Arte contemporanea? Tutta spazzatura!

L’arte contemporanea è spazzatura.

Questa è una classica frase che si potrebbe sentire da molta gente: non solo da persone ignoranti (nel vero senso del termine), ma soprattutto da persone a cui l’arte piace, o quantomeno se ne interessa, ma che rimane bloccata dalle convenzioni, dai pregiudizi, da ostacoli cognitivi autoimposti. Il problema è che la nostra società tende e tenderà sempre a voler rinchiudere in schemi prestabiliti i concetti, le idee, la conoscenza del mondo, per conformarli alle idee generali, ciò che dalla società è ritenuto giusto, certo, appunto conforme ad una determinata normalità e a precisi criteri di giudizio. Il problema giudizio: ecco la questione che assilla filosofi, artisti e altri vari studiosi da sempre. Come si potrebbe riuscire a capire oggettivamente se una cosa è bella o brutta, giusta o sbagliata? Tralasciando le questioni morali e i grandi maestri che hanno cercato di dare spiegazioni plausibili a queste domande, nell’arte è il giudizio ciò che conta. Esso però, seppur si è sempre cercato di ricondurlo a qualcosa di oggettivo, universale,  calcolabile, determinabile,  rimane qualcosa di soggettivo e personale, ma è comunque possibile, mmmm come si potrebbe dire… EDUCARLO!

Se l’arte classica e moderna, quella dei “Grandi”: dai greci ai romani, dai classici agli impressionisti, alle avanguardie e a chi più ne ha più ne metta, è in un certo senso considerata un’arte bella oggettivamente, cioè piacevole alla vista (anche se il più delle volte meramente per precisione tecnica), l’arte contemporanea è in un certo senso “snobbata”, se non del tutto ripudiata, da alcuni, per la sua apparente incomprensibilità, per il suo essere non solo qualcosa di visivo, ma piuttosto qualcosa di concettuale. Impossibile è argomentare qualche discorso di arte contemporanea senza sentire qualche sarcastico commento che tenderà a sminuirla, a trattarla come immondizia e come qualcosa di superficiale, consumo e diletto dei “ricchi”, facilmente riproducibile e esageratamente costosa. Si sente spesso dire “Questa è arte?! Ma lo potevo fare anche io!”, citando involontariamente il titolo di un libro di Francesco Bonami, critico d’arte e curatore italiano, che nel suo saggio cerca di rispondere a questo interrogativo che frequentemente si pongono visitatori di mostre contemporanee.Le questioni sono tante e per un certo senso già risolte:
Che cos’è l’arte? Grazie a Duchamp lo sappiamo: potenzialmente tutto.
Chi fa arte? Grazie a Beuys lo sappiamo: potenzialmente tutti.
Dove si trova l’arte? Da quando c’è internet ci è chiaro: potenzialmente ovunque.

La domanda può nascere spontanea ai più scettici: come sia possibile anche solo immaginare di paragonare un Da Vinci, magari la sua celeberrima Gioconda, alla merda d’artista di Manzoni o ai tagli di Fontana. Come si possa mettere a confronto qualcosa di “bello” esteticamente con qualcosa di non bello, se non addirittura di brutto, inutile, esagerando “di schifoso” (commento più volte sentito a proposito di Manzoni). Nella storia si è evoluto, pur restando sempre uguale, un concetto di “bello” assimilabile con una determinata categoria, con un canone predefinito, con parametri precisi: per questo se una scultura di Canova può essere considerata come un capolavoro, una scultura di Rodin farebbe pensare a qualcosa di non compiuto, non finito, dunque impreciso e quindi necessariamente brutto. Questo è un errore logico, uno sbaglio della nostra mente, un ostacolo cognitivo che è stato definito dallo Leon Festinger (psicologo sociale statunitense), seppur in ambiti diversi da quelli dell’arte, dissonanza cognitiva. Un individuo che attiva due idee  che sono tra loro coerenti, nel caso dell’arte la “bellezza” visiva dell’opera e ciò che di bello quell’opera esprime, si trova in una situazione emotiva soddisfacente; al contrario, si verrà a trovare in difficoltà elaborativa se le due rappresentazioni sono tra loro contrapposte o divergenti, ad esempio la banalità di due tagli su tela monocromatica (Fontana) con l’interessante concetto di spazialità che i tagli esprimono. Questa incoerenza produce appunto una dissonanza cognitiva, che l’individuo cerca automaticamente di eliminare o ridurre a causa del marcato disagio psicologico che essa comporta, finendo infine di rifiutarla.Secondo vari studiosi, critici ed esperti d’arte (prima fra tutte Angela Vettese) l’arte contemporanea ha in fondo un principio semplice: contiene l’intenzione di mostrare aspetti che da fisici diventano morali, di tollerare la dissonanza percettiva che deriva dal vedere una scena in cui sono compresenti immagini transitorie e permanenti, accogliere il disturbo cognitivo che ci proviene dall’accostamento di cose e persone in apparenza incompatibili, apprezzando invece le differenze che, dalla sfera del visibile, si trasferiscono in quella del vivibile: culture, razze, luoghi, tempi.

L’arte contemporanea potrebbe poi risultare elitaria, non è semplice perché supera l’estetico, se non lo elimina del tutto, e perciò non risulta comprensibile da tutti.  Essa non può essere interiorizzata solo dal senso della vista, ha qualcosa in più, nasconde un concetto, una spiegazione, una storia, elementi che hanno anche le opere antiche, ma che qui diventano la base, il punto di partenza attraverso cui analizzare il tutto. C’è stata un’inversione di priorità: se nell’antichità e nella modernità l’arte era non fatta, ma piuttosto percepita, prima come qualcosa di estetico e solo dopo come qualcosa di concettuale (principalmente religioso), ora la “bellezza” passa in secondo piano: c’è, ma si plasma a seconda dell’interpretazione che noi diamo al senso dell’opera, caricandosi di un flusso emozionale destabilizzante, in senso positivo, ma non solo.

L’arte si è quindi evoluta con le sue più varie sfaccettature e nelle sue più diverse forme: ai quadri, sculture, affreschi, si sono affiancati performance, installazioni, land art, rappresentazioni di ogni genere. Non è migliore o peggiore rispetto al passato, è diversa! E dovuta stare al passo coi tempi, o meglio, lo sono stati gli artisti. Oggi un bellissimo dipinto, tecnicamente perfetto e con le più paradisiache immagini non avrebbe successo, perché si è già visto e perciò risulterebbe banale. Le persone hanno sempre bisogno di qualcosa di nuovo, di rivoluzionario e il “nuovo” fa sempre un po’ paura ed è sempre di difficile comprensione al suo arrivo.

Mi si potrebbe anche chiedere per quale assurdo e ancestrale motivo vengo più “rapito” da una performance di Marina Abramovic (al Moma di New York stette per 3 mesi, 8 ore al giorno, seduta su una sedia ad un tavolino con un’altra sedia libera, dove a turno gli spettatori si sedevano e la guardavano, restando in silenzio, ma esprimendo le più disperata emozioni: riso, pianti, indifferenza) piuttosto che dalla Venere di Botticelli. Le mie motivazioni sono razionali ed emotive insieme; due aspetti da cui non bisognerebbe prescindere mai nella vita ogni volta che ci si trova ad affrontare un qualsiasi dibattito e sostenere la propria tesi. La motivazione razionale è che l’arte contemporanea rappresenta temi che al giorno di oggi ci riguardano più da vicino sia nella loro accezione più universale come la morte, la malattia, la povertà e la violenza sia in quella più vicina all’uomo di oggi dai mass media, alla genetica, alle ultime guerre. La motivazione emotiva è che personalmente di fronte ad un’ opera d’arte contemporanea riesco senza alcuna difficoltà a interpretare a modo mio il punto di vista dell’autore, ad entrare nell’ordine di idee che hanno permesso all’artista di realizzare quello che mi trovo di fronte a prescindere che condivida o meno la sua rappresentazione.Oggi opere come quelle del Tintoretto o qualsiasi grande artista del passato le consideriamo eterne, ma sono convinto che succederà anche per le produzioni artistiche contemporanee, quindi ai posteri l’ardua sentenza.

 

 

 

Redazione
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