Calcutta è tornato, il nuovo album «Evergreen»

A tre anni di distanza dall’ultimo album Mainstream, Calcutta (Edoardo D’Erme) è tornato con il nuovo lavoro Evergreen. Dieci tracce che lo confermano una delle figure di riferimento del cantautorato italiano attuale, con un’attitudine ed un’attenzione ai testi e ai suoni tutte sue. 

Evergreen non è Mainstream

Con i riflettori puntato contro, Calcutta ha lavorato a questo nuovo Evergreen fregandosene bellamente di tutto e tutti. Ha fatto uscire tre singoli (Orgasmo, Pesto e Paracetamolo) che hanno gonfiato le aspettative, perché restare evergreen non è facile come essere mainstream.

Le parole sono saldamente al centro dell’idea di musica di Calcutta, capace di raccontare i dettagli di piccole realtà quotidiane che diventano slogan generazionali, solitamente sparati al centro dei ritornelli più sguaiati.

In Evergreen non troverete niente come Cosa mi manchi a fare o Frosinone, perché siamo davanti ad un disco meno immediato, non tanto a livello di scrittura, quanto a livello di arrangiamenti e suoni: la maggior parte delle melodie non sono tormentoni, ma richiedono più di un ascolto per far scattare la scintilla (e non sempre ci riescono). Eccezione fatta per i tre singoli che hanno anticipato il disco, che campano su melodie orecchiabili (e paracule, se vogliamo).

Fonte: rollingstone.it

Come interpretare dunque questo nuovo lavoro?

Cercare un significato profondo alle canzoni di Calcutta è inutile, perché si cerca qualcosa che in realtà non c’è. Così come pensare di interpretare i brani come semplici canzoni pop è riduttivo e non permette di cogliere tanti dei “messaggi subliminali” che racchiudono i testi.

In fondo Calcutta è equidistante da questi due estremi: tra lo scherzo e la serietà, tra il cantautore impegnato e la popstar che se la tira, collocando il suo genio tra un orgasmo e l’altro, la sua tristezza in un campo di kiwi e nelle briciole rimaste sul tavolo.

Le tracce

Briciole – Il disco si apre con una frase che ha tutta l’aria di essere sussurrata nel mezzo di uno scenario post apocalittico: «Ti ricordi? Andavamo a passeggiare nei ricordi». Pezzo che manca del classico ritornello urlato, ma cullato da una melodia delicata su cui canta un inconsolabile Calcutta.

Paracetamolo – A molti questo terzo singolo estratto non è piaciuto, eppure è qui che si nasconde l’essenza più evergreen del disco. È un brano a suo modo appassionato e che suona vintage ancora prima di diventarlo. Un esempio del tipico “surrealismo calcuttiano” che lui ha definito «una hit estiva a metà, nel senso che a una certa mi sono preso male e ho molltato».

Pesto – Un instant classic che spoglia i sentimenti. Un singolo vicino alle tonalità intimiste del passato aperto alla contemporaneità. Una ballad che può tranquillamente essere considerata uno dei migliori brani di Calcutta.

Kiwi– È il brano che non riusciva a finire di scrivere. Alla fine ci è riuscito, bene anche. L’arrangiamento non è indifferente e riecheggia un po’ quel brit pop anni ’90 con un ritornello in pieno stile Oasis per dire al mondo che deve farsi gli affari suoi.

Saliva – Il pezzo minimalista è questo, che lascia spazio ai saliscendi della voce. È stata scritta ai tempi di Mainstream e si sente, anche se la composizione è una spanna sopra a quella di tanti altri brani. Una canzone piena di ripensamenti, di sfoghi che si snodano tra nei e saliva.

Dateo – Sembra una sorta di coda strumentale al pezzo precedente, al limite dell’ambient.

Hübner – È struggente, parla di un mondo pieno di lacrime al quale dover reagire senza lasciare qualcuno a casa a consumarsi le unghie. «È un po’ una canzone sul riavvicinarsi agli affetti invece di lavorare, di stare sempre in giro», ha detto Calcutta.

Nuda Nudissima – Il simbolo di una generazione smarrita. È uno dei brani più belli ed esaltanti del disco, pur essendo piuttosto atipico. Prima che tu te ne accorga ti troverai sotto la doccia a cantare:

«Perché non soffia il vento
era il suo compleanno
come fai a ridere
nel mentre arriva il treno
io sbatto il muso al cielo
e non vorrei andare via»

Rai – È stata scritta dopo la partecipazione di Calcutta a Quelli che il calcio, esperienza che forse gli ha portato più ansia che altro, ma che ha dato vita a questa specie di «opera rock un po’ pacchiana, un piccolo musical da parrocchia». E comunque non è vero che sa usare solo due accordi.

Orgasmo – La verità è che tutti la conoscono perché «tanto tutte le strade mi portano alle tue mutande» è una frase che piace. In realtà, il pezzo che chiude il disco è pieno di quel senso di nullificazione che impregna da sempre la penna di Calcutta. Perdersi fa paura, ma l’unica cosa che si sceglie di fare quando non c’è più la voglia e nemmeno la rabbia è andarsene lontano da quelle mutande, nel buio e nella nebbia delle campagne.

Che cos’è Calcutta?

È un fenomeno che continua a dilagare, un nuovo archetipo di cantautore che piace ad un sacco di persone perché non è strano per niente, è normale di una normalità che conquista perché è lucida e reale.

È anche quel cantautore che fa fatica a farsi passare in radio anche i brani migliori come Orgasmo perché dice “scopare”, quando l’unica cosa volgare di Calcutta è probabilmente la sincerità.

È un autore che si richiama alla contemporaneità in tutta la sua precarietà, parlando di quel poco che accade sentendosi parte di quella poetica fatta di solitudine, affetti nascosti, debolezze di cui vergognarsi e paura dei sentimenti. È prigioniero di quelle nostalgie impossibili che possono essere replicate all’infinito e restare comunque un Evergreen.

Fonte: larepubblica.it

Due i concerti annunciati finora:
21 luglio – Stadio Francioni di Latina
6 agosto – Arena di Verona

 

 

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Classe 1998, studia Filosofia all’Università di Verona, ma nutre un amore spassionato anche per la letteratura, la musica e la natura. Ha un debole per le cose complicate e perde spesso la testa per inseguire tutto quello che non comprende, innamorandosene. Tutti i suoi nodi si sciolgono quando scrive, va a cavallo, viaggia.