Ci sono notizie davanti alle quali la prima reazione dovrebbe essere soltanto il silenzio. Poi, però, arriva il momento in cui il dolore deve lasciare spazio anche alle domande. Quello che è successo a Berlino appartiene tragicamente a entrambe queste dimensioni.
Un furgone lanciato sulla folla al Christopher Street Day, un accoltellamento, una vittima, decine di feriti, un uomo poi ucciso dalla polizia durante la caccia all’uomo. Le autorità tedesche hanno parlato di matrice islamista. Il cancelliere Merz lo ha definito un atto abominevole. Da Bruxelles sono arrivate, una dopo l’altra, le condanne di tutte le istituzioni europee.
Su questo non c’è, non ci può essere, alcuna ambiguità. Chi ha usato un veicolo e una lama contro persone che stavano semplicemente festeggiando merita una condanna totale, senza sfumature, senza «ma», senza il minimo tentativo di comprensione delle motivazioni. Punto.
Ma è qui che va fatta una premessa necessaria, forse la più importante. Questo articolo non vuole ricostruire ciò che è accaduto a Berlino: lo faranno le indagini e gli organi competenti. E non vuole nemmeno commentare il singolo episodio. Quel fatto, però, apre una domanda più ampia, che sarebbe rimasta valida anche senza conoscere il volto dell’attentatore: quanto crediamo davvero nei diritti che diciamo di difendere quando smettono di esserci comodi?
Perché nelle ore successive alla notizia è accaduto quello che accade sempre. Una parte della destra occidentale, per anni distratta o apertamente ostile quando si parlava di diritti delle persone LGBTQ+, ha riscoperto di colpo un linguaggio da alleata storica delle minoranze. Una posizione che, presa isolatamente, sarebbe anche condivisibile perché chiunque difenda una comunità colpita fa bene a farlo.
Il problema comincia quando la difesa è a intermittenza. Quando gli stessi diritti considerati un capriccio ideologico, una «moda», una minaccia alla famiglia tradizionale, diventano improvvisamente sacri nel momento in cui servono a puntare il dito contro un nemico più comodo di quello di casa propria. Il problema nasce quando questa solidarietà non diventa una convinzione stabile, ma soltanto uno strumento utile per attaccare l’avversario politico del momento. È un uso strumentale del dolore altrui.
I diritti delle persone LGBTQ+ non possono trasformarsi in una bandiera che si issa soltanto per dimostrare l’arretratezza di qualcun altro, tenendola invece chiusa nell’armadio ogni volta che si discute di un ddl o di un’iniziativa. Non possono servire a raccontare un Occidente sempre e comunque dalla parte giusta della storia, come se le proprie battaglie civili fossero un dato di natura e non il risultato, sempre parziale e sempre reversibile, di conflitti durissimi combattuti in casa.
Una democrazia seria è quella capace di guardare alle proprie incoerenze prima ancora che a quelle degli altri.
Sarebbe però troppo facile fermarsi alla prima contraddizione. E sarebbe anche un modo per evitare il problema più difficile di riconoscere che nessuna parte politica possiede il monopolio della coerenza sui diritti. Perché a questo punto entra in scena l’altra ipocrisia, quella che una certa sinistra fatica a guardare in faccia. Per anni, in nome del dialogo tra culture e del giusto rifiuto di ogni discriminazione, si è troppo spesso preferito il silenzio prudente a ogni discorso scomodo sul fondamentalismo religioso. La paura di essere accusati di islamofobia, o semplicemente di «fare il gioco della destra», ha prodotto in troppi casi reticenza.
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Difendere una società aperta significa anche avere il coraggio di dire che non tutto è negoziabile. Lo aveva capito bene Karl Popper, quando descriveva il paradosso della tolleranza in cui una società aperta non può concedere una tolleranza illimitata a chi usa quella stessa tolleranza per distruggerla, altrimenti finisce per essere spazzata via da chi non ha nessuna intenzione di ricambiarla. Non era un invito alla chiusura, ma il riconoscimento che l’apertura, per sopravvivere, ha bisogno di confini chiari. Il fondamentalismo islamista è esattamente uno di quei confini, una minaccia concreta, non un’invenzione della propaganda. Ogni ideologia che giustifica la violenza, che nega la libertà individuale, che considera alcune persone meno umane per il loro genere o il loro orientamento sessuale, va nominata e contrastata con la stessa fermezza con cui si contrasta ogni altro fondamentalismo, incluso quello che nasce dentro le nostre stesse società.
Questo non autorizza però nessuna scorciatoia concettuale. Islam e islamismo radicale non sono sinonimi, esattamente come cristianesimo e integralismo cattolico non lo sono. Una religione professata da oltre un miliardo di persone non si processa per le azioni di una minoranza violenta.
La critica al fondamentalismo che si trasforma in sospetto verso un’intera comunità non è più critica. È un altro fondamentalismo, con la bandiera cambiata.
Ed è proprio in questo punto cieco che il pensiero occidentale continua a incastrarsi da decenni. Amartya Sen, nel suo Identità e violenza, aveva scritto con chiarezza che la retorica dello scontro di civiltà riduce esseri umani complessi, fatti di mille appartenenze diverse, a una sola etichetta religiosa o culturale, ed è proprio questa riduzione, non la religione in sé, a preparare il terreno alla violenza. Non è un caso che sia i fondamentalisti che invocano la fede per giustificare l’orrore, sia chi in Occidente vuole leggere ogni musulmano attraverso quell’orrore, condividano lo stesso errore logico di trattare un’identità plurale come se fosse un destino unico e ineluttabile.
C’è poi un secondo livello, ancora più scomodo, che riguarda il modo in cui misuriamo i diritti umani.
Difendere il diritto del popolo palestinese a un futuro politico, denunciare le sofferenze dei civili di Gaza, condannare i crimini attribuiti al governo israeliano, nulla di tutto questo deve essere in contraddizione con la denuncia senza esitazioni dell’oscurantismo di Hamas, della sua ideologia, del suo disprezzo per la libertà individuale, per l’uguaglianza tra uomini e donne, per i diritti delle persone LGBTQ+.
Non esiste una gerarchia dei diritti umani. Chi la introduce, da qualunque lato la introduca, non sta più parlando di diritti. Sta parlando di tifo.
Hannah Arendt aveva intuito, riflettendo sui profughi e sugli apolidi del Novecento, che il vero diritto fondante non è la libertà o l’uguaglianza in abstracto, ma «il diritto ad avere diritti»: la possibilità concreta di appartenere a una comunità politica che ti riconosca come portatore di quei diritti. È un’intuizione che vale ancora oggi, ogni volta che qualcuno decide, a seconda della convenienza del momento, quali vittime meritano il proprio sdegno e quali invece possono aspettare, o essere derubricate a effetto collaterale di un conflitto più grande.
I diritti non si difendono quando il nemico politico è comodo e si ignorano, o peggio ostacolano, quando la vittima appartiene alla «squadra sbagliata». Ed è proprio questo il punto su cui Norberto Bobbio aveva già detto tutto quarant’anni fa, quando scriveva che «il problema dei diritti dell’uomo non è più quello di fondarli, ma quello di proteggerli»: non è un problema di principi, su cui in fondo siamo quasi tutti d’accordo a parole, ma di coerenza pratica. Difendere un diritto anche quando la vittima non ci somiglia, o il carnefice ci somiglia troppo, è la vera misura di quanto ci crediamo davvero.
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È forse questo il punto più difficile da accettare: difendere un principio significa farlo anche quando non ci restituisce un vantaggio politico immediato, anche quando obbliga a criticare persone o ambienti che normalmente sentiamo più vicini.
Il rispetto delle differenze non può diventare relativismo assoluto. Capire una cultura non significa giustificare ogni cosa fatta in suo nome. Rispettare una religione non significa rinunciare a criticarne alcune interpretazioni. Accogliere una persona non significa chiederle di rinnegare la propria identità, ma nemmeno significa rinunciare alla propria idea di libertà.
La destra dovrebbe smettere di usare i diritti civili come una clava da tirare fuori soltanto quando serve a colpire un nemico esterno. La sinistra dovrebbe trovare il coraggio di difenderli sempre, anche quando farlo costringe ad ammettere che il fondamentalismo non ha una sola bandiera, un solo colore di pelle, una sola religione.
I diritti umani non sono un privilegio geopolitico. Non appartengono a una parte politica contro un’altra, a una civiltà contro un’altra, a una vittima «giusta» contro una vittima «sbagliata». Se sono davvero universali, devono esserlo sempre. Anche quando non conviene. Anche quando costringe a guardare non soltanto le contraddizioni degli altri, ma le proprie.
E allora, davanti a un furgone lanciato sulla folla che stava semplicemente celebrando la propria esistenza, la domanda vera forse non è di che colore politico sia la nostra indignazione.
Perché il vero test dei nostri valori non arriva quando difendere un diritto è facile. Arriva quando farlo ci mette in difficoltà, quando ci costringe a contraddire i nostri alleati e quando la vittima non appartiene al nostro campo.
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Immagine in copertina generata con intelligenza artificiale da ChatGPT a partire dal contenuto dell’articolo