sarebbe meglio definire fanciulla. Il gesto pudico con cui la figura ritratta tiene stretti i legacci della veste ed il candore delle licnidi ne esaltano la purezza. La fermezza dello sguardo potrebbe sembrare, unito a questi dettagli, un ossimoro: ma l’ovale del viso, assieme ai riccioli, che con leggerezza sfiorano le tempie, e all’azzurro degli occhi equilibrano quella decisione muliebre che punge di curiosità l’uomo davanti alla tela.

Il quadro non è certamente tra i più conosciuti, anzi. Tuttavia già solamente da questo “assaggio” della pittura di Rubens si può comprendere il motivo per cui egli venga, a buon diritto, considerato uno dei più grandi artisti della sua epoca e si può anche capire la facilità con cui egli riuscì ad ottenere fiducia, benevolenza e protezione da parte delle famiglie potenti: era in grado, infatti, di eternificare il loro nome e la loro immagine, grazie ad un pennello ed una tavolozza, in «sparuti sprazzi di bellezza».

 Costanza Motta

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