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Bone Tomahawk: il buono, il brutto e il cannibale

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4 minuti di lettura

Il genere western è stato spesso mescolato ad altri generi: horror, fantascienza, parodia e molti altri, spesso con risultati ridicoli o scadenti oppure assolutamente geniali come il giallo-western The hateful eight di Tarantino o il demenziale ed esilarante Un milione di modi di morire nel west di Seth MacFarlane.

Scritto e diretto da S. Craig Zahler, Bone Tomahawk presenta i classici temi western: lo sceriffo di una cittadina (interpretato da uno straordinario Kurt Russel) insieme al suo vice e ad altri uomini coraggiosi, deve salvare una donna e altri concittadini rapiti da una tribù selvaggia. Il tipico connubio indiani contro cowboy. Questa prima parte del film dunque non presenta grandi novità nella trama e anche il ritmo è molto tranquillo e pacato con i nostri eroi che sotto il sole attraversano lande desolate e impolverate per salvare le vittime innocenti del rapimento. La calma apparente di questa prima parte però lascia il posto ad una seconda metà del film che sconvolge lo spettatore. Ed è qui che comincia il lato cruento della nostra pellicola.

Fonte: The Austin Chronicle

 

Una volta raggiunto il territorio della tribù indiana inizia il vero pericolo e il vero horror. I nemici in questione infatti sono una tribù di cannibali senza un vero e proprio linguaggio e che comunicano tra di loro con dei fischietti che hanno impiantato direttamente nella trachea. Già questo elemento dell’incomunicabilità e quindi nessuna possibilità di negoziazione e riscatto per gli ostaggi crea un senso di panico: non c’è modo di ragionare con un gruppo che fisicamente è umano, ma interiormente non lo è. Le scene cruente iniziano a susseguirsi una dopo l’altra lasciando lo spettatore, ormai abituato alla calma della prima parte, scioccato dalle scene nude e crude che sicuramente non si aspettava. Nessuno spazio all’immaginazione, nessun velo di censura. Riusciranno i nostri eroi a salvare gli ostaggi e sé stessi?

Il mix tra western e cannibal movie in Bone Tomahawk è perfettamente riuscito per il reale (seppur pittoresco) pericolo che i coloni del far west correvano. Abbiamo infatti molte testimonianze di tribù indigene che popolavano l’America che praticavano rituali di cannibalismo come ad esempio i Karankawa del Golfo del Messico o i Tonkawa stanziati in Texas. Questi ad esempio erano completamenti isolati dalle altre tribù perché parlavano una lingua tutta loro, proprio come nel film. I fatti storici dunque danno un senso di realismo alla pellicola e per questo il connubio western-horror funziona.

A group of Tonkawa Indians in 1898. Photo: the Tonkawa Tribe of Oklahoma

Ovviamente merito della riuscita del film va anche ai personaggi ben costruiti e ben interpretati da un ottimo cast. Oltre allo sceriffo Franklin, vediamo il suo vice Chicory un vecchietto arzillo desideroso di aiutare il suo capo nell’impresa e Arthur O’Dwyer il marito della donna rapita interpretato da Patrick Willson, un cowboy che, anche se con una gamba rotta, decide di partire per salvare la sua amata. Non solo polvere e sangue dunque, ma anche sentimenti profondi come l’amore e il senso del dovere fanno di questa pellicola una storia di tutto rispetto. Ovviamente però ci vuole uno stomaco forte.

 

Azzurra Bergamo

Classe 1991. Copywriter freelance e assistente profumiera. Naturalizzata veronese, sogna un mondo dove la percentuale dei lettori tocchi il 99%.

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