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Dante raccontato da Barbero: una riuscitissima biografia

La nuova biografia di Dante (firmata Alessandro Barbero)

Nel pieno della seconda ondata di una pandemia, in un momento in cui paure e sospetti si diffondono nella società a velocità incontrollabile, ecco che anche la comparsa di una nuova biografia di Dante Alighieri non poteva che apparire come un’ennesima operazione editoriale di esclusivo stampo commerciale. Intendiamoci, gli ingredienti c’erano tutti: Dante, il poeta più citato dell’intera letteratura occidentale, e la vicina ricorrenza del settecentesimo anniversario della sua scomparsa; l’autore, cioè il professor Alessandro Barbero, lo storico e divulgatore diventato una celebrità a suon di milioni di visualizzazioni su YouTube e non meno notevoli ascolti su Spotify (via podcast); la biografia, genere che spesso si è prestato a facili esercizi di riassunto neanche troppo rigorosi e di discutibile rilevanza, specie nel caso di personaggi di tal fama. Ebbene, prendete tutti questi sospetti e metteteli pure da parte; il Dante di Barbero (acquista) è invece una riuscita ricostruzione della vita e delle opere (umane più che letterarie) di un uomo vissuto a cavallo tra XIII e XIV secolo e già molto famoso tra i suoi contemporanei. Un uomo di cui si pensa spesso di sapere tutto, data la sua rilevanza nella storia letteraria e culturale italiana e dati gli innumerevoli studi, ricostruzioni e ricerche di ogni tipo a lui dedicati in sette secoli di storia. Invece, al di là di ciò che per fortuna è parte del patrimonio scolastico di tutti gli italiani – Firenze e Beatrice, la politica e l’esilio, lo Stil Novo e la Commedia –, i dubbi sulle scelte, le idee e gli spostamenti di Dante sono ancora tantissimi.

Il focus sul contesto storico

Per prima cosa, però, Barbero ricorda a tutti di essere uno storico medievale rigoroso, dichiarando esplicitamente di voler dare spazio anche al contesto e all’epoca in cui Dante e i suoi famigliari vissero. Il contesto significa principalmente Firenze, al tempo Comune grande e prospero, tra i più importanti e dinamici d’Europa, cresciuto grazie ai suoi mercanti e ai suoi banchieri; un Comune di popolo, in cui molta voce aveva quella che oggi verrebbe definita la borghesia, che negli anni di Dante era in perenne contrasto con le famiglie di antica nobiltà di sangue, quelle dei magnati. Va detto che Dante non apparteneva a questi ultimi: il nonno, gli zii e il padre di Dante erano usurai e piccoli proprietari terrieri, sicuramente benestanti ma non certo esponenti della grande nobiltà del tempo, quella degli Uberti, dei Donati e dei Cavalcanti.

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Su questo aspetto evidentemente indigesto – per dire quanto centrale fosse il tema della nobiltà per Dante, come ben ricorda Barbero – il poeta imbastirà un’operazione, che oggi verrebbe detta revisionista, su e giù per la Commedia. Bastino due esempi. In Inferno X Dante incontra il più grande ghibellino fiorentino del suo tempo, Farinata degli Uberti, che gli chiede esplicitamente da quale famiglia discendesse («Chi fuor li maggior tui?», i tuoi antenati). Dante risponde in modo non esplicito e lasciando intuire che il grande ghibellino li conoscesse bene, gli Alighieri, e che fossero suoi grandi nemici; la verità, decisamente più amara, era che Farinata quasi sicuramente ignorava chi fossero quei medi traffichini di Bellincione e Alighiero (nonno e padre di Dante, mai da lui citati). Dante però non si ferma qui, e lascia un immenso palcoscenico nei canti centrali del Paradiso al semisconosciuto trisavolo Cacciaguida, il capostipite degli Alighieri, combattente divenuto cavaliere al seguito del Re Corrado III durante la fallimentare seconda crociata in Terra Santa (partita nel 1147). Lo vedete, dice Dante, noi Alighieri non eravamo mica gente da poco!

La battaglia di Campaldino

Come detto, la realtà era piuttosto diversa e gli Alighieri non erano parte dell’alta nobiltà; erano comunque ricchi abbastanza da garantire a Dante la possibilità di vivere di rendita, almeno nei suoi anni a Firenze, libero di dedicarsi alla poesia e alla politica. Ma non è sulle vicende della famiglia Alighieri che Barbero sceglie di iniziare il proprio libro, contrariamente a quanto ci si potrebbe aspettare. Il primo capitolo si apre invece in un giorno preciso del 1289, il giorno di San Barnaba, e in un luogo più preciso all’epoca di quanto lo sia oggi: la piana di Campaldino. Il Dante che si poteva incontrare quel giorno in quella piana lungo l’Arno, vicina alla chiesetta di Certomondo e appena sotto la collina dominata dal castello di Poppi, in Casentino, non era il poeta e uomo di corte che la tradizione ha poi consegnato a generazioni di studenti; era un Dante a cavallo, armato e pronto a dar battaglia. Quel giorno si combatteva infatti la battaglia decisiva tra l’esercito guelfo, guidato da Firenze, e i ghibellini di Arezzo, e Dante era stato designato come uno dei feditori fiorentini, uno dei cavalieri della prima schiera deputati a entrare per primi in battaglia. Il giorno di San Barnaba segnò l’affermazione dell’autorità della Firenze guelfa e vincitrice sulla Toscana intera, oltre che l’inizio della fine della causa ghibellina in Toscana. Sembrerà strano ma si può dire, insieme a Barbero, che Dante divenne Dante nella sanguinosa mischia di Campaldino, in una delle più confuse e cruente battaglie del Basso Medioevo italiano, sulla quale tornò in diversi luoghi della Commedia – il più celebre, l’incontro in Purgatorio con Buonconte da Montefeltro. Quest’apertura serve a Barbero per ricordare un punto fondamentale e spesso trascurato, forse per riverenza nei confronti del grande poeta: a quel tempo era un dovere per tutti (e specie per chi ne aveva i mezzi dal punto di vista economico) prendere parte alla vita politica della propria città e della propria fazione; e ciò doveva per forza di cose dire sporcarsi anche le mani in prima persona (e Dante lo farà ancora, specie nei primi anni dell’esilio). Non è esagerato dire che molte delle più truculente scene descritte nell’Inferno Dante le ricavò dalla memoria di quell’11 giugno in Casentino.

L’attività politica di Dante

A dire il vero, Dante fu molto attivo politicamente a Firenze solo dopo il 1294, anno della morte di Beatrice Portinari (sì, quella Beatrice). Da allora in poi lo si trova in molti dei tantissimi organismi politici e amministrativi della Firenze di fine Duecento, in cui i magnati erano esclusi dal potere e gli esponenti delle Arti (le corporazioni) guidavano la città. Fino al culmine del bimestre del 1300, quando venne scelto come uno dei sei priori, la massima carica della città, in quanto esponente dei guelfi bianchi. A proposito di questi ultimi, Barbero affronta con grande chiarezza il tema di cosa volesse dire essere guelfi (bianchi o neri) oppure ghibellini ai tempi di Dante: in estrema sintesi, ogni connotazione di vicinanza al Papa (per i primi) o all’Imperatore (per i secondi) era molto più labile di quanto si possa oggi pensare. Tant’è vero che in quegli anni si trovano ripetutamente condottieri e signori pronti a cambiare fazione, nonché guelfi nemici del papato (il rapporto tra Dante e Bonifacio VIII è cosa nota) e ancora vescovi apertamente ghibellini (come Guglielmino degli Ubertini, che guidava l’esercito di Arezzo a Campaldino). Le due erano, insomma, fazioni in lotta per il potere nelle singole città più che parti divise da sofisticate questioni ideologiche.

L’esilio

Proprio il risultato di uno scontro interno alla fazione guelfa portò, nel 1302, al fatto che forse più di ogni altro segnò la vita di Dante: l’esilio da Firenze, con l’accusa di baratteria (corruzione, in buona sostanza). Anche su questo avvenimento Barbero correttamente sceglie di non essere del tutto accondiscendente con il poeta – che la tradizione dantesca vuole come immacolato exul immeritus – e solleva legittimi dubbi sul fatto che, probabilmente, nel gioco delle fazioni anche nelle tasche del retto Dante qualche fiorino potesse esserci finito.

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Sia quel che sia, dal 1302, anno della cacciata da Firenze, la vita di Dante divenne via via più avventurosa e sempre più segnata da punti interrogativi. In poco meno di vent’anni il poeta ormai esiliato visse e scrisse da Bologna e Verona, dalla Lunigiana dei Malaspina e dai castelli dell’Appennino dei conti Guidi, e poi ancora da Pisa, Lucca, Parigi, ancora Verona e infine Ravenna (e altre ne mancano). Di tappa in tappa venivano composti il Convivio e il De Vulgari Eloquentia, la Monarchia e, naturalmente, la Commedia. Quest’ultima, il poema sacro, diverrà via via uno zibaldone di storie e personaggi, giudizi e profezie spesso forti, a volte contraddittori, sempre espressione dei momentanei convincimenti del poeta.

Il grande lavoro bibliografico di Barbero su Dante

Spesso si semplifica il percorso politico di Dante dividendolo in due grandi filoni: il Dante comunale, guelfo bianco nella Firenze guelfa; e poi il Dante divenuto ghibellino nell’esilio, prima fautore delle bande di esiliati che volevano rientrare in città e poi grande alfiere dell’Alto Arrigo, l’imperatore Enrico VII di Lussemburgo. Le cose, purtroppo per i biografi (e per il godimento dei lettori) sono molto più complicate di così: Barbero prova a riassumere una vastissima bibliografia (accuratamente riportata) in un concentrato molto riuscito di quel che è noto finora, spesso riprendendo e alle volte correggendo il lavoro dei molti dantisti che si sono letteralmente dannati l’anima nel cercare ricostruire passaggi geografici e cambiamenti d’idea del Dante uomo (da Giovanni Boccaccio e Leonardo Bruni, ai tempi del Barbi, a inizio Novecento, fino alla più recente scuola pisana dei Carpi, Santagata, Casadei e Tavoni). 

Al lettore non resta che seguire l’autore nel suo resoconto e inseguire il poeta nelle sue varie peripezie (tra le quali spicca un rito di magia nera), lasciandosi conquistare dalla curiosità che non può non nascere dalla visita di numerose città e dall’imbattersi con i molteplici personaggi che popolarono la vita di Dante: dagli amici, come Moroello Malaspina Vapor di val di Magra o l’ultimo ospite, Guido Novello da Polenta, ai grandi nemici, come il barone Corso Donati (fratello di Gemma, moglie di Dante di cui ben poco sappiamo, e di Forese, amico di Dante), i diversi Papi o il crudele Fulcieri da Calboli, e da quelli che furono a giorni alterni ospiti gradevoli e sgraditi al poeta, come i nobili dell’Appennino e gli Scaligeri veronesi.

Il Dante dell’esilio diventò col passare degli anni sempre più un uomo di corte, letterato stimato ma anche consigliere mantenuto da nobili di diverse risme, non sempre disposti ad avere a che fare con una personalità così ingombrante: piano piano, si nota come la geografia dantesca diventi dunque un campo minato di città e signori da evitare. Il poeta lo percorse sempre cercando di preservare la propria dignità – anche a costo di apparire a tratti servile (gli Scaligeri sono trattati coi guanti nel Paradiso) – e mantenendo la grande convinzione di non essere stimato abbastanza dai suoi contemporanei, in un continuo rincorrersi di amore e odio per quella Firenze natia in cui sognava di essere incoronato con l’alloro e che invece mai più rivedrà. 
In Dante Barbero sfrutta la sua formazione da medievista e le sue indubbie qualità divulgative per scrivere una biografia precisa e dettagliata su di un poliedrico fiorentino vissuto a cavallo tra il XIII e il XIV secolo, e pienamente inserito nel suo tempo, l’epoca del massimo splendore dell’Italia dei Comuni, appena prima che la grande peste devastasse l’Italia e l’Occidente intero.

Carlo Sormani

 


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Redazione

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