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Auschwitz: perché dobbiamo gridare

7 minuti di lettura

«La manifestazione del vento del pensiero non è la conoscenza; è l’attitudine a discernere il bene dal male, il bello dal brutto».

 

È freddo oggi, qui ad Auschwitz. Nevica. Ogni singolo fiocco pesa sulle rovine di Birkenau, come un macigno. Un silenzio profondo è sceso su questa terra, un silenzio urlante, straziante. E proprio questa neve sembra rievocare quello che fu, pur nel suo bianco candore, come una ragazza infinitamente bella, e profondamente triste. Settant’anni dopo la liberazione del campo di concentramento nazista di Auschwitz-Birkenau, 300 sopravvissuti allo sterminio – per la maggior parte ultranovantenni – parteciperanno oggi, 27 gennaio, a una commemorazione in occasione della “Giornata della memoria”. Insieme a loro, Capi di Stato e rappresentanti delle istituzioni ricorderanno la data-simbolo in cui le truppe sovietiche fecero ingresso nel più celebre Lager nazista – dove vennero imprigionati e uccisi milioni di ebrei, oppositori politici, prigionieri di guerra, omosessuali e zingari – liberando i pochissimi ancora vivi.

Qui in Polonia è sempre un evento importante, la Giornata della Memoria. Forse perché la sentono un po’ propria, costretti a ospitare, in questa gloriosa quanto sofferente terra, ciò che di più ineffabile è accaduto. Forse perché la loro storia insegna che la memoria è tutto, e senza di essa non c’è umanità. La memoria attenua le grida, la memoria disinibisce il male, distrugge mostri, la memoria si erge a compartecipazione della sofferenza. La memoria è condividere le grida dentro di noi, è soffrire un po’ anche noi, e soffrire – checché se ne dica – certe volte è proficuo. Soffrire implica istintivamente comprendere la sofferenza altrui, sofferenza è empatia. Non potremo mai immaginare, neanche con il nostro più spiccato senso identificativo e di immedesimazione, né con la volontà più estrema di empatia, che cosa sia successo oltre quel cancello 70 anni fa. Ma possiamo ricordare, e possiamo ancora piangere. E piangere, e immedesimarsi, è comprendere la più profonda natura dell’uomo. Anche in una situazione così straziata, anche in una situazione così urlante. Così comprendere che la maggiore sofferenza fu quella non già fisica, bensì il timore di perdere la propria identità, il proprio modo di essere, di vivere in questo mondo, che ci riconosce per qualcosa che siamo, che vogliamo essere, che crediamo di essere.

Ecco cosa scrisse la famosa filosofa ebreo-tedesca, Hannah Arendt, a proposito di ciò:

«I Lager servono, oltre che a sterminare e a degradare gli individui, a compiere l’orrendo esperimento di eliminare, in condizioni scientificamente controllate, la spontaneità stessa come espressione del comportamento umano e di trasformare l’uomo in un oggetto, in qualcosa che neppure gli animali sono. Soltanto se ogni persona viene ridotta a un’immutabile identità di reazioni, in modo che ciascuno di questi fasci di reazioni possa essere scambiato con qualsiasi altro. Si tratta di fabbricare qualcosa che non esiste, cioè un tipo umano simile agli animali, la cui unica “libertà” consisterebbe nel “preservare la specie”».

 

Questi capelli, questi oggetti, qui esposti, siamo noi. Siamo noi quando la mattina ci pettiniamo, quando portiamo addosso il nostro orologio, quando ci riconosciamo noi nelle cose che facciamo. E un invito a essere se stessi è un insegnamento profondo ad affezionarsi a ciò che si è, e alle cose che si è in grado di fare. Pensateci. Chi siete voi, e che cosa vi rende identitari di voi stessi. La vostra chitarra. I vostri libri. La vostra camicia preferita. L’umanità è in quegli oggetti, il sorriso di chi sa di essere una persona. Questo è il dramma di “Se questo è un uomo”, e questo è il dramma di ogni singolo deportato, che sento gridare dalle rovine di Birkenau. E ci si sente così, intrappolati dalla propria libertà, troppo ovvia, troppo radicata, per permetterci di capire. E per questo che ricordiamo. E per questo che condividiamo le grida dentro di noi. Dobbiamo gridare, anche se non capiremo mai fino in fondo che cosa stiamo gridando. Ma dimenticare significherebbe rendere le grida silenziose, e renderle tali significa coprirle di sangue. Leggete, visitate i musei, recatevi nei campi di concentramento. Soli così sopravviveremo, solo così la loro umanità sopravviverà, nella coscienza del ricordo di ognuno di noi.

Oswiecim, Polonia, 26 gennaio 2015. Igor Malicky di Cracovia, 90 anni, immerso nei suoi pensieri durante la visita al campo di concentramento Auschwitz I.

Ricordiamoci non solo di Auschwitz (simbolo ormai dell’Olocausto), ma di tutti i campi di sterminio, dal primo, Dachau, fino ai più piccoli, come Majdanek o Sobibor, perché da ognuno di essi si irradi il grido. E poi tutti i Ghetti, che contengono storie di una umanità sorprendente, di una dignità che oltrepassa la nostra benché minima coscienza di essere uomini.

«È anzi mia opinione che il male non possa mai essere radicale, ma solo estremo; e che non possegga né una profondità, né una dimensione demoniaca. Può ricoprire il mondo intero e devastarlo, precisamente perché si diffonde come un fungo sulla sua superficie. È una sfida al pensiero, come ho scritto, perché il pensiero vuole andare in fondo, tenta di andare alle radici delle cose, e nel momento che s’interessa al male viene frustrato, perché non c’è nulla. Questa è la banalità. Solo il Bene ha profondità, e può essere radicale».

(Hannah Arendt, La Banalità del Male)

Invito a leggere il programma degli eventi della giornata di oggi, al museo Auschwitz Memorial / Muzeum Auschwitz.

 Francesco Costantini

Redazione

Frammenti Rivista nasce nel 2017 come prodotto dell'associazione culturale "Il fascino degli intellettuali” con il proposito di ricucire i frammenti in cui è scissa la società d'oggi, priva di certezze e punti di riferimento. Quello di Frammenti Rivista è uno sguardo personale su un orizzonte comune, che vede nella cultura lo strumento privilegiato di emancipazione politica, sociale e intellettuale, tanto collettiva quanto individuale, nel tentativo di costruire un puzzle coerente del mondo attraverso una riflessione culturale che è fondamentalmente critica.

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